mercoledì 27 maggio 2026
SCAFFALE: Il mondo dei Libri
Recensioni, riflessioni, testi e incontri letterari.
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I libri non sono oggetti.
Sono vite silenziose che attendono di essere ascoltate.
Per questo i libri sono un tesoro da custodire.
In questo spazio recensioni, testi, riflessioni e incontri letterari. Fari di luce nel buio feroce che viviamo ............................- (Antonio Miredi)
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Cristina Taverna, Hugo Pratt. Ediz. illustrata
Nuages, 2008
C’è un elemento che attraversa il libro dedicato a Hugo Pratt quasi senza imporsi, eppure restando sempre presente: l’acqua.
Acqua come mare, lago, pioggia interiore della memoria. Acqua come navigazione e deriva, come racconto che non procede per dimostrazioni ma per correnti lievi, ritorni, affioramenti improvvisi.
Nel libro di Cristina Taverna — anima della Galleria Nuages, spazio quasi minuscolo solo nelle dimensioni fisiche ma vasto quanto certi orizzonti immaginari — tutto sembra nascere da questa fluidità naturale. Anche il nome della galleria custodisce già un destino: le nuvole non sono forse acqua evaporata, pronta a ritornare terra, pioggia, mare?
La scrittura della Taverna possiede proprio questa qualità: non costruisce monumenti celebrativi attorno a Pratt, ma lascia scorrere ricordi, incontri, dialoghi, episodi minimi e improvvise profondità con una spontaneità confidenziale che ricorda una traversata condivisa. Il lettore avanza come sul ponte di una nave silenziosa, ascoltando voci che emergono dalla memoria senza artificio.
E allora, quasi all’orizzonte, affiora il racconto dello zio naufrago, prigioniero in Africa degli inglesi dopo un vano tentativo di fuga. Una vicenda reale che sembra già appartenere all’universo narrativo di Corto Maltese, dove il confine tra biografia, leggenda e letteratura diventa continuamente mobile. Ed ecco l’altra Africa: quella di Arthur Rimbaud, delle sue lettere africane, della fuga incessante del poeta veggente. Ed ecco ancora il naufragio de Una ballata del mare salato, dove il mare non è soltanto scenario ma vocazione-
Proprio Rimbaud diventa nel libro il punto di un legame più profondo tra Pratt e la Letteratura. Le lettere africane del poeta, pubblicate dalla Casa Editrice Nuages della Taverna sono accompagnate dgli splendidi acquerelli realizzati da Pratt ed esposti alla galleria nei primi anni Novanta. Acquerelli attraversati da una luce sospesa, quasi onirica, dove immagini e colori sembrano riemergere dallo stesso luogo dei sogni e dei ricordi. Nulla vi appare veramente fermo: tutto vibra in uno stato di lieve lontananza.
Ed è molto bello e raro, in questo libro di Taverna dedicato a Hugo Pratt il fatto che il ricordo non venga mai irrigidito , ma resti mobile, vivo, quasi parlato. Le pagine scorrono come una conversazione attraversata da umori, lampi, pause improvvise, dettagli minimi che diventano rivelatori di un carattere e di una presenza umana.
Così il libro nelle sue non numerose pagine quasi a mantenere un andamento aereo e leggero, si apre in certi momenti alla sonorità del veneziano, lingua lieve e ondosa, dolce come una gondola che attraversi lentamente le calli della Venezia in cui Pratt è vissuto. Non è soltanto un colore locale: è una musica interiore che accompagna il racconto e ne custodisce la memoria più autentica. In quella parlata sembra sopravvivere qualcosa dell’ironia, della malinconia e della leggerezza stessa di Pratt.
Ma la lingua di Pratt non si limita al dialetto. Si arricchisce continuamente di deviazioni personali, invenzioni improvvise, parole piegate al proprio immaginario fino a diventare veri e propri neologismi. Ed è significativo il caso del termine “disincontro”, usato dall’artista per spiegare il motivo per cui un progetto o un incontro non riesca a realizzarsi. Una parola curiosa e illuminante: non semplicemente un incontro mancato, ma qualcosa che, pur avvenendo, non riesce davvero a compiersi sul piano umano e spirituale
Ed è proprio per contrasto che il libro acquista ancora più forza. Perché ciò che emerge tra Pratt e la Gallerista non è mai un “disincontro”, ma al contrario una consonanza profonda, fatta di ascolto reciproco, simpatia intellettuale, complicità sottile. La collana Incontri trova qui uno dei suoi esempi più luminosi: testimonianza viva non solo di un artista straordinario, ma della qualità umana delle relazioni che seppe lasciare dietro di sé. Eppure ancora vive.
Cristina Taverna nel suo libro ipotizza che il termine possa derivare da una reminiscenza della lingua spagnola. e in effetti desencuoentro, una parola spagnola che indica un incontro mancato sul piano umano ed emotivo. Un’ipotesi suggestiva e credibile nel caso di Pratt, viaggiatore di lingue oltre che di geografie.
Sulle pagine del libro di Cristina Taverna soffia una nostalgia discreta, mai enfatica. Una malinconia trattenuta che convive però con momenti più leggeri, improvvisamente ariosi come aquiloni. Anche qui ritorna l’elemento acquatico: il cielo e il mare sembrano travasarsi l’uno nell’altro, come se non esistesse una vera separazione tra le cose amate, perdute e ricordate. Perché ciò che la scrittura salva continua a ritornare.
Ed è ancora l’acqua a custodire il finale del libro: quella di un lago intravista dal finestrino di un treno. Un’immagine semplice, quasi minima, ma capace di portare con sé il sapore malinconico dell’addio. Non un addio definitivo perché ciò che la scrittura salva continua a ritornare. Nei libri, nei ricordi, negli sguardi dei futuri lettori.
Forse è proprio questa la forza segreta della Letteratura e dell’Arte: trattenere ciò che passa, lasciarlo vivere ancora come acqua che continua a scorrere. Antonio Miredi
.......................................................................................................................In foto Crisina Taverna e Hugo Pratt
domenica 10 maggio 2026
AL VIA IL SALONE DEL LIBRO DI TORINO 2026 ALLA SUA XXXVIII EDIZIONE AL LINGOTTO FIERA
Il Salone del Libro di Torino 2026 sceglie Elsa Morante e il suo titolo più inquieto: Il mondo salvato dai ragazzini. Ma quali ragazzi possono davvero salvare oggi un mondo attraversato da guerre, post verità, post democrazia nel disordine globale?
Il mondo salvato dai ragazzini. Ma da quali ragazzini?--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
La XXXVIII edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino 2026 ha scelto come tema una frase di Elsa Morante: Il mondo salvato dai ragazzini. Il titolo viene dal libro pubblicato dalla Morante nel 1968 e sarà il filo conduttore del Salone che si terrà dal 14 al 18 maggio al Lingotto.
È facile trasformare uno slogan simile in una celebrazione retorica della giovinezza. Più difficile è prenderlo sul serio. Perché i “ragazzini” di oggi non sono automaticamente innocenti, né puri, né migliori degli adulti. Crescono dentro lo stesso caos del nostro tempo: guerre permanenti, violenza verbale, social network trasformati in tribunali, propaganda politica, solitudine digitale, economie predatorie, paure collettive. Crescono dentro un mondo che spesso li usa come pubblico, mercato o bersaglio.
Eppure la frase della Morante continua a colpire perché contiene una domanda implicita: chi può ancora rompere il meccanismo stanco e feroce con cui gli adulti stanno consumando il pianeta?
Forse non i giovani ridotti a imitazione precoce degli adulti. Non quelli già addestrati al cinismo, all’esibizione continua di sé, alla superficialità obbligatoria. Non quelli che ripetono slogan senza pensiero, da qualsiasi parte provengano.
I ragazzini che possono “salvare il mondo” sono forse quelli che conservano ancora una forma di disobbedienza interiore. Quelli che sanno sottrarsi al conformismo del branco digitale. Quelli che leggono lentamente in un’epoca isterica. Quelli che riescono ancora a provare vergogna davanti alla crudeltà e stupore davanti alla bellezza. Quelli che non considerano normale vivere dentro un linguaggio sempre più aggressivo e impoverito.
In questo senso il riferimento della Morante è meno ingenuo di quanto sembri. Nei suoi libri l’infanzia e l’adolescenza non sono mai sentimentalismo. Sono piuttosto una forza anarchica, fragile e ribelle, capace talvolta di vedere ciò che il mondo adulto non vede più.
Anche il Salone del Libro sembra voler indicare questa direzione. La direttrice editoriale Annalena Benini ha definito il tema “un messaggio di speranza”, mentre la lezione inaugurale sarà affidata alla scrittrice Zadie Smith con un intervento dedicato proprio all’adolescenza.
Ma la speranza, oggi, non può essere una parola ornamentale. Il mondo contemporaneo non è soltanto “in crisi”: è entrato in una zona di disordine permanente. Guerre vicinissime all’Europa, nuove tensioni imperiali, radicalizzazioni ideologiche, informazione manipolata, tecnologie sempre più potenti e coscienze sempre più fragili.
Dentro questo scenario, forse, salvare il mondo significa prima di tutto salvare la capacità umana di distinguere il vero dal falso, la realtà dalla propaganda, il linguaggio vivo dal rumore continuo.
E qui la letteratura conta ancora. Non perché cambi magicamente la storia, ma perché insegna a guardare più in profondità. Un libro non ferma una guerra. Però può impedire a una mente di diventare completamente schiava del proprio tempo.
Forse i “ragazzini” evocati dalla Morante sono proprio questo: esseri umani non ancora interamente colonizzati dal cinismo dominante. Non innocenti, ma ancora incompiuti. E proprio per questo ancora aperti alla possibilità di cambiare direzione.
In fondo, ogni civiltà si salva — o si perde — nel modo in cui guarda i propri giovani. Non per idolatrarli. Ma per capire se dentro di loro esiste ancora una domanda autentica sul senso del mondo----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------Dentro e fuori il Lingotto: il Salone come specchio del nostro tempo-----------------------------------------------------------
Il Salone del Libro non è più soltanto una fiera editoriale. Da anni è diventato qualcosa di più vasto e ambiguo: una gigantesca rappresentazione culturale del nostro tempo. Nel maggio torinese il Lingotto si trasforma in una città nella città, attraversata da scrittori, editori, studenti, influencer culturali, insegnanti, giornalisti, giovani lettori e semplici curiosi. Una folla enorme che cerca ancora nei libri qualcosa che resista alla velocità distruttiva del presente.
L’edizione 2026, ispirata a Elsa Morante e al suo Il mondo salvato dai ragazzini, sembra voler accentuare questa dimensione. Non solo letteratura, ma anche linguaggi nuovi, adolescenza, trasformazioni sociali, identità, immaginario digitale. La lezione inaugurale affidata a Zadie Smith sarà dedicata proprio all’età estrema dell’adolescenza: quella stagione in cui tutto appare assoluto e definitivo.
Dentro il Lingotto ci saranno migliaia di eventi, incontri e dibattiti: oltre 2.700 appuntamenti distribuiti nei vari padiglioni, con più di 1.200 marchi editoriali presenti. Ma il punto interessante non è il numero. È capire che cosa cercano davvero oggi le persone in mezzo a questa enorme macchina culturale.
Molti giovani arrivano al Salone non soltanto per comprare libri. Cercano esperienze, identità, appartenenza. Cercano volti da ascoltare dal vivo in un’epoca sempre più mediata dagli schermi. Cercano ancora una forma di comunità reale, fisica, imperfetta.
Ed è forse questo il vero evento del Salone: vedere migliaia di ragazzi attraversare corridoi pieni di carta in un tempo dominato dagli algoritmi.
Naturalmente sarebbe ingenuo idealizzare tutto questo. Il Salone è anche industria culturale, marketing editoriale, sovraffollamento, consumo rapido di eventi. Alcuni frequentatori storici lamentano da tempo un eccesso di folla, spazi soffocanti, difficoltà nel vivere davvero i libri con calma e concentrazione. In rete c’è chi parla apertamente di un’esperienza diventata troppo commerciale e dispersiva.
Ma proprio questa contraddizione rende il Salone interessante. Perché riflette il nostro presente: il desiderio autentico di cultura convive continuamente con la spettacolarizzazione della cultura stessa.
E poi c’è il “fuori”. Torino durante il Salone cambia volto. Non esiste più una netta separazione tra la fiera e la città. Il cosiddetto Salone Off invade librerie, teatri, cinema, scuole, biblioteche, cortili, locali notturni, periferie. La letteratura esce dai padiglioni e prova a respirare nel tessuto urbano.
È forse qui che il Salone trova la sua dimensione più viva. Non nella passerella ufficiale, ma nei margini: nelle piccole case editrici nascoste, nelle discussioni improvvise fuori dagli incontri, nei ragazzi seduti per terra a leggere, nei dialoghi notturni dopo gli eventi, nei tram pieni di libri e stanchezza.
Torino in quei giorni appare come una città attraversata da una febbre culturale particolare. Persino chi non entra al Lingotto finisce per essere coinvolto. I caffè si riempiono di conversazioni letterarie, gli alberghi vanno esauriti settimane prima, le strade attorno alla fiera diventano un flusso continuo di zaini, parole e attese.
Eppure resta una domanda più dura, forse inevitabile.
Può davvero la cultura incidere in un’epoca dominata dalla guerra permanente, dalla propaganda digitale e dall’instabilità globale?
Il rischio è che eventi come il Salone diventino soltanto una parentesi rassicurante per ceti colti sempre più chiusi dentro le proprie bolle culturali. Ma esiste anche la possibilità opposta: che proprio questi spazi servano ancora a difendere qualcosa di essenziale, cioè la complessità del pensiero umano contro la semplificazione continua del presente.
Forse oggi “salvare il mondo” non significa immaginare utopie eroiche. Forse significa semplicemente impedire che il linguaggio venga completamente degradato, che la memoria scompaia, che il pensiero critico venga sostituito dal riflesso automatico.
In questo senso i “ragazzini” evocati dalla Morante non sono santi né salvatori. Sono esseri umani ancora incompleti, e proprio per questo ancora capaci di scegliere.
È poco? Forse. Ma nel tempo storico che stiamo vivendo, anche questo poco può diventare..............................................................................................................................................................................................................................................................................................Fra gli autori imperdibili del Salone 2026-----------------------------------------------------------------------------------------------------Ogni Salone del Libro ha i suoi nomi inevitabili. Quelli che attirano file interminabili e trasformano gli incontri in eventi quasi rituali. Ma anche qui occorre evitare l’enfasi automatica. Non basta essere famosi per essere necessari. La domanda vera è: quali autori riescono ancora a dire qualcosa di vivo dentro il rumore del presente?
Fra gli ospiti più attesi del Salone 2026 ci sarà certamente Alessandro Barbero. Ormai il suo rapporto con il pubblico somiglia a un fenomeno culturale trasversale: studenti, adulti, ascoltatori digitali, lettori occasionali. Barbero riesce in qualcosa di raro: riportare la storia dentro il linguaggio vivo del presente senza trasformarla in semplificazione televisiva. In un’epoca che perde memoria storica, la sua presenza assume quasi un valore civile.
Molto atteso sarà anche David Grossman, presenza particolarmente significativa dentro il caos geopolitico contemporaneo. Grossman non appartiene alla categoria degli intellettuali urlanti. La sua scrittura continua invece a interrogare il dolore, il conflitto, la perdita e la possibilità difficilissima del dialogo. In tempi di polarizzazione assoluta, ascoltarlo potrebbe significare uscire per un momento dalla logica della propaganda reciproca.
Fra gli autori internazionali più importanti annunciati dal Salone ci sono anche Emmanuel Carrère, maestro dell’ambiguità fra autobiografia, reportage e romanzo, e Irvine Welsh, voce ancora abrasiva e notturna delle periferie contemporanee. Welsh, autore di Trainspotting, continua a raccontare esseri umani ai margini della rispettabilità sociale: tossici, esclusi, giovani perduti. Una presenza che dialoga in modo sotterraneo con il tema stesso del Salone.
Molto interessante anche la presenza di Lea Ypi, una delle voci europee più lucide sul rapporto fra libertà, ideologia e memoria politica. La sua riflessione nasce dall’esperienza concreta della fine dei regimi comunisti nell’Est europeo e parla direttamente a un continente che oggi sembra nuovamente attraversato da paure identitarie e tensioni autoritarie.
Sul fronte italiano, oltre ai nomi ormai storici come Corrado Augias e Massimo Cacciari, sarà interessante osservare il dialogo fra scrittura letteraria e nuovi linguaggi mediatici. Il Salone da tempo non ospita più soltanto romanzieri o filosofi, ma figure ibride: divulgatori, podcaster, personalità televisive, musicisti. Fra gli ospiti più popolari circolano infatti anche i nomi di Jovanotti, Fiorello e Roberto Baggio.
Qui il Salone mostra una trasformazione importante. La letteratura non vive più isolata. Dialoga
continuamente con spettacolo, musica, rete, cultura popolare. Questo può apparire come un impoverimento, ma può anche essere letto come un tentativo — non sempre riuscito — di impedire che i libri diventino un oggetto per pochi specialisti.
Resta però una tensione evidente. Molti lettori storici accusano il Salone di essere diventato troppo affollato, troppo spettacolare, troppo dominato dalle grandi case editrici e dai fenomeni commerciali del momento. Sui social e nei forum torinesi c’è chi rimpiange un’atmosfera più raccolta e meno “industriale”.
Eppure, anche dentro questa confusione, continuano a emergere incontri autentici. Perché spesso il vero autore “imperdibile” non è il nome gigantesco che riempie le sale. È magari quello scoperto per caso in uno stand laterale, in una piccola casa editrice quasi invisibile, lontano dalle file e dagli algoritmi culturali.
Forse il Salone conserva ancora questo valore: permettere l’imprevisto. Far inciampare il lettore in una voce che non stava cercando. E in tempi in cui tutto viene profilato, suggerito e previsto dalle piattaforme digitali, anche l’imprevisto culturale diventa qualcosa di prezioso.............................................................................................................................................................................................................................................................................................
La Grecia ospite: il Mediterraneo dentro il Salone..........................................................................................Fra le caratteristiche più importanti del Salone 2026 c’è la presenza della Grecia come Paese ospite d’onore. Non è una scelta soltanto simbolica o turistica. Dentro un’Europa attraversata da guerre, crisi identitarie e paure geopolitiche, la Grecia riporta al centro il Mediterraneo come luogo originario della cultura europea, ma anche come frontiera inquieta del presente.
Il programma greco non sarà confinato dentro il Lingotto. Torino verrà attraversata da cinema, mostre, concerti, teatro, incontri e danze tradizionali elleniche diffusi anche nel Salone Off. La rassegna dedicata alla cultura greca porterà significativamente il titolo “Cultura ellenica in atto, dai secoli al presente”.
È interessante che il Salone dedicato ai “ragazzini” scelga proprio la Grecia come interlocutore culturale. Perché la Grecia rappresenta insieme l’origine e la crisi dell’Europa: la filosofia, il mito, la tragedia, ma anche la fragilità contemporanea del Mediterraneo, le migrazioni, il rapporto fra memoria e rovina.
Fra gli autori greci più attesi ci saranno Petros Markarīs, maestro del noir mediterraneo, Dimitris Dimitriadis, voce radicale del teatro contemporaneo, Ersi Sotiropoulou, Dimitris Lyacos e Angela Dimitrakaki. Una presenza che porterà dentro il Salone una letteratura spesso più inquieta, politica e visionaria di quanto il pubblico italiano immagini.
Ma il Salone 2026 avrà anche altre caratteristiche specifiche molto evidenti.
Anzitutto l’espansione degli spazi dedicati ai giovani lettori. Il Bookstock — il grande spazio rivolto a scuole, adolescenti e nuove generazioni — sarà ancora più ampio e articolato, con laboratori, fumetto, illustrazione, scrittura, arte, scienza e nuovi linguaggi.
Ci sarà inoltre una forte attenzione alle contaminazioni culturali: sport, stand-up comedy, podcast, romance, autopubblicazione, fumetto e cultura digitale. È il segno di un Salone che prova a intercettare linguaggi diversi dalla letteratura tradizionale. Alcuni lo considerano un arricchimento, altri temono una progressiva trasformazione della cultura in intrattenimento.
Fra le novità più interessanti c’è anche l’utilizzo della Pista 500 sul tetto del Lingotto, trasformata in spazio per incontri, installazioni e performance artistiche. Una scelta significativa: il Salone tende sempre più a uscire dai suoi confini classici per diventare esperienza urbana diffusa.
Resta però la domanda decisiva: tutta questa enorme macchina culturale riesce ancora a produrre pensiero vero, oppure rischia di diventare soltanto un gigantesco evento da attraversare rapidamente, fotografare e consumare?
Forse il senso più profondo del Salone 2026 sarà proprio questo conflitto. Da una parte il bisogno autentico di cultura, memoria e profondità. Dall’altra la pressione continua dello spettacolo, della velocità e della sovraesposizione.
E dentro questo conflitto, i “ragazzini” evocati dalla Morante restano una figura aperta e irrisolta. Non salvatori romantici. Ma forse gli ultimi esseri umani ancora capaci di immaginare qualcosa che gli adulti hanno smesso di vedere.......................................................................Il fenomeno Romance: ragazze, social e nuove forme della lettura......................................Fra i fenomeni più evidenti del Salone 2026 ci sarà ancora una volta l’esplosione del romance. Un genere che per anni è stato guardato con sufficienza da una parte della cultura ufficiale e che oggi invece occupa scaffali enormi, code interminabili, community online potentissime e soprattutto un pubblico giovanissimo e quasi interamente femminile.
Basta attraversare il Lingotto durante gli incontri dedicati al romance per capire che non si tratta più di una nicchia. Ragazze adolescenti e ventenni arrivano con pile di libri da far firmare, seguono autrici come fossero rockstar, discutono sui social di personaggi, relazioni, finali, scene emotive. TikTok — attraverso il fenomeno #BookTok — ha trasformato la lettura in un’esperienza collettiva, emotiva e virale.
Molte lettrici leggono in modo quasi compulsivo: decine di libri all’anno, talvolta al mese. In un’epoca che ripete continuamente che i giovani non leggono più, il romance dimostra invece qualcosa di diverso: i giovani leggono eccome, ma seguono percorsi culturali spesso ignorati o disprezzati dagli ambienti letterari tradizionali.
Naturalmente il fenomeno merita uno sguardo meno superficiale sia dell’entusiasmo automatico sia del disprezzo elitario.
Una parte del romance contemporaneo funziona infatti secondo meccanismi seriali molto ripetitivi: relazioni tossiche romanticizzate, modelli emotivi stereotipati, personaggi costruiti per dipendenza affettiva più che per profondità psicologica. Alcuni libri sembrano progettati direttamente per la viralità social: frasi evidenziabili, emozioni immediate, identificazione rapida, consumo velocissimo.
Ma liquidare tutto questo come semplice letteratura commerciale sarebbe un errore.
Il successo del romance racconta anche un vuoto emotivo enorme nelle nuove generazioni. Molte ragazze cercano in questi libri intensità sentimentale, protezione immaginaria, ascolto emotivo, possibilità di evasione da una realtà percepita come instabile e aggressiva. Dentro una società sempre più fredda, competitiva e frammentata, il romance offre una forma di coinvolgimento affettivo continuo.
E forse proprio qui emerge un aspetto interessante: mentre una parte della cultura contemporanea diventa sempre più ironica, cinica e distaccata, il romance rivendica apertamente il diritto all’emozione. Talvolta in modo ingenuo, certo. Talvolta perfino manipolatorio. Ma comunque reale.
Il Salone 2026 sembra aver compreso perfettamente la forza di questo fenomeno. Gli spazi dedicati al romance e alle community nate sui social saranno fra i più frequentati dell’intera manifestazione, con incontri pensati soprattutto per lettrici giovani e creator digitali. (salonelibro.it)
È un cambiamento culturale importante. Per decenni il lettore “forte” immaginato dall’editoria italiana coincideva quasi sempre con un adulto colto e tradizionale. Oggi invece una parte decisiva del mercato librario è sostenuta da adolescenti e giovani donne che costruiscono gusti, classifiche e successi editoriali direttamente attraverso i social.
Questo può produrre effetti contraddittori. Da un lato il rischio di una lettura sempre più guidata dagli algoritmi emotivi delle piattaforme. Dall’altro, però, la nascita di nuove comunità di lettrici appassionate, capaci di riportare il libro dentro la vita quotidiana.
E forse il punto centrale è proprio questo: non bisogna chiedersi se il romance sia “alta” o “bassa” letteratura. La domanda più interessante è un’altra. Che cosa sta cercando davvero una generazione di ragazze che legge con questa fame emotiva?
Perché ogni fenomeno letterario di massa, anche il più commerciale, rivela sempre qualcosa di profondo sul desiderio collettivo di un’epoca.
Atonio Miredi
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INFO e Programma completo: https://www.salonelibro.it/
Il mondo salvato dai ragazzini: la luce inquieta di Elsa Morante di Antonio Miredi------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Nel titolo del Salone Internazionale del Libro di Torino 2026 — Il mondo salvato dai ragazzini — risuona non soltanto il nome di un libro di Elsa Morante, ma una vera dichiarazione poetica ed esistenziale. Pubblicato nel 1968, in uno degli anni più incandescenti e spartiacque del Novecento, questo testo rimane ancora oggi un oggetto letterario irregolare, difficile da classificare, refrattario a ogni riduzione scolastica o ideologica. Non è soltanto un libro di poesie. Non è soltanto un poema civile, una tragedia, una ballata, un manifesto generazionale o un teatro visionario. È tutte queste cose insieme, e insieme qualcosa di ulteriore: un attraversamento della vita nella scrittura e della scrittura nella vita.
Elsa Morante appartiene a quella rarissima specie di autori per i quali la letteratura non è mai separabile dall’esistenza vissuta. La sua opera nasce da un’urgenza totale, quasi sacrificale. In lei la parola poetica non è ornamento, ma combustione interiore. E proprio Il mondo salvato dai ragazzini rappresenta forse il luogo in cui questa combustione appare nella sua forma più nuda, più sperimentale, più rischiosa.
Il libro nasce dentro una crisi personale e storica. Il 1968 non è soltanto il tempo delle rivolte studentesche, delle utopie politiche e delle trasformazioni culturali: è anche il momento in cui il mondo occidentale comincia a percepire il proprio smarrimento profondo, la propria irrealtà. Morante lo sente con lucidità feroce. Nei suoi saggi di quegli anni — soprattutto in Pro o contro la bomba atomica — la scrittrice parla della perdita della realtà, della degradazione dell’umano in spettacolo, consumo, potere. La sua risposta non è ideologica: è poetica.
Per questo i “ragazzini” evocati nel titolo non sono semplicemente i giovani del Sessantotto. Sono figure archetipiche, creature ancora non completamente corrotte dall’irrealtà del mondo adulto. Nei bambini, negli esclusi, nei marginali, nei “Felici Pochi” che attraversano il libro, Morante intravede un residuo di innocenza salvifica. Ma sarebbe un errore leggere tutto ciò ingenuamente. L’innocenza morantiana non è mai candore sentimentale: nasce invece da una conoscenza dolorosa del male e della distruzione.
La struttura stessa del libro rivela questa complessità. Poesia lirica, canzone popolare, tragedia, teatro, invettiva, filastrocca, visione apocalittica: i generi si contaminano continuamente. Il libro procede come una liturgia spezzata e insieme festosa, quasi un funerale catartico celebrato nella gioia febbrile della scrittura. Morante distrugge le frontiere tra “alto” e “basso”, tra cultura colta e cultura popolare, tra tragedia e ironia. Anticipa forme ibride che diventeranno comuni soltanto decenni dopo.
Dentro questo laboratorio poetico entrano anche esperienze biografiche profonde e spesso poco esplicitate. Fondamentale fu il rapporto con il giovane artista americano Bill Morrow, bellissimo e inquieto, conosciuto a New York e nei primi anni Sessanta portato dalla Morante a Roma. La sua morte prematura — precipitato da un grattacielo nel 1962 — segna la scrittrice in modo devastante. La copertina originaria del libro riproduce proprio un’opera di Morrow, mentre la sezione Addio assume il tono di un lacerante congedo amoroso. In queste pagine la perdita privata diventa canto universale, elegia cosmica.
Anche la cosiddetta “Commedia chimica”, spesso liquidata superficialmente come semplice testimonianza psichedelica, va letta in profondità. Morante ebbe realmente esperienze con LSD e altre sostanze allucinogene, ma nel libro esse non vengono celebrate come evasione. Al contrario, appaiono come un tentativo estremo di attraversare il visibile, di forzare i limiti della percezione per raggiungere una verità ulteriore. Vi è qui tutta l’ambiguità di una stagione storica che cercava salvezza attraverso l’espansione della coscienza e insieme rischiava continuamente di precipitare nel vuoto.
Riletto oggi, Il mondo salvato dai ragazzini appare un’opera profetica. In un tempo dominato dal disincanto, dal cinismo mediatico e dalla riduzione della cultura a intrattenimento, la voce di Morante conserva una forza quasi scandalosa. La sua è una “luce oscura”: illumina proprio perché non nasconde il dolore, il lutto, la contraddizione. Non promette consolazioni facili. Chiede invece alla letteratura di restare fedele alla vita, anche quando la vita appare insensata o devastata.
Forse è proprio questo il senso più profondo della scelta del Salone del Libro di Torino 2026. Tornare a Morante oggi significa ricordare che la letteratura può ancora essere una forma di resistenza spirituale contro l’irrealtà del presente. Significa difendere l’infanzia non come età anagrafica, ma come capacità di stupore, di desiderio, di visione. Significa credere che, nonostante tutto, il mondo possa ancora essere salvato da coloro che non hanno smesso di guardarlo con occhi vivi.
Il mondo salvato dai ragazzi
Bill Morrow, artist-
Quogue, NY, 1957-
Photograph by Jerome Robbins
sabato 2 maggio 2026
L'ULTIMO MAGGIO DI DALIDA: A QUASI 40 ANNI DAL SUICIDIO DI UNA GRANDE INTERPRETE ANCORA SULLA SCENA
QUANDO LA TENEREZZA RESTA TUTTA SOLA : di Antonio Miredi -------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
“…le samedi soir quand la tendresse s'en va toute seule…”---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Era un insolito freddissimo sabato del due maggio quando la “tenerezza” di Jolanda capì che era arrivato il tempo per dire basta alla sua “maschera “ canora. Ci aveva provato esattamente vent’anni prima, ma si era miracolosamente salvata, e aveva saputo attraversare il suo lungo inverno rinascendo alla vita. Questa volta sapeva di non dover sbagliare, ancora una volta recitò una sua teatrale messa in scena, fece finta di uscire dalla sua bellissima casa sulla collina di Montmartre dove affacciandosi poteva vedere Parigi ai suoi piedi, lei, la itolo-egiziana che aveva incendiato il cuore dei francesi, non sempre così aperti verso gli stranieri, ma dopo un inutile giro in auto ritornò nella sua stanza da letto.
Si coricò e prima di chiudere gli occhi, il tempo per scrivere un biglietto a coloro che nel mondo l’avevano amata attraverso la sua maschera canora : “Pardonnez-moi, la vie m'est insupportable”.
Iolanda non voleva tradire e non ha tradito Dalida. Il tempo è sembrato finalmente quello in cui la Iolanda che aveva paura del buio e i cui riflettori del palcoscenico ferivano i suoi occhi obliqui, doveva cedere il posto all'artista immortale.-------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Dalida (pseudonimo di Jolanda Cristina Gigliotti)
Il Cairo, 17 gennaio 1933 – Parigi, 3 maggio 1987------------------------
Foto dal sito Facebbok Dalida tribute from dalida.com La tomba col monumento a Dalida al cimitero parigino di Dalida, circondata da fiori freschi. Un culto alla memoria rimasto sempre vivo grazie a fans di tutto il mondo,
In foto : Maison de la rue d’Orchampt, dans le quartier de Montmartre, Paris... Un peccato che la casa dove ha abitato Dalida non sia diventato un Museo|---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
DALIDA: UNA VITA TUTTA CANTATA.....................------------------------------------------------------------------------------------------------------
Vieni ma non venire con la solitudine/
Quando il sipario un giorno si chiuderà/
Il sipario dovrà scendere solo dietro di me/
Vieni ma non venire nella solitudine/
Io che ho sempre scelto tutto della mia vita/
Voglio scegliere anche la mia morte/
…...
Voglio morie sulla scena/
Cantando fino all’ultima canzone/
Con una morte ben orchestrata/
Voglio morire sulla scena/
È sulla scena che io sono nata/
da “Morire sulla scena” di Dalida ( Traduzione A.M. )------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
C’è una canzone che, più di ogni altra, sembra chiudere il cerchio.
Mourir sur scène.
Non è un testamento, e nemmeno una profezia in senso semplice.
È qualcosa di più inquieto: una dichiarazione di coerenza.
Morire sulla scena,
sotto la luce,
davanti agli altri.
Quando Dalida canta queste parole, non sta immaginando un finale spettacolare. Sta dicendo, con una lucidità quasi spietata, che non esiste per lei un “fuori scena” .La sera di un sabato del 1987, a Parigi, Dalida muore.
Non sotto i riflettori reali ma sempr e ancora in una scena simbolica. Nata a Il Cairo, consacrata a Parigi, Dalida ha attraversato lingue, epoche, generi musicali e generazioni sempre nuove e sempre fedeli..
Molti artisti interpretano.
Lei faceva qualcosa di più e diverso: interpretando faceva coincidere
le sue canzoni coi ricordi attraverso i gesti spontanei e teratrali, le mani affusolate e nervose, i capelli lunghi e fluenti, il corpo stesso sempre dento le metamorfosi del tempo e delle mode. Canzoni non solo come rifugi, canzoni come vere e propreie personali esposizioni.
In Je suis malade, la voce non recita il dolore: lo sostiene, lo tiene aperto.
In Il venait d’avoir 18 ans, il racconto non protegge, ma espone una zona fragile, ambigua e reale vissuta attraverso il tempo che passa
E così via, senza mai costruire una distanza di sicurezza.
Eppure, in un senso più profondo, senza uscire davvero da quella scena che era stata tutta la sua vita.
Mourir sur scène non si realizza letteralmente.
Ma si realizza in modo più radicale:
la scena non finisce mai.
Non c’è sipario.
Non c’è dietro.
Non c’è salvezza nella vita privata.
Dalida ha attraversato lingue, epoche, generi musicali, si diceva, ma soprattutto ha attraversato sé stessa.
In questo sesnso la fascinazione di Dalida continua attraverso una mitologia pop con il carico di un suo tragico mistero luminoso e oscuro ma esposto anche alla banalizzazione di uno stereotipo consumistico. Commuove ed esalta la fedeltà con cui ammiratori e persone la ricordono e la ripropongono senza barriere di età e distanze geografiche. Le canzoni restano una colonna sonora delle vite ieri e oggi. (© Antonio Miredi)-
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Ma vie je la chante, c'est une romance
Que je recommence un peu chaque matin
Ma vie je la chante debout sur les planches
Sous la lumière blanche des soleils fabriqués
La route qui mène au fond de soi même de joie et de peine
Est toujours tracée
Je tourne la page pour d'autres voyages
Je plie les bagages de mes souvenirs
Chaque ride à mon cœur est une belle fleur d'amour
Une amère conquête, un ancien mal de tête d'un rêve déçu
Une vie partagée et vécue
Entre des gens qui s'aiment et se tuent
Combien j'en ai connu, à chacun son histoire
Des histoires qui font partie de moi
Ma vie je la chante, je suis à mi-chemin, qui m'écoute me croit
Qui n'y croit pas s'en va
Mes nuits je les donne à ceux qui m'étonnent
Le ciel me pardonne, je ne sais pas tricher
Et voici les hommes qui m'ont laissé faire l'amour et la guerre
Pour mieux la gagner
Ma vie je la chante, parfois je l'invente
Sur les chemins sombres de l'éternité
Chaque ride à mon cœur est une belle fleur d'amour
Un roman, une histoire de défaite et de gloire de vérité
En mon âme, chaque ride retient des années de silence et de larmes
De paroles et de rires de bonheur, et de drame
De colères insensées malgré moi
Chaque ride à mon cœur est une belle fleur d 'amour
~ Musique ~
À mon front, j'ai gravé des médailles
Des blessures au visage et à l’âme
Comme autant de batailles pour l'amour de l'amour
Pour l'amour de la vie avec toi......
..................MA VIE JE LA CHANTE
1974
L.Bereta/P.Sevran/D.Modugno-Tokapi
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----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------La rosa che ho amato è morta nel mese di maggio
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