70
anni fa ci lasciava Cesare Pavese in una camera anonima di un hotel
del centro di Torino. Nei suoi versi lo sguardo dell'amore e della
disperazione
Abitando
a Torino a due passi dalla Stazione Porta Nuova, quindi di fronte a
Piazza Carlo Felice, mi capita sovente di ritrovarmi sotto il portico
dove è ubicato l’Hotel Roma. Qui un sabato di fine agosto prese
alloggio Cesare Pavese. Aveva da poco vinto con “La bella estate”
il prestigioso premio Strega e altri pochi giorni mancavano al suo
compleanno. Nelle ultime pagine di un Diario che aveva l’abitudine
di tenere, aveva già scritto: “…Non parole. Un gesto. Non
scriverò più”
Cosa
rimane a un poeta scrittore vissuto nella furia della scrittura e che
non crede più nell’amore possibile? Nulla, appunto, solo un gesto.
Verso
sera del giorno dopo quel sabato di fine agosto, l’inserviente dopo
aver inutilmente bussato alla porta, entrando trova riverso sul letto
il corpo senza vita di Cesare Pavese. Sul comodino color lilla, sulla
prima pagina dei “Dialoghi di Leucò” un biglietto:
“Perdono
tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi
pettegolezzi”
Era
di domenica, la domenica del 27 agosto 1950.
Leggiamo
Pavese, le sue poesie, i suoi racconti, i romanzi, i suoi scritti, le
sue traduzioni. I pettegolezzi, troppi o pochi, non servono. Anzi,
per dirla con un’altra frase del suo diario, "Tutto questo fa
schifo"
84 anni fa, nelle campagne di Granada, veniva assassinato il poeta della natura e dell'amore oscuro, vittima innocente della guerra civile spagnola. Nella sua poesia ha prefigurato la sua morte, rievocata in un racconto poetico.
Federico
García Lorca, (Fuente Vaqueros, 5 giugno 1898 – Víznar, 19 agosto
1936
Sia
il mio cuore cicala sopra i campi divini e che muoia lentamente
cantando trafitto di cielo l’azzurro, mentre una donna che
indovino, con le mani lo sparga spiando nella polvere nuda. E
sia il mio sangue, sporco di campo, un limo dolce e rosato per
le zappe sospinte dei contadini stanchi... Lorca, Cicala (vers.
a.m.)
E’
un agosto inquieto, pregno di sangue caldo e caldo odio, e il
regolamento dei conti con la caccia al nemico avviato da mesi.
Federico non si sente esposto in prima persona, eppure il suo cuore
geme e già in molti sono a suggerire di fuggire nel Messico lontano.
E pensare che sente ancora la felicità di aver trovato un nuovo
amore “oscuro”. Il biondo Juan, “talmente bello che non si può
guardare…” Ma ha 19 anni, e per partire con lui verso la libertà
del Messico occorre il benestare dei genitori. Da solo non sarebbe
mai partito. A Madrid il rischio però è inevitabile. Meglio seguire
il consiglio di riparare presso amici falangisti, a Granada. Uno di
questi è anche un amico poeta. Fra poeti non ci può essere l’odio
feroce della politica e dell'’ideologia pronte a dividere gli
uomini. Il poeta delle cicale, e degli alberi, e del mare, dell’amore
e del dolore, non vuole morire. Non si sente un eroe pronto ad
immolarsi. Gli eroi nascono dalle tragedie della Storia e lui è un
poeta che conosce solo la tragedia della vita dove il miracolo e la
morte devono avere il loro ciclo naturale ineluttabile. Quando il
sindaco socialista di Granada, suo cognato, viene arrestato e
fucilato è come se già avessero bussato alla sua porta. E quel
rumore sordo, sinistro, come una campana a morte, arriva in
quell’agosto pregno di sangue caldo e caldo odio. Lo illudono
nemici ed amici, un arresto può essere solo un fottuto equivoco.
Neruda già grida il suo sdegno, ed è una voce della poesia che è
voce universale. Il silenzio dei giorni della prigionia è invece
un silenzio che copre le ferite delle torture all'anima e al corpo,
con la volgare risata sguaiata dell’ignoranza. La mattina
all’alba, l’azzurro del cielo è di raso. E’ bello l’azzurro
ma è un azzurro che pesa sul cuore. Accanto a lui un maestro di
scuola e due anarchici toreri. Sono stati condotti alla periferia di
Granada, in aperta campagna. Camminano silenziosi e il capo
inclinato, davanti a uomini che imprecano fra risate e minacce. E poi
improvviso l’ invito a scappare. “Scappate, scappate…”
urlano alle vittime che attonite esitano, presentono che è un invito
a una morte in corsa. Federico non vuole morire. Il poeta delle
cicale, e degli alberi, e del mare, dell’amore e del dolore, non
vuole morire. In mezzo agli olivi qualcuno inizia a scappare e anche
lui comincia la sua inutile fuga pronta ad inciampare. I colpi alla
schiena arrivano prima, sono colpi simili a fitte di spine di fiotto
sangue di una rossa rosa. Il lento lamento della morte senza senso
ora ha l’ascolto solo degli ulivi e della terra della compagna
sporca del suo sangue. Non ci sono ancora le cicale a cantare. E
quando le cicale canteranno nell’ardore del meriggio d’agosto del
suo corpo nessuno più sa. Solo loro, le cicale, forse lo sanno.
Le parole muoiono. Le parole muoiono anche quando non sappiamo rispettarle svilendole, facendole perdere senso, e non le usiamo con la cura e la passione
Tra
le tante cose del nostro pianeta che stanno morendo ci sono anche le
parole, per questo bisogna avere tanta cura e tanta passione delle
parole
Chandra
Livia Candiani
Non
sono i linguisti a preoccuparsi se una parola muore, non sono i
linguisti a circondare di passione la parola. I linguisti sono
scienziati della parola che si limitano a studiarle lavorando in
maniera neutra sui significati e i significanti delle parole. Sono
i poeti a prendersi cura della parola circondandola di attenzione e
tenerezza. Accarezzandola, inseguendola, a volte anche maltrattandola
per l’amore verso lo stesso rispetto della parola quando si nega o
la si lascia svilire per gli usi anche più infami. Fin dalla mia
più tenera età, da quando ho cominciato a prendere “
consapevolezza della parola, ho posto uno sguardo poetico sulla
parola. Già all’asilo i cartelloni alfabetici, con le lettere
accompagnate dalle immagini che potevano indicarle, provavo stupore
verso la maniera magica con cui le lettere erano capaci di
trasformarsi in immagini e farsi vita, desiderio, curiosità,
meraviglia
A
come ape, B come bicicletta, C come cavallo.... Non importa se
filosoficamente le parole sono solo convenzioni sociali come
affermano i nominalisti o se intrinsecamente possiedono la realtà
come credono i realisti. Una volta che storicamente abbiamo dato a
una parola un suo preciso significato dobbiamo imparare a difendere
il suo senso pregnante ribellandoci ogni volta che se ne fa un uso
meramente strumentale, in modo subdolo o indifferente. Le parole
muoiono quando le priviamo di una loro anima, riflesso della nostra
consapevolezza. Muoiono anche quando crediamo che vivano sempre
tra di noi perché le usiamo senza farci caso, senza darle un senso.
Il poeta che ha incendiato la mia giovinezza è stato Arthur Rimbaud con i suoi versi pieni di stupore e ribellione e le sue lettere in
anticipo sui tempi attraverso veggenti visioni e immagini
iconoclaste.
Paul Verlaine quando accolse a Parigi Arthur Rimbaud, dopo aver ricevuto alcuni suoi versi con una lettera di presentazione, alla stazione non lo riconobbe.
Rimbaud aveva mentito sugli anni scrivendo di essere maggiorenne e ritrovandoselo poi in casa della moglie si stupì come un adolescente
fosse capace di essere così prodigioso nella lingua della poesia.
Se si aggiunge al prodigio linguistico la inquietante bellezza del suo viso ovale in esilio con i suoi occhi di un azzurrogrigio persi in uno
strano abisso interiore, così ben messo in risalto in seguito dalla
famosa fotografia di Étienne Carjat, immortalandolo per sempre
iconicamente, si capisce meglio la storia, col suo esito tragico di
questa nuova amicizia poetica Rimbaud-Verlaine. Amicizia poetica
trasformatosi ben presto in una relazione fisica che metterà anche
fine al matrimonio del poeta parigino.
La foto di Carjat e la decisione da parte di Rimbaud di chiudere definitivamente con la poesia a soli vent’anni, bruciando così ogni altro possibile sviluppo al suo estro di poeta, sono stati anche i due
elementi che hanno contribuito a far crescere nel tempo il mito del
poeta maledetto per eccellenza.
Ed è un gran torto che si fa proprio alla sua poesia che rischia così di
venire trascurata e schiacciata dallo stesso mito.
Sono riuscito ad evitare questo rischio perché prima di conoscere la sua immagine iconica e la sua vita avventurosa e spezzata, sono arrivato alla sua poesia tramite la nuda e splendente parola.
E' stato il ricordo di un altro poeta, a suo modo “maledetto”, a condurmi ai versi di Rimbaud.
Studente, mi capitò di ascoltare in televisione una vecchia
registrazione e conversazione di Pier Paolo Pasolini, intervistato da
Enzo Biagi, il quale confessava di essere diventato profondamente
antifascista sui banchi del liceo a Bologna,
il suo professore lesse in classe alcuni versi di Rimbaud e Pasolini si sentì investito da uno spirito nuovo.
Leggendo poi Rimbaud ho cercato di capire come sia stato possibile che un poeta adolescente che non ha una poetica esplicitamente civile in maniera ideologica, abbia potuto operare così profondamente in una coscienza.
La ragione di un antifascismo intrinseco in ogni poesia di rottura consiste nel fatto che prima ancora di essere ideologia totalitaria, il fascismo bisogna intenderlo come assuefazione a una mentalità, ancora presente in Italia, conformista e perbenista coi suo falsi valori
ricondotti alla formula di Dio Patria e Famiglia.
Ecco perché Arthur Rimbaud è ancora un poeta moderno e a suo modo civile. La sua poesia sopravvissuta persino alla scelta del poeta di non fare più poesia, abbandonando l'Occidente per l'Africa, ci fa aprire orizzonti e visioni sempre nuove e altre mediante una idea di lingua come continua alchimia alla ricerca di una possibile luminosa verità di corpo e di anima.
E lo affermo con tutta franchezza, se si prova a leggere con attenzione le sue lettere africane, così apparentemente impoetiche, non si tarda a scoprire come in lui il poeta non sia mai morto.
Malgrado la sua volontà di accumulare oro, arrivando a vendere armi. ( La vendita di schiavi è una storia mai provata)
Accumulare oro...
L’alchimia non ha cessato di operare inconsciamente e forse
consapevolmente.
A sessant'anni di distanza dalla prima mondadoriana autorizzata, esce la nuova traduzione di Mario Biondi, di un libro che ha scardinato il romanzo ottocentesco divenendo un classico
Sono
abbastanza snob da confessarlo subito. L’Ulisse di James Joyce è
uno di quei libri il cui viaggio non è stato mai intrapreso, pur
essendo presente nel mare della mia personale biblioteca fin dai
tempi liceali.
Snob si, ma
non stupido, al punto di pensare, sempre per snobismo, che se ne
possa fare a meno. Considero l’Ulisse, insieme alla Recherche di
Proust e l'Uomo senza qualità di Musil, il primo libro di
quella triade esemplare di inizio Novecento, capace di scardinare in
maniera radicale il romanzo unitario e concluso ottocentesco.
Mi sono
ritrovato spesso a chiedermi cosa finora mi abbia impedito l’avvio
di una lettura, seppure condivisa con altre letture, come mia
abitudine.
Il numero
esorbitante delle pagine, lo spinto sperimentalismo linguistico che
guardo sempre con curiosità ma anche con riserva, dato il mio debole
per la bella prosa che circonda la parola di rispetto e ricerca di
senso, o invece proprio il suo essere caposaldo letterario che mette
una certa soggezione?
Un titolo
sempre presente nelle conversazioni letterarie, ma poi quanto
veramente letto, almeno fino alla fine? Pochi lo ammetteranno ma
l'Ulisse di Joyce è super citato e pochissimo letto.
Paradossi
della Letteratura. Paradosso di paradossi, il mio però è speciale.
Potrà
sembrare strano, e di fatto lo è, ma fin da ragazzo nei confronti
del desiderio ho sempre avuto una resistenza al soddisfacimento
immediato.
Il senso di
una attesa, di un rinvio, di un timore a farlo morire nel momento in
cui viene soddisfatto, ha investito anche il mio amore per i libri.
I libri
desiderati non si possono consumare senza un giusto investimento di
tempo e di attenzione!
Ci voleva
finalmente la nuovissima traduzione di Mario Biondi, navigato
traduttore, a sessant'anni di distanza da quella canonizzata
mondadoriana di Giulio De Angelis, con un apparato di note che ne
agevola la lettura, per rompere ogni indugio e ridarmi il coraggio e
la passione di una sfida.
Questa novità
editoriale, uscita nel mese cult di tutti i joyciani inguaribili,
giugno, e per i tipi della Nave di Teseo, oggi è anche mia.
Il formato mi
piace, così la veste della sovraccoperta, semplice e pulita su
pagina bianca, con autore e titolo in verde e rosso, pronto a far
scoprire l’altra copertina che ricalca quella della primissima
edizione azzurromare.
Trofeo di
tutti i bibliofili, lo avrà posseduto Umberto Eco?
Sono un
curioso dei libri e sono sempre attento ai nessi, ai richiami, alle
belle, forse non casuali coincidenze.
Il fatto che
Ulisse sia stato stampato dalla Nave di Teseo, e in una collana di
nome Oceano, appare un buon viatico nella navigazione.
Un
capolavoro visivo, un omaggio col cuore al mondo dell'infanzia. Il
doppio fra naturalismo e fantastico, realismo e grottesco,
desolazione e meraviglia. Un bambino-burattino di legno iperreale,
iconicamente perfetto ma con l'emozione imprigionata, in cui la
trasgressione si risolve alla fine nell'abbraccio consolatorio.
Una
delle prime scene del Pinocchio di Matteo Garrone, Geppetto che mostra a
Pinocchio uno specchio per riconoscersi, rivela già tutto il cuore
messo in questa ultima fatica di trasposizione italiana del Burattino
più famoso al mondo, creato dal genio fantastico di Carlo Collodi.
In
un gioco mimetico di trasposizione, a specchiarsi è anche lo stesso
regista, provando a rituffarsi nel suo immaginario infantile, al
suo primo incontro con il personaggio Pinocchio, per poi risalire e
recuperare l'immaginario visivo degli illustratori e registi che si
sono confrontati con la favola. A cominciare dall'insuperato e per
certi aspetti, nonostante il tempo passato, insuperabile Luigi
Comencini, e il suo Pinocchio magicamente umano, tenero e
sorprendente, ormai marchiato nell'immaginario degli stessi italiani.
A specchiarsi è anche lo stesso Benigni, il quale nel 2002 era
stato egli stesso regista e protagonista.
Lo
specchio funziona come doppio, una cifra che caratterizza molto la
cinematografia di Garrone, soprattutto alla luce dei suoi ultimi due
film, Il racconto dei racconti e Dogman.
C'era
molta attesa per questo progetto fermo da qualche anno e che esce
proprio sotto Natale, non a caso, essendo un omaggio chiaro e
diretto al mondo dell'infanzia e al rapporto affettivo genitoriale.
Il
doppio è anche quello tra solitudine e abbraccio, avventura e
inquietudine, presenza e fuga.
Il
Pinocchio di Garrone è innanzitutto un capolavoro visivo, una prova
impeccabile di stile e illustrazione, che non dimentica la memoria
anche della pittura, soprattutto quella toscana dei macchiaioli.
Originale nel voler restare fedele alla fiaba di Collodi, creando
allo stesso tempo una ambientazione di mondo contadino da Presepe,
con la sua mesta povertà, con i toni scuri e spettrali.
Un
Pinocchio in cui il naturalismo si coniuga benissimo col grottesco
surreale, accentuando l'animalità antropomorfica. Un ibridismo in
cui abbandono e senso della rovina e della desolazione trovano un
loro felice controcanto nel festoso e colorato teatro e circo dei
burattini.
La
fame di Geppetto che apre la storia nel film, divertente e
comica invenzione, rispetto al testo originale, è fame di
curiosità, come dimostra la scena in cui il falegname rimane
sedotto dal passaggio per strada del carro coi burattini, e che
porterà poi all'incontro col magico pezzo di legno, rifiutato
dall'impaurito Mastro Ciliegia.
Anche
il magico ha un suo doppio: è meraviglia ma anche paura. In
Geppetto, capace di accogliere il magico ambivalente e in Pinocchio,
che preso dal magico e dalla meraviglia, abbandona realtà e dovere.
Tutto
in questo Pinocchio che non teme di essere un creativo travaso fra
Libro e Cinema sembra perfetto, la scelta e la bravura degli attori,
Benigni in primis, così inadeguato e quasi a disagio nel suo
precedente Pinocchio, qui tenero e desolato, comico e candido, Il
Mangianfuoco Proietti commovente nella sua maschera di Orco, e
peccato che non si è voluto o potuto utilizzare di più la sua
figura, l'omino di panna (Nino Scardina) falsamente amorevole, il
vero orco da disgusto della storia, e la coppia riuscitissima del
Gatto e la Volpe, Roco Papaleo e Massimo Ceccherini, anche sceneggiatore del film insieme a Garrone.
Il loro
“Pizzicchiamo...Pizzichiamo” non lascerà senza segni.
Il
doppio torna con la Fata, sorella bambina nella complicità dei
giochi e madre adulta, diafano fantasma, con l'attrice Marine Vatch
e che tanto ricorda il personaggio gotico di Miss Havisham del film
Grandi Speranze, del 2011 targato BBC.
E
che dire della indimenticabile Lumaca, (Maria Pia Timo) o del ferino
Giudice (Teco Celi).Tutti personaggi, compresi i minori, che
meritano una filologica analisi a parte.
E
arriviamo alla sapiente maestria del trucco che crea mirabolanti
effetti speciali senza troppo ricorrere alla tecnologia digitale,
affidata a Mark Coulier, capace di creare un bambino burattino di
legno iperreale, così materico nella sua pelle, da imprigionare il
calore commovente dell'anima e la bravura del protagonista, Federico
Lelapi, anche se iconicamente destinato a restare nella memoria
visiva.
Il
ritmo quindi passa felicemente da immagine a immagine, attraverso le
suggestive scenografie e i costumi, sulle belle note delle musiche
di Dario Marianelli, ma sembra incrinarsi nel passaggio
emotivo interiore con lo spettatore, che vede anche bruscamente
risolto il finale salto da burattino a bambino, senza una
particolare attenzione metamorfica, nel consolatorio abbraccio da
atmosfera natalizia.
Ma
con onestà è lo stesso regista che ha voluto questo quasi
annullare la sua più intima natura di regista per rimanere fedele a
un racconto sotto Natale tutto rivolto ai bambini e agli adulti che
sappiano ritrovare il loro cuore fanciullo.