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Qual è la cosa più bella? ...ciò che uno ama. (Saffo)
domenica 10 maggio 2026
AL VIA IL SALONE DEL LIBRO DI TORINO 2026 ALLA SUA XXXVIII EDIZIONE AL LINGOTTO FIERA
Il Salone del Libro di Torino 2026 sceglie Elsa Morante e il suo titolo più inquieto: Il mondo salvato dai ragazzini. Ma quali ragazzi possono davvero salvare oggi un mondo attraversato da guerre, post verità, post democrazia nel disordine globale?
Il mondo salvato dai ragazzini. Ma da quali ragazzini?--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
La XXXVIII edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino 2026 ha scelto come tema una frase di Elsa Morante: Il mondo salvato dai ragazzini. Il titolo viene dal libro pubblicato dalla Morante nel 1968 e sarà il filo conduttore del Salone che si terrà dal 14 al 18 maggio al Lingotto.
È facile trasformare uno slogan simile in una celebrazione retorica della giovinezza. Più difficile è prenderlo sul serio. Perché i “ragazzini” di oggi non sono automaticamente innocenti, né puri, né migliori degli adulti. Crescono dentro lo stesso caos del nostro tempo: guerre permanenti, violenza verbale, social network trasformati in tribunali, propaganda politica, solitudine digitale, economie predatorie, paure collettive. Crescono dentro un mondo che spesso li usa come pubblico, mercato o bersaglio.
Eppure la frase della Morante continua a colpire perché contiene una domanda implicita: chi può ancora rompere il meccanismo stanco e feroce con cui gli adulti stanno consumando il pianeta?
Forse non i giovani ridotti a imitazione precoce degli adulti. Non quelli già addestrati al cinismo, all’esibizione continua di sé, alla superficialità obbligatoria. Non quelli che ripetono slogan senza pensiero, da qualsiasi parte provengano.
I ragazzini che possono “salvare il mondo” sono forse quelli che conservano ancora una forma di disobbedienza interiore. Quelli che sanno sottrarsi al conformismo del branco digitale. Quelli che leggono lentamente in un’epoca isterica. Quelli che riescono ancora a provare vergogna davanti alla crudeltà e stupore davanti alla bellezza. Quelli che non considerano normale vivere dentro un linguaggio sempre più aggressivo e impoverito.
In questo senso il riferimento della Morante è meno ingenuo di quanto sembri. Nei suoi libri l’infanzia e l’adolescenza non sono mai sentimentalismo. Sono piuttosto una forza anarchica, fragile e ribelle, capace talvolta di vedere ciò che il mondo adulto non vede più.
Anche il Salone del Libro sembra voler indicare questa direzione. La direttrice editoriale Annalena Benini ha definito il tema “un messaggio di speranza”, mentre la lezione inaugurale sarà affidata alla scrittrice Zadie Smith con un intervento dedicato proprio all’adolescenza.
Ma la speranza, oggi, non può essere una parola ornamentale. Il mondo contemporaneo non è soltanto “in crisi”: è entrato in una zona di disordine permanente. Guerre vicinissime all’Europa, nuove tensioni imperiali, radicalizzazioni ideologiche, informazione manipolata, tecnologie sempre più potenti e coscienze sempre più fragili.
Dentro questo scenario, forse, salvare il mondo significa prima di tutto salvare la capacità umana di distinguere il vero dal falso, la realtà dalla propaganda, il linguaggio vivo dal rumore continuo.
E qui la letteratura conta ancora. Non perché cambi magicamente la storia, ma perché insegna a guardare più in profondità. Un libro non ferma una guerra. Però può impedire a una mente di diventare completamente schiava del proprio tempo.
Forse i “ragazzini” evocati dalla Morante sono proprio questo: esseri umani non ancora interamente colonizzati dal cinismo dominante. Non innocenti, ma ancora incompiuti. E proprio per questo ancora aperti alla possibilità di cambiare direzione.
In fondo, ogni civiltà si salva — o si perde — nel modo in cui guarda i propri giovani. Non per idolatrarli. Ma per capire se dentro di loro esiste ancora una domanda autentica sul senso del mondo----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------Dentro e fuori il Lingotto: il Salone come specchio del nostro tempo-----------------------------------------------------------
Il Salone del Libro non è più soltanto una fiera editoriale. Da anni è diventato qualcosa di più vasto e ambiguo: una gigantesca rappresentazione culturale del nostro tempo. Nel maggio torinese il Lingotto si trasforma in una città nella città, attraversata da scrittori, editori, studenti, influencer culturali, insegnanti, giornalisti, giovani lettori e semplici curiosi. Una folla enorme che cerca ancora nei libri qualcosa che resista alla velocità distruttiva del presente.
L’edizione 2026, ispirata a Elsa Morante e al suo Il mondo salvato dai ragazzini, sembra voler accentuare questa dimensione. Non solo letteratura, ma anche linguaggi nuovi, adolescenza, trasformazioni sociali, identità, immaginario digitale. La lezione inaugurale affidata a Zadie Smith sarà dedicata proprio all’età estrema dell’adolescenza: quella stagione in cui tutto appare assoluto e definitivo.
Dentro il Lingotto ci saranno migliaia di eventi, incontri e dibattiti: oltre 2.700 appuntamenti distribuiti nei vari padiglioni, con più di 1.200 marchi editoriali presenti. Ma il punto interessante non è il numero. È capire che cosa cercano davvero oggi le persone in mezzo a questa enorme macchina culturale.
Molti giovani arrivano al Salone non soltanto per comprare libri. Cercano esperienze, identità, appartenenza. Cercano volti da ascoltare dal vivo in un’epoca sempre più mediata dagli schermi. Cercano ancora una forma di comunità reale, fisica, imperfetta.
Ed è forse questo il vero evento del Salone: vedere migliaia di ragazzi attraversare corridoi pieni di carta in un tempo dominato dagli algoritmi.
Naturalmente sarebbe ingenuo idealizzare tutto questo. Il Salone è anche industria culturale, marketing editoriale, sovraffollamento, consumo rapido di eventi. Alcuni frequentatori storici lamentano da tempo un eccesso di folla, spazi soffocanti, difficoltà nel vivere davvero i libri con calma e concentrazione. In rete c’è chi parla apertamente di un’esperienza diventata troppo commerciale e dispersiva.
Ma proprio questa contraddizione rende il Salone interessante. Perché riflette il nostro presente: il desiderio autentico di cultura convive continuamente con la spettacolarizzazione della cultura stessa.
E poi c’è il “fuori”. Torino durante il Salone cambia volto. Non esiste più una netta separazione tra la fiera e la città. Il cosiddetto Salone Off invade librerie, teatri, cinema, scuole, biblioteche, cortili, locali notturni, periferie. La letteratura esce dai padiglioni e prova a respirare nel tessuto urbano.
È forse qui che il Salone trova la sua dimensione più viva. Non nella passerella ufficiale, ma nei margini: nelle piccole case editrici nascoste, nelle discussioni improvvise fuori dagli incontri, nei ragazzi seduti per terra a leggere, nei dialoghi notturni dopo gli eventi, nei tram pieni di libri e stanchezza.
Torino in quei giorni appare come una città attraversata da una febbre culturale particolare. Persino chi non entra al Lingotto finisce per essere coinvolto. I caffè si riempiono di conversazioni letterarie, gli alberghi vanno esauriti settimane prima, le strade attorno alla fiera diventano un flusso continuo di zaini, parole e attese.
Eppure resta una domanda più dura, forse inevitabile.
Può davvero la cultura incidere in un’epoca dominata dalla guerra permanente, dalla propaganda digitale e dall’instabilità globale?
Il rischio è che eventi come il Salone diventino soltanto una parentesi rassicurante per ceti colti sempre più chiusi dentro le proprie bolle culturali. Ma esiste anche la possibilità opposta: che proprio questi spazi servano ancora a difendere qualcosa di essenziale, cioè la complessità del pensiero umano contro la semplificazione continua del presente.
Forse oggi “salvare il mondo” non significa immaginare utopie eroiche. Forse significa semplicemente impedire che il linguaggio venga completamente degradato, che la memoria scompaia, che il pensiero critico venga sostituito dal riflesso automatico.
In questo senso i “ragazzini” evocati dalla Morante non sono santi né salvatori. Sono esseri umani ancora incompleti, e proprio per questo ancora capaci di scegliere.
È poco? Forse. Ma nel tempo storico che stiamo vivendo, anche questo poco può diventare..............................................................................................................................................................................................................................................................................................Fra gli autori imperdibili del Salone 2026-----------------------------------------------------------------------------------------------------Ogni Salone del Libro ha i suoi nomi inevitabili. Quelli che attirano file interminabili e trasformano gli incontri in eventi quasi rituali. Ma anche qui occorre evitare l’enfasi automatica. Non basta essere famosi per essere necessari. La domanda vera è: quali autori riescono ancora a dire qualcosa di vivo dentro il rumore del presente?
Fra gli ospiti più attesi del Salone 2026 ci sarà certamente Alessandro Barbero. Ormai il suo rapporto con il pubblico somiglia a un fenomeno culturale trasversale: studenti, adulti, ascoltatori digitali, lettori occasionali. Barbero riesce in qualcosa di raro: riportare la storia dentro il linguaggio vivo del presente senza trasformarla in semplificazione televisiva. In un’epoca che perde memoria storica, la sua presenza assume quasi un valore civile.
Molto atteso sarà anche David Grossman, presenza particolarmente significativa dentro il caos geopolitico contemporaneo. Grossman non appartiene alla categoria degli intellettuali urlanti. La sua scrittura continua invece a interrogare il dolore, il conflitto, la perdita e la possibilità difficilissima del dialogo. In tempi di polarizzazione assoluta, ascoltarlo potrebbe significare uscire per un momento dalla logica della propaganda reciproca.
Fra gli autori internazionali più importanti annunciati dal Salone ci sono anche Emmanuel Carrère, maestro dell’ambiguità fra autobiografia, reportage e romanzo, e Irvine Welsh, voce ancora abrasiva e notturna delle periferie contemporanee. Welsh, autore di Trainspotting, continua a raccontare esseri umani ai margini della rispettabilità sociale: tossici, esclusi, giovani perduti. Una presenza che dialoga in modo sotterraneo con il tema stesso del Salone.
Molto interessante anche la presenza di Lea Ypi, una delle voci europee più lucide sul rapporto fra libertà, ideologia e memoria politica. La sua riflessione nasce dall’esperienza concreta della fine dei regimi comunisti nell’Est europeo e parla direttamente a un continente che oggi sembra nuovamente attraversato da paure identitarie e tensioni autoritarie.
Sul fronte italiano, oltre ai nomi ormai storici come Corrado Augias e Massimo Cacciari, sarà interessante osservare il dialogo fra scrittura letteraria e nuovi linguaggi mediatici. Il Salone da tempo non ospita più soltanto romanzieri o filosofi, ma figure ibride: divulgatori, podcaster, personalità televisive, musicisti. Fra gli ospiti più popolari circolano infatti anche i nomi di Jovanotti, Fiorello e Roberto Baggio.
Qui il Salone mostra una trasformazione importante. La letteratura non vive più isolata. Dialoga
continuamente con spettacolo, musica, rete, cultura popolare. Questo può apparire come un impoverimento, ma può anche essere letto come un tentativo — non sempre riuscito — di impedire che i libri diventino un oggetto per pochi specialisti.
Resta però una tensione evidente. Molti lettori storici accusano il Salone di essere diventato troppo affollato, troppo spettacolare, troppo dominato dalle grandi case editrici e dai fenomeni commerciali del momento. Sui social e nei forum torinesi c’è chi rimpiange un’atmosfera più raccolta e meno “industriale”.
Eppure, anche dentro questa confusione, continuano a emergere incontri autentici. Perché spesso il vero autore “imperdibile” non è il nome gigantesco che riempie le sale. È magari quello scoperto per caso in uno stand laterale, in una piccola casa editrice quasi invisibile, lontano dalle file e dagli algoritmi culturali.
Forse il Salone conserva ancora questo valore: permettere l’imprevisto. Far inciampare il lettore in una voce che non stava cercando. E in tempi in cui tutto viene profilato, suggerito e previsto dalle piattaforme digitali, anche l’imprevisto culturale diventa qualcosa di prezioso.............................................................................................................................................................................................................................................................................................
La Grecia ospite: il Mediterraneo dentro il Salone..........................................................................................Fra le caratteristiche più importanti del Salone 2026 c’è la presenza della Grecia come Paese ospite d’onore. Non è una scelta soltanto simbolica o turistica. Dentro un’Europa attraversata da guerre, crisi identitarie e paure geopolitiche, la Grecia riporta al centro il Mediterraneo come luogo originario della cultura europea, ma anche come frontiera inquieta del presente.
Il programma greco non sarà confinato dentro il Lingotto. Torino verrà attraversata da cinema, mostre, concerti, teatro, incontri e danze tradizionali elleniche diffusi anche nel Salone Off. La rassegna dedicata alla cultura greca porterà significativamente il titolo “Cultura ellenica in atto, dai secoli al presente”.
È interessante che il Salone dedicato ai “ragazzini” scelga proprio la Grecia come interlocutore culturale. Perché la Grecia rappresenta insieme l’origine e la crisi dell’Europa: la filosofia, il mito, la tragedia, ma anche la fragilità contemporanea del Mediterraneo, le migrazioni, il rapporto fra memoria e rovina.
Fra gli autori greci più attesi ci saranno Petros Markarīs, maestro del noir mediterraneo, Dimitris Dimitriadis, voce radicale del teatro contemporaneo, Ersi Sotiropoulou, Dimitris Lyacos e Angela Dimitrakaki. Una presenza che porterà dentro il Salone una letteratura spesso più inquieta, politica e visionaria di quanto il pubblico italiano immagini.
Ma il Salone 2026 avrà anche altre caratteristiche specifiche molto evidenti.
Anzitutto l’espansione degli spazi dedicati ai giovani lettori. Il Bookstock — il grande spazio rivolto a scuole, adolescenti e nuove generazioni — sarà ancora più ampio e articolato, con laboratori, fumetto, illustrazione, scrittura, arte, scienza e nuovi linguaggi.
Ci sarà inoltre una forte attenzione alle contaminazioni culturali: sport, stand-up comedy, podcast, romance, autopubblicazione, fumetto e cultura digitale. È il segno di un Salone che prova a intercettare linguaggi diversi dalla letteratura tradizionale. Alcuni lo considerano un arricchimento, altri temono una progressiva trasformazione della cultura in intrattenimento.
Fra le novità più interessanti c’è anche l’utilizzo della Pista 500 sul tetto del Lingotto, trasformata in spazio per incontri, installazioni e performance artistiche. Una scelta significativa: il Salone tende sempre più a uscire dai suoi confini classici per diventare esperienza urbana diffusa.
Resta però la domanda decisiva: tutta questa enorme macchina culturale riesce ancora a produrre pensiero vero, oppure rischia di diventare soltanto un gigantesco evento da attraversare rapidamente, fotografare e consumare?
Forse il senso più profondo del Salone 2026 sarà proprio questo conflitto. Da una parte il bisogno autentico di cultura, memoria e profondità. Dall’altra la pressione continua dello spettacolo, della velocità e della sovraesposizione.
E dentro questo conflitto, i “ragazzini” evocati dalla Morante restano una figura aperta e irrisolta. Non salvatori romantici. Ma forse gli ultimi esseri umani ancora capaci di immaginare qualcosa che gli adulti hanno smesso di vedere.......................................................................Il fenomeno Romance: ragazze, social e nuove forme della lettura......................................Fra i fenomeni più evidenti del Salone 2026 ci sarà ancora una volta l’esplosione del romance. Un genere che per anni è stato guardato con sufficienza da una parte della cultura ufficiale e che oggi invece occupa scaffali enormi, code interminabili, community online potentissime e soprattutto un pubblico giovanissimo e quasi interamente femminile.
Basta attraversare il Lingotto durante gli incontri dedicati al romance per capire che non si tratta più di una nicchia. Ragazze adolescenti e ventenni arrivano con pile di libri da far firmare, seguono autrici come fossero rockstar, discutono sui social di personaggi, relazioni, finali, scene emotive. TikTok — attraverso il fenomeno #BookTok — ha trasformato la lettura in un’esperienza collettiva, emotiva e virale.
Molte lettrici leggono in modo quasi compulsivo: decine di libri all’anno, talvolta al mese. In un’epoca che ripete continuamente che i giovani non leggono più, il romance dimostra invece qualcosa di diverso: i giovani leggono eccome, ma seguono percorsi culturali spesso ignorati o disprezzati dagli ambienti letterari tradizionali.
Naturalmente il fenomeno merita uno sguardo meno superficiale sia dell’entusiasmo automatico sia del disprezzo elitario.
Una parte del romance contemporaneo funziona infatti secondo meccanismi seriali molto ripetitivi: relazioni tossiche romanticizzate, modelli emotivi stereotipati, personaggi costruiti per dipendenza affettiva più che per profondità psicologica. Alcuni libri sembrano progettati direttamente per la viralità social: frasi evidenziabili, emozioni immediate, identificazione rapida, consumo velocissimo.
Ma liquidare tutto questo come semplice letteratura commerciale sarebbe un errore.
Il successo del romance racconta anche un vuoto emotivo enorme nelle nuove generazioni. Molte ragazze cercano in questi libri intensità sentimentale, protezione immaginaria, ascolto emotivo, possibilità di evasione da una realtà percepita come instabile e aggressiva. Dentro una società sempre più fredda, competitiva e frammentata, il romance offre una forma di coinvolgimento affettivo continuo.
E forse proprio qui emerge un aspetto interessante: mentre una parte della cultura contemporanea diventa sempre più ironica, cinica e distaccata, il romance rivendica apertamente il diritto all’emozione. Talvolta in modo ingenuo, certo. Talvolta perfino manipolatorio. Ma comunque reale.
Il Salone 2026 sembra aver compreso perfettamente la forza di questo fenomeno. Gli spazi dedicati al romance e alle community nate sui social saranno fra i più frequentati dell’intera manifestazione, con incontri pensati soprattutto per lettrici giovani e creator digitali. (salonelibro.it)
È un cambiamento culturale importante. Per decenni il lettore “forte” immaginato dall’editoria italiana coincideva quasi sempre con un adulto colto e tradizionale. Oggi invece una parte decisiva del mercato librario è sostenuta da adolescenti e giovani donne che costruiscono gusti, classifiche e successi editoriali direttamente attraverso i social.
Questo può produrre effetti contraddittori. Da un lato il rischio di una lettura sempre più guidata dagli algoritmi emotivi delle piattaforme. Dall’altro, però, la nascita di nuove comunità di lettrici appassionate, capaci di riportare il libro dentro la vita quotidiana.
E forse il punto centrale è proprio questo: non bisogna chiedersi se il romance sia “alta” o “bassa” letteratura. La domanda più interessante è un’altra. Che cosa sta cercando davvero una generazione di ragazze che legge con questa fame emotiva?
Perché ogni fenomeno letterario di massa, anche il più commerciale, rivela sempre qualcosa di profondo sul desiderio collettivo di un’epoca.
Atonio Miredi
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INFO e Programma completo: https://www.salonelibro.it/
Il mondo salvato dai ragazzini: la luce inquieta di Elsa Morante di Antonio Miredi------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Nel titolo del Salone Internazionale del Libro di Torino 2026 — Il mondo salvato dai ragazzini — risuona non soltanto il nome di un libro di Elsa Morante, ma una vera dichiarazione poetica ed esistenziale. Pubblicato nel 1968, in uno degli anni più incandescenti e spartiacque del Novecento, questo testo rimane ancora oggi un oggetto letterario irregolare, difficile da classificare, refrattario a ogni riduzione scolastica o ideologica. Non è soltanto un libro di poesie. Non è soltanto un poema civile, una tragedia, una ballata, un manifesto generazionale o un teatro visionario. È tutte queste cose insieme, e insieme qualcosa di ulteriore: un attraversamento della vita nella scrittura e della scrittura nella vita.
Elsa Morante appartiene a quella rarissima specie di autori per i quali la letteratura non è mai separabile dall’esistenza vissuta. La sua opera nasce da un’urgenza totale, quasi sacrificale. In lei la parola poetica non è ornamento, ma combustione interiore. E proprio Il mondo salvato dai ragazzini rappresenta forse il luogo in cui questa combustione appare nella sua forma più nuda, più sperimentale, più rischiosa.
Il libro nasce dentro una crisi personale e storica. Il 1968 non è soltanto il tempo delle rivolte studentesche, delle utopie politiche e delle trasformazioni culturali: è anche il momento in cui il mondo occidentale comincia a percepire il proprio smarrimento profondo, la propria irrealtà. Morante lo sente con lucidità feroce. Nei suoi saggi di quegli anni — soprattutto in Pro o contro la bomba atomica — la scrittrice parla della perdita della realtà, della degradazione dell’umano in spettacolo, consumo, potere. La sua risposta non è ideologica: è poetica.
Per questo i “ragazzini” evocati nel titolo non sono semplicemente i giovani del Sessantotto. Sono figure archetipiche, creature ancora non completamente corrotte dall’irrealtà del mondo adulto. Nei bambini, negli esclusi, nei marginali, nei “Felici Pochi” che attraversano il libro, Morante intravede un residuo di innocenza salvifica. Ma sarebbe un errore leggere tutto ciò ingenuamente. L’innocenza morantiana non è mai candore sentimentale: nasce invece da una conoscenza dolorosa del male e della distruzione.
La struttura stessa del libro rivela questa complessità. Poesia lirica, canzone popolare, tragedia, teatro, invettiva, filastrocca, visione apocalittica: i generi si contaminano continuamente. Il libro procede come una liturgia spezzata e insieme festosa, quasi un funerale catartico celebrato nella gioia febbrile della scrittura. Morante distrugge le frontiere tra “alto” e “basso”, tra cultura colta e cultura popolare, tra tragedia e ironia. Anticipa forme ibride che diventeranno comuni soltanto decenni dopo.
Dentro questo laboratorio poetico entrano anche esperienze biografiche profonde e spesso poco esplicitate. Fondamentale fu il rapporto con il giovane artista americano Bill Morrow, bellissimo e inquieto, conosciuto a New York e nei primi anni Sessanta portato dalla Morante a Roma. La sua morte prematura — precipitato da un grattacielo nel 1962 — segna la scrittrice in modo devastante. La copertina originaria del libro riproduce proprio un’opera di Morrow, mentre la sezione Addio assume il tono di un lacerante congedo amoroso. In queste pagine la perdita privata diventa canto universale, elegia cosmica.
Anche la cosiddetta “Commedia chimica”, spesso liquidata superficialmente come semplice testimonianza psichedelica, va letta in profondità. Morante ebbe realmente esperienze con LSD e altre sostanze allucinogene, ma nel libro esse non vengono celebrate come evasione. Al contrario, appaiono come un tentativo estremo di attraversare il visibile, di forzare i limiti della percezione per raggiungere una verità ulteriore. Vi è qui tutta l’ambiguità di una stagione storica che cercava salvezza attraverso l’espansione della coscienza e insieme rischiava continuamente di precipitare nel vuoto.
Riletto oggi, Il mondo salvato dai ragazzini appare un’opera profetica. In un tempo dominato dal disincanto, dal cinismo mediatico e dalla riduzione della cultura a intrattenimento, la voce di Morante conserva una forza quasi scandalosa. La sua è una “luce oscura”: illumina proprio perché non nasconde il dolore, il lutto, la contraddizione. Non promette consolazioni facili. Chiede invece alla letteratura di restare fedele alla vita, anche quando la vita appare insensata o devastata.
Forse è proprio questo il senso più profondo della scelta del Salone del Libro di Torino 2026. Tornare a Morante oggi significa ricordare che la letteratura può ancora essere una forma di resistenza spirituale contro l’irrealtà del presente. Significa difendere l’infanzia non come età anagrafica, ma come capacità di stupore, di desiderio, di visione. Significa credere che, nonostante tutto, il mondo possa ancora essere salvato da coloro che non hanno smesso di guardarlo con occhi vivi.
Il mondo salvato dai ragazzini non è un libro del passato. È un libro che continua a venirci incontro, come una stella inquieta e necessaria.
(Antonio Miredi)
sabato 2 maggio 2026
L'ULTIMO MAGGIO DI DALIDA: A QUASI 40 ANNI DAL SUICIDIO DI UNA GRANDE INTERPRETE ANCORA SULLA SCENA
QUANDO LA TENEREZZA RESTA TUTTA SOLA : di Antonio Miredi -------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
“…le samedi soir quand la tendresse s'en va toute seule…”---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Era un insolito freddissimo sabato del due maggio quando la “tenerezza” di Jolanda capì che era arrivato il tempo per dire basta alla sua “maschera “ canora. Ci aveva provato esattamente vent’anni prima, ma si era miracolosamente salvata, e aveva saputo attraversare il suo lungo inverno rinascendo alla vita. Questa volta sapeva di non dover sbagliare, ancora una volta recitò una sua teatrale messa in scena, fece finta di uscire dalla sua bellissima casa sulla collina di Montmartre dove affacciandosi poteva vedere Parigi ai suoi piedi, lei, la itolo-egiziana che aveva incendiato il cuore dei francesi, non sempre così aperti verso gli stranieri, ma dopo un inutile giro in auto ritornò nella sua stanza da letto.
Si coricò e prima di chiudere gli occhi, il tempo per scrivere un biglietto a coloro che nel mondo l’avevano amata attraverso la sua maschera canora : “Pardonnez-moi, la vie m'est insupportable”.
Iolanda non voleva tradire e non ha tradito Dalida. Il tempo è sembrato finalmente quello in cui la Iolanda che aveva paura del buio e i cui riflettori del palcoscenico ferivano i suoi occhi obliqui, doveva cedere il posto all'artista immortale.-------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Dalida (pseudonimo di Jolanda Cristina Gigliotti)
Il Cairo, 17 gennaio 1933 – Parigi, 3 maggio 1987------------------------
Foto dal sito Facebbok Dalida tribute from dalida.com La tomba col monumento a Dalida al cimitero parigino di Dalida, circondata da fiori freschi. Un culto alla memoria rimasto sempre vivo grazie a fans di tutto il mondo,
In foto : Maison de la rue d’Orchampt, dans le quartier de Montmartre, Paris... Un peccato che la casa dove ha abitato Dalida non sia diventato un Museo|---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
DALIDA: UNA VITA TUTTA CANTATA.....................------------------------------------------------------------------------------------------------------
Vieni ma non venire con la solitudine/
Quando il sipario un giorno si chiuderà/
Il sipario dovrà scendere solo dietro di me/
Vieni ma non venire nella solitudine/
Io che ho sempre scelto tutto della mia vita/
Voglio scegliere anche la mia morte/
…...
Voglio morie sulla scena/
Cantando fino all’ultima canzone/
Con una morte ben orchestrata/
Voglio morire sulla scena/
È sulla scena che io sono nata/
da “Morire sulla scena” di Dalida ( Traduzione A.M. )------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
C’è una canzone che, più di ogni altra, sembra chiudere il cerchio.
Mourir sur scène.
Non è un testamento, e nemmeno una profezia in senso semplice.
È qualcosa di più inquieto: una dichiarazione di coerenza.
Morire sulla scena,
sotto la luce,
davanti agli altri.
Quando Dalida canta queste parole, non sta immaginando un finale spettacolare. Sta dicendo, con una lucidità quasi spietata, che non esiste per lei un “fuori scena” .La sera di un sabato del 1987, a Parigi, Dalida muore.
Non sotto i riflettori reali ma sempr e ancora in una scena simbolica. Nata a Il Cairo, consacrata a Parigi, Dalida ha attraversato lingue, epoche, generi musicali e generazioni sempre nuove e sempre fedeli..
Molti artisti interpretano.
Lei faceva qualcosa di più e diverso: interpretando faceva coincidere
le sue canzoni coi ricordi attraverso i gesti spontanei e teratrali, le mani affusolate e nervose, i capelli lunghi e fluenti, il corpo stesso sempre dento le metamorfosi del tempo e delle mode. Canzoni non solo come rifugi, canzoni come vere e propreie personali esposizioni.
In Je suis malade, la voce non recita il dolore: lo sostiene, lo tiene aperto.
In Il venait d’avoir 18 ans, il racconto non protegge, ma espone una zona fragile, ambigua e reale vissuta attraverso il tempo che passa
E così via, senza mai costruire una distanza di sicurezza.
Eppure, in un senso più profondo, senza uscire davvero da quella scena che era stata tutta la sua vita.
Mourir sur scène non si realizza letteralmente.
Ma si realizza in modo più radicale:
la scena non finisce mai.
Non c’è sipario.
Non c’è dietro.
Non c’è salvezza nella vita privata.
Dalida ha attraversato lingue, epoche, generi musicali, si diceva, ma soprattutto ha attraversato sé stessa.
In questo sesnso la fascinazione di Dalida continua attraverso una mitologia pop con il carico di un suo tragico mistero luminoso e oscuro ma esposto anche alla banalizzazione di uno stereotipo consumistico. Commuove ed esalta la fedeltà con cui ammiratori e persone la ricordono e la ripropongono senza barriere di età e distanze geografiche. Le canzoni restano una colonna sonora delle vite ieri e oggi. (© Antonio Miredi)-
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Ma vie je la chante, c'est une romance
Que je recommence un peu chaque matin
Ma vie je la chante debout sur les planches
Sous la lumière blanche des soleils fabriqués
La route qui mène au fond de soi même de joie et de peine
Est toujours tracée
Je tourne la page pour d'autres voyages
Je plie les bagages de mes souvenirs
Chaque ride à mon cœur est une belle fleur d'amour
Une amère conquête, un ancien mal de tête d'un rêve déçu
Une vie partagée et vécue
Entre des gens qui s'aiment et se tuent
Combien j'en ai connu, à chacun son histoire
Des histoires qui font partie de moi
Ma vie je la chante, je suis à mi-chemin, qui m'écoute me croit
Qui n'y croit pas s'en va
Mes nuits je les donne à ceux qui m'étonnent
Le ciel me pardonne, je ne sais pas tricher
Et voici les hommes qui m'ont laissé faire l'amour et la guerre
Pour mieux la gagner
Ma vie je la chante, parfois je l'invente
Sur les chemins sombres de l'éternité
Chaque ride à mon cœur est une belle fleur d'amour
Un roman, une histoire de défaite et de gloire de vérité
En mon âme, chaque ride retient des années de silence et de larmes
De paroles et de rires de bonheur, et de drame
De colères insensées malgré moi
Chaque ride à mon cœur est une belle fleur d 'amour
~ Musique ~
À mon front, j'ai gravé des médailles
Des blessures au visage et à l’âme
Comme autant de batailles pour l'amour de l'amour
Pour l'amour de la vie avec toi......
..................MA VIE JE LA CHANTE
1974
L.Bereta/P.Sevran/D.Modugno-Tokapi
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----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------La rosa che ho amato è morta nel mese di maggio
martedì 19 agosto 2025
Sul filo dei giorni e della memoria- RACCONTI
Sul filo dei giorni si intrecciano istanti e ricordi, voci e silenzi. Ogni Racconto è un passo su questa corda tesa tra presente e memoria, dove il tempo non scorre in linea retta ma si avolge, ritorna, si perde, si ritrova. Tra ciò che è accaduto, cio che accade e ciòche può ancora accadere.
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UN FERRAGOSTO IN OSTERIA CON UN PITTORE E UN POETA: LORENZO MARIA BOTTARI E GUIDO OLDANI--------------------------------------------------------------------------------------------------------------di Antonio MirediI-------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
A Torino a Ferragosto, la città semi deserta, il caldo africano e afoso, l'aria irrespirabile, i pochi amici lontani. Non potendo salire in montagna, né cercare refrigerio altrove, cerco una alternativa più a mia misura.
Un ferragosto in compagnia di un pittore e un poeta. Il luogo, una osteria in aperta campagna, vicino Lodi, per una umana convivialità attorno a un tavolo e del buon cibo. Il pittore è Lorenzo Maria Bottari, con cui da trentacinque anni condivido un sodalizio artistico tra pittura e scrittura con progetti, mostre, eventi. Il poeta è Guido Oldani, conosciuto in occasione della mostra, alla storica Libreria Bocca di Milano dell'artista Bottari, attualmente ancora in corso, con dodici tele sui Mesi dell'Anno, ispirate a delle poesie inedite di Oldani. Mostra che alla sua inaugurazione ho presentato e che ha anticipato la prossima uscita del Calendario d'Arte 2026 di Lorenzo Maria Bottari. Tra una portata e l'altra, nel vociare allegro e nel via vai del personale di questa tipica locanda di campagna dal mangiare genuino e l'atmosfera familiare, Oldani non parla molto con le parole. Sono i suoi occhi a parlare: pieni di luce di una tenerezza che ha saputo conservare tracce di una vispa fanciullezza. La sua poesia, io credo, pur immersa in un realismo che sembra segnare il logoramento e l'entropia del quotidiano, non è priva di una scintilla vitale : l'ironia e il rovesciamento narrativo-surreale agiscono
come un specie di energia che riscatterebbe il caos e lo sguardo disincantato della realtà. Dietro l'apparente “terminale” delle cose c'è sempre una curiosità viva, un cuore che osserva il mondo con stupore e leggerezza.
Un gioco di nuvole così belle da sembrar finte nella tersa luce di un raro cielo azzurrino, il silenzio di pace di una campagna immersa nel verde a due passi dalla metropoli rumorosa e affollata....
Lorenzo Maria Bottari rompe il silenzio con l'irruenza e l'esuberanza tipica della sua accesa tavolozza pittorica.
Alle parole fa seguire il gesto, come una improvvisata action painting:
si fa dare un fazzoletto da ristorante e con poche matite colorate, stende segni rapidi. Il verde nasce stropicciando rametti di prezzemolo fresco, il rosso rubino sgorga dal vino da tavola versato, trasformandosi in chicchi d'uva. Così, con gesti rapidi e pochi tratti realizza un omaggio a Bacco e a Oldani, facendo della convivialità un atto d' Arte.
Io, tra loro due, osservo, ascolto, lascio cadere qualche domanda.
Sono testimone ma anche protagonista a mio modo: con quella discrezione che mi appartiene e che sa aprirsi al racconto di un proprio vissuto in cui poesia e scrittura emergono come pratica e sguardo personale fin dalla mia adolescenza. Nella conversazione intercalo cultura sofisticata e cultura popolare. Non è ostentazione ma un modo per distinguere e far emergere i mondi diversi di ciascuno. Perché la vera ricchezza non nasce dall'uguale ma dall'incontro fra opposti, nel dialogo delle differenze.
A un certo punto, chiedo a Oldani quali sono i suoi poeti del cuore.
E, tra i poeti recenti, arriva il ricordo di Clemente Rebora. Un nome che illumina la tavola con la sua densità spirituale arrivata con la maturità e la vocazione al sacerdozio. Rimango sorpreso poi, quando accennando al mio cognome, fa notare che in Italia non vi sono altri casi di omonimia. Si, è un cognome unico, e velocemente lo ricollego al “romanzo di famiglia”.
Ci si avvia verso l'uscita dal locale con un brindisi allegro esteso alla sala con una preziosa bottiglia che l'artista Bottari ha voluto personalmente portare da casa.
Lorenzo Maria Bottari ha saputo, ancora una volta, catalizzare l'attenzione generale.
Il finale della giornata a pranzo è con una inattesa proposta di Guido Oldani, subito accolta, prima di riaccompagnarlo nella casa di Melegnano.
Rendere omaggio a un eroe del nostro tempo, caduto nel silenzio, morto in una tragedia che in realtà è stato un incidente simulato, Enrico Mattei.
Nella campagna fra Lodi e Pavia, un memoriale semplice e naturale lo ricorda. Un quadrilatero di alberi con all'interno tre querce quasi intrecciate tra loro. E' commovente trovarsi lì, respirare tra foglie viventi, senza la volgarità dei selfie, in un silenzio che custodisce rispetto e memoria. La nostra presenza silenziosa diventa un abbraccio poetico a questo monumento naturale, così diverso dai sacrari retorici dove si glorifica la formula astratta “Dio Patria Famiglia”.
Parlare di Mattei significa ricordare come il nostro Paese, sconfitto nella Seconda Guerra mondiale, sia rimasta una nazione a sovranità limitata. La presenza della mafia e dei
servizi segreti di area occidentale, soprattutto americana, a lungo hanno ostacolato ogni tentativo di autonomia politica ed economica. Per Mattei, il sogno di un'indipendenza italiana fondata sul petrolio diventa fatale. La sua morte si lega, in un filo oscuro, forse a quella di Pier Paolo Pasolini, che nel suo ultimo e controverso romanzo – non a caso intitolato “Petrolio”- denuncia corruzioni, scandali e stragi che hanno insanguinato il nostro povero Paese.
Così noi tre, in silenzio, sentiamo di condividere qualcosa che va oltre la poesia e la pittura: un atto di memoria viva, un omaggio e insieme un atto di resistenza contro l'oblio. (Antonio Miredi)
Memoriala Enrico Mattei
(Foto a.m.))
martedì 5 agosto 2025
ALLA STORICA LIBRERIA BOCCA LA MOSTRA DI LORENZO MARIA BOTTARI ISPIRATA ALLA POESIA DI GUIDO OLDANI
Un intreccio di celebrazioni alla storica libreria Boca di Milano: La celebrazione con annullo filatelico dei 250 anni della libreria, la mostra con le tele di Lorenzo Maria Bottari intitolata I Dodici mesi, ispirate ai versi inediti di Guido Oldani, ideatore del Realismo Terminale, movimento poetico al suo quindicesimo anno di attività e presenza. Anteprima di un calendario d'arte 2026 di prossima uscita, che vede in dialogo dialettico pittura e poesia. Le tele rimarranno in esposizione fino a tutto agosto 2025.
(Foto a.m.)-------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
UN DIALETTICO DIALOGO TRA PITTURA E POESIA NELLA DIMENSIONE DEL CUORE IN UNO SPAZIO RICCO DI MEMORIA E ARTE---------------------------------------------------------------------------------------------------di Antonio Miredi---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------Nel cuore battente di Milano, sotto la volta ottocentesca della Galleria Vittorio Emanuele, c'è una soglia che somiglia più a un passaggio d'anima che a un negozio di libri: la Libreria Bocca. Fondata a Torino nel 1775 - ma su questa data Giorgio Lodetti continua a indagare con una appassionante ricerca storico-filologica - in quell'humus che fu culla di riforme illuministe e fervore tipografico. Un luogo in cu si vivono eventi, incontri e mostre.
In corso la mostra con le tele dell'artista Lorenzo Maria Bottari, ispirate alle poesie inedite di Guido Oldani. La mostra intitolala I dodici mesi si dispiega come un rito visivo di una anteprima, il Calendario d'Arte 2026 di prossima uscita. A confronto due poetiche diverse: Bottari riscrive la realtà attraverso una immaginazione mitica, debordante, sensuale e onirica, Oldani al contario ha una scrittura affilata, asciutta pronta a ribaltare la metafora smascherando il degrado sociale che viviamo. Come è stao possibile allora questo dialogo? Attraverso un costante e fedele confronto nel tempo cementato da stima e rispetto.
Ci sono incontri che sembrano destinati a incontrarsi. Non per una forzatura, non per una decisione calata dall'alto ma perché entrambi aprono un varco nella propria visione d'arte. Il Calendario 2026, annunciato in anteprima alla inaugurazione della Mosta, nasce da uno di questi incontri e confronti
Da una parte GUIDO Oldani, poeta del realismo terminale, che da anni scava nella materia del quotidiano – non per esaltarla, ma per smascherarla. La sua parola è una lama ferma che taglia i detriti della realtà contemporanea: gli oggetti, la pubblicità, il consumo, il linguaggio che ci manipola. La sua poesia non canta: evidenzia, interroga, espone. Eppure, proprio lì – nella cruda evidenza delle cose – si apre uno spiraglio. Il verso si fa etico, civile, ma senza retorica. È una voce che ci obbliga a vedere.
Dall’altra parte Lorenzo Maria Bottari, pittore visionario e cosmopolita, che agisce invece per espansione del visibile. Bottari non teme il colore, l’intensità, il sogno, il simbolo. La sua pittura è un flusso che trabocca: le figure, gli oggetti, le presenze oniriche che abitano le sue tele, sembrano venire da un territorio antico che modernamente però ci riguarda. Se Oldani taglia il reale, Bottari lo dilata. Se Oldani smaschera, Bottari trasfigura.
Eppure, nel calendario, si incontrano. Perché un calendario è un tempo da abitare, una mappa su cui imprimere segni, visioni, parole.
In queste dodici tappe, poesia e pittura non si spiegano, non si illustrano: si ascoltano.
In un’epoca in cui tutto passa in fretta, un calendario resiste per un tempo che ci chiede di restare. Di guardarci intorno con più coscienza, e forse anche con più sogno.
Due artisti, due sguardi.
Dodici mesi per imparare a vedere in maniera nuova con la mente e col cuore. ( Antonio Miredi)
GUIDO OLDANI (Foro Antonio Miredi)
Lorenzo Maria Bottari e Giorgio Lodetti
Debora Bottari mentre legge una poesia del poeta Guido Oldani (Foto a.m.)
Un angolo della Libreria Bocca coni quadretti dell'artista Anna Laura Cantone (foto Antonio Miredi)
mercoledì 4 giugno 2025
EUTERPE Il mondo della musica e del canto
Recensioni, segnalazioni, interviste, storie
DUE CORI IN SCENA , UN UNICO RESPIRO ---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- -----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------di ANTONIO MIREDI----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
"Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni."
Parola di Shakespeare, e verità che si è fatta corpo e suono, almeno per una sera.
In un giardino simbolico, tra le pareti antiche e affrescate — superstiti e silenziose di un convento ora aula magna del Dipartimento di Biologia dell’Università di Torino.
Non uno spettacolo ma un rito della Musica.
Una celebrazione, quasi sacra, del legame profondo tra parola e musica.
Shakespeare in the Garden — Due cori, VocinCanto e INCONTROCANTO due tempi distinti.
Prima si sono alternati, come se si passassero il testimone di un canto antico e necessario.
Poi, solo nel finale, si sono intrecciati in un inno comune, dove le voci si sollevavano a formare un’unica voce plurale.
Da un lato, la parola teatrale di Shakespeare, che trovava nuova vita nella coralità;
dall’altro, la musica di un compositore vivente, Andrew Ardizzoia, presente tra il pubblico in occasione della prima assoluta in Italia.
La sua partitura si è fusa con lo spazio e con i corpi, come se avesse sempre atteso quel momento per nascere davvero.
La musica così impalpabile nel suo manifestarsi all'ascolto è pur sempre la rappresentazione della partecipazione del corpo di chi canta e chi suona. Essere davanti è allora entrare in questa corale rappresentazione in cui le mani trascendono il gesto.
Le mani lievi e fondamentali del maestro, Pietro Mussino che non dirigeva soltanto: accarezzava lo spirito musicale, accompagnando parola e suono come un pittore che tocca la tela per ascoltarla.
Le mani intense e leggere della pianista, Giorgia Talarico capaci di dare luce alla melodia come dita immerse in acqua viva.
Le mani dell’attore Simone Ricci — folletto uscito da La Tempesta — che faceva danzare la parola liberandola come un soffio antico.
E le mani umili dei coristi, che reggevano lo spartito: mani-sostegno, mani-ponte, mani che sanno restare invisibili perché tutto possa emergere.
In quella sala affrescata, tra biologia e poesia, la bellezza della creazione ha respirato oltre il tempo.
E il sogno, per un momento, si è svegliato reale. (Antonio Miredi)--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
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Shakespeare in the Garden Un florilegio di Musica e Poesia Coro Femmnile VocinCanto e Coro INCONTROCANTO
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Nuovo evento di Shakespeare in the Garden – Florilegio di Musica e Poesia al Tempio Valdese di Torino, il 7 giugno 2025
martedì 3 giugno 2025
ARCHIVISSIMA 2025 – A Torino il patrimonio della memoria e della conoscenza come uno spettacolo
Al suo decimo anno, un Festival unico in Italia e in Europa. Dal 5 all'8 giugno 2025, Torino ospita la promozione e valorizzazione dei patrimoni archivistici da vivere come una Festa
C’è un cuore di memoria che batte nascosto nelle città: il patrimonio invisibile archivistico. E per quattro giorni, dal 5 all’8 giugno, Torino gli spalanca le porte con Archivissima, l’unico festival in Europa interamente dedicato alla vita nascosta della memoria.
Non una rassegna per addetti ai lavori, ma una festa vera e propria. E come ogni festa ben riuscita, ci sarà da muoversi, scoprire... Questa edizione, la decima, ha un titolo che più attuale non si può: Dalla parte del futuro. Perché gli archivi non sono vecchi scatoloni polverosi. Sono sentinelle. Lì dentro c’è tutto ciò che ci ha fatto diventare chi siamo. E – sorpresa – molto di quello che potremmo ancora essere.---
La notte che accende il tempo---------------------------------------------------------
Il cuore del festival è la Notte degli Archivi, venerdì 6 giugno. Una notte bianca non di vetrine, ma di racconti. Scrittori, storici, artisti, archivi grandi e minuscoli, tutti insieme per una notte di luci accese sul passato che sa parlare al presente. Fra chi partecipa, anche Giulia Caminito con un testo inedito: un segno, forse, che la letteratura ha ancora molto da imparare dalla polvere giusta.......
Il teatro si racconta---------
Ci sono luoghi, come il Centro Studi del Teatro Stabile, dove la memoria non sta ferma. “Corpus – Fare memoria” è il titolo scelto per l’esperienza immersiva tra copioni, locandine, immagini e segreti di scena. Non è solo uno sguardo sul teatro torinese, è una specie di danza tra i corpi del tempo. Chi ama il palcoscenico saprà riconoscere in quelle carte qualcosa di vivo.-------
Giovani sguardi, nuove rotta-------
C’è poi il concorso per le scuole, altra perla del festival: un modo per dare voce a chi il futuro lo porterà davvero nel nome. L’archivio visto dagli occhi degli studenti diventa una mappa immaginaria per orientarsi nei giorni che verranno. E la promessa è quella di una pubblicazione collettiva: gesto semplice, ma potente.
Un viaggio senza biglietto-----
Archivissima è tutto gratuito. Basta il desiderio di esplorare. Le sedi sono sparse per la città: dalle Gallerie d’Italia al Polo del ’900, dalla Mediateca RAI al Circolo dei Lettori, passando per il Museo del Cinema. Ognuna racconta a modo suo una sfumatura diversa di questa grande conversazione fra tempo e forma, voce e custodia. A leggere con le dita, a capire con gli occhi. E, forse, a ricordare che il futuro comincia proprio dove meno ce lo aspettiamo: dentro un percorso di memoria rimasta lì, ad aspettarci. Forse non ci serve una macchina del tempo. Forse basta entrare in un archivio. Camminarci dentro, lasciarsi guardare dai documenti, ascoltare le voci di chi è passato prima di noi. È così che si impara a camminare nel futuro. (Antonio Miredi)-------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- INFO: https://www.archivissima.it/it
lunedì 2 giugno 2025
Al via il 28° Festival CinemAmbiente a Torino
Dal 5 al 10 giugno il cinema torna a interrogare la Terra. Clima, biodiversità e geopolitica al centro di un’edizione che intreccia urgenza, visione e bellezza.
TORINO RESPIRA IL MONDO------------------------------------
C’è un tempo in cui Torino si mette in ascolto della Terra. Sei giorni per dilatare lo sguardo e le coscienze. Dal 5 al 10 giugno ritorna il Festival CinemAmbiente, giunto alla sua 28ª edizione. Un appuntamento ormai essenziale per chi crede che il Cinema non sia solo narrazione, ma anche testimonianza e azione civile.
Settantasette film da ventisei Paesi e cinque continenti — è questo il mondo che arriva sotto la Mole, in immagini che non chiedono solo di essere guardate, ma vissute, comprese, discusse. Tre le grandi direttrici tematiche di quest’anno: crisi climatica, perdita di biodiversità, e una geopolitica dell’ambiente sempre più intrecciata con conflitti, migrazioni e nuove forme di potere.
Accanto ai documentari in concorso e alla sezione “Made in Italy”, spazio anche a proiezioni all’aperto, mostre fotografiche, incontri con registi, attivisti, scienziati. Tra questi, spiccano l’inaugurazione con il fotografo Gideon Mendel (Drowning World), la “CinemAmbiente Night” ai Murazzi e l’omaggio sonoro ai fondali marini con Wonders of the Sea del 1922, musicato dal vivo dai Perturbazione.
CinemAmbiente non consola, ma semina inquietudine e possibilità. Anche quest’anno, Torino accoglie il mondo nella sua forma più fragile e più vera: quella di un equilibrio da ritrovare, in cui arte, conoscenza e responsabilità possano ancora tenersi per mano. (Antonio Miredi)------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------ Informazioni più dettgliate con il programa completo: https://www.festivalcinemambiente.it/it/28-festival-cinemambiente/programma/32/
mercoledì 28 maggio 2025
LUCI. SCENA. TEATRO
Una rubrica dedicata a tutto ciò che accade dal vivo, là dove il gesto, la parola e il corpo si fanno arte in presenza.
Uno spazio per raccontare spettacoli, condividere impressioni, svelare dietro le quinte, incontrare chi il teatro lo fa, lo reinventa, lo abita.
Recensioni, interviste, riflessioni, anticipazioni.
Non una cronaca, ma uno sguardo. Non solo giudizi, ma risonanze.
Perché ogni spettacolo – anche il più piccolo – accende un frammento di verità, illumina il tempo, trasforma chi guarda.
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SIBALDI SOTTO IL RIFLETTORE MA PINOCCHIO SFUGGE ANCORA --------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Domenica pomeriggio, Torino. Caldo estivo, la città piena di eventi, eppure il CineTeatro Baretti è gremito. Tutto esaurito. Biglietto a 20 euro. Merito di Sibaldi o di Pinocchio?, verrebbe da chiedersi. Forse di entrambi. Sibaldi, voce pacata e con sospensioni d'attesa, sale sul palco sotto la luce di un riflettore. Seduto tiene la scena con un’intelligenza seduttiva. Parla di Pinocchio, ma in fondo sta parlando anche di sé e del suo modo di leggere il mondo: con ironia, allusione, sincretismo.
Inizia con un aneddoto: il suo incontro con la più importante pinocchiologa italiana (senza farne il nome) a cui ha rivolto una domanda insolita — «Che rapporto ha Pinocchio con la virilità?». La studiosa, racconta, non ha colto l’allusione, nemmeno quando lui ha accennato all’allungamento del naso; forse non vuole o non sa rispondere Il pubblico ride. È un inizio saporito.
Ma presto si avverte che molti dei riferimenti, delle letture, delle chiavi simboliche che Sibaldi offre sono già noti a chi conosce il Pinocchio nelle sue stratificazioni più profonde: da don Giussani al cardinale Biffi, da Elémire Zolla a interpretazioni teosofiche, psicoanalitiche, teologiche.
La sua abilità, indiscutibile, consiste nel sincretismo narrativo: fonde suggestioni disparate e le restituisce con empatia, come un eretico affabulatore . È efficace, suggestivo. Ma non sorprende chi, per affinità di cuore e lunga consuetudine, ha con il burattino un rapporto di intimo studio e diletto.
In questo senso il paradosso è evidente: da un lato Sibaldi invita a diffidare degli esperti, a fuggire il dogma e l’autorità; dall’altro, finisce per proporre — con tono mite ma autorevole — una propria verità iniziatica, che affascina il pubblico come fosse l’ultima rivelazione. Si predica il sapere di non sapere eppure finisce per offrire una sua gnosi, un sapere privilegiato da iniziati.
Quando prova a raccontare la vita di Collodi, inscindibile con la sua favola, si allude ma poi non spiega. Rasentando il pettegolezzo, ricorda la scelta del fratello di distruggere le lettere giudicate compromettenti per molte donne della buona società fiorentina per affermare: “ Non è proprio così, a Collodi le donne non interessavano!” Un tono così perentorio non può essere lasciato nell'aria in maniera vaga.
Un pubblico attentissimo, va detto, partecipe e silenzioso per due ore di fila. Così assorto da non disturbare nemmeno il cane in platea, che — in un teatrale paradosso — si comporta da spettatore perfetto.
Forse è proprio questa la chiave del suo successo: una combinazione di voce suadente, atmosfera oracolare, sapere sincretico e leggerezza ben dosata. Una formula che nel tempo, tra libri, corsi, social, video e conferenze, ha creato un pubblico fedele: affascinato più dallo stile con cui si dice che dal contenuto stesso di ciò che si dice? E che infondo non emerga una idea del tutto originale,
Sibaldi lo evidenzia toccando l’ultima scena del romanzo-favola. Parla del momento in cui Pinocchio, ormai bambino, guarda il burattino inerte e dice:
«Com’ero buffo!»
Si sofferma sull’aggettivo, ne apprezza la grazia, ma non va oltre. Non sembra cogliere che lì, proprio alla fine, Collodi compie un gesto sapiente e decisivo.
Non una nuva e ultima metamorfosi, ma uno sdoppiamento.
Non c’è un Pinocchio nuovo che ha abbandonato il vecchio: c’è una coscienza che si volge indietro e osserva il proprio doppio, che resta lì, visibile, inerte, ma non morto.
Il legno non muore.
Pinocchio non si “completa”.
Resta in soglia, sospeso tra ciò che era e ciò che finge di essere.
La favola non si chiude: finge di chiudersi. E, in quel finto lieto fine, brilla l’astuzia dell’autore.
Chi conosce Pinocchio profondamente, senza volerlo ridurre a verità iniziatica o a parabola morale, sa che non si lascia afferrare una volta per tutte.
È sempre un oltre e un altrove.
Alla fine Sibaldi, per niente stanco- potrebbe continuare a parlare se non ci fosse un altro Pinocchio pronto a salire sulla scena come spettacolo di varietà- accoglie il pieno meritato applauso della sala gremita. È questo il suo gioco – il suo mistero narrativo sventolato con le parole leggere e le parole profonde.
(Antonio Miredi) ----------------------------
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Torino, CineTeatro Baretti. 1° giugno 2025-----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------PINOCCHIO! IGOR SIBALDI- Evento speciale a chiusura del Torino Fringe Festival
Igor Sibaldi in attesa di salire sul palco per la Conferenza si Pinocchio (Foto ©a.m.)----------------------------------------------------------
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Dal cilindro di Flavio Albanese, Pinocchio con una e più voci -------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------Un solo attore, tante metamorfosi. È così che Flavio Albanese porta in scena Pinocchio al Teatro Baretti di Torino, per il Torino Fringe Festival: un'immersione scoppiettante di trovate dentro la favola immortale, rivisitata con la gioia del teatro di varietà, del mimo, dell’improvvisazione e della grande tradizione attoriale italiana.
Accanto a lui – o meglio con lui – un bellissimo burattino in legno snodabile, ricavato da un manichino, opera di un mascheraio sapiente: un Pinocchio lunare, metafisico, quasi un doppio silenzioso, che accompagna il trasformismo vulcanico dell’attore. Il burattino diventa specchio, complice, alter ego muto ma eloquente. E il teatrino stesso si fa personaggio, diventando teatro nel teatro, scena nella scena.
Albanese si fa corpo unico con la Favola, ma anche con il pubblico. È trasformista, , gigione, istrionico. Cade e si rialza con la lingua: dialetti, cadenze, inflessioni che giocano con l’italiano, lo deformano, lo accarezzano. Non mancano frecciatine politiche, ironia affilata, una sottile e tenera autoironia. Avendo imparato bene la lezione del Burattino, parte da Collodi e se ne discosta. Non cerca sperimentazioni ardite, analisi sofisticate, nuove interpretazioni, ce ne sono già abbastanza attorno a Pinocchio, e tante volte anche arbitrarie.
I personaggi? Indimenticabili, come li abbiamo amati nel libro di Collodi, ma riproposti in maniera divertente e divertita con il tocco libero dell' invenzione:
– Il Grillo Parlante ha la voce inconfondibile e fantasmagorica di Carmelo Bene.
– Il Gatto e la Volpe sono due compari irresistibili: il primo parla un napoletano scaltro e viscerale, il secondo un milanese lustrato e berlusconiano. C'è posto anche per le maschere italiane indimenticabili come quella con la mimica facciale e del corpo di Totò
La scena vive anche di improvvisazione: Albanese interagisce col pubblico, scarta dal copione, gioca con il momento. È lì, nel respiro vivo della sala, che la Favola rinasce. E come una carezza lieve, aleggia la musica dolce e malinconica di Fiorenzo Carpi: accompagna le trasformazioni, le nostalgie, lo sberleffo, senza mai forzare.
Il finale? È il lieto fine della favola, sì, ma non chiude il racconto fisicamente
dispiegato. Perché la meraviglia – o, meglio, la “maraviglia” collodiana – non si esaurisce, continua a vivere nello sguardo dello spettatore che esce dal teatro con un sorriso e un piccolo incanto in tasca. ANTONIO MIREDI----------------
-----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------Torino, Cineteatro Baretti, 27 maggio 2025-----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
LE AVVENTURE DI PINOCCHIO raccontate da lui medesimo
IL GRANDE VARIETÀ DI PINOCCHIO per piano; attore e burattino.
diretto e interpretato da Flavio Albanese,
al pianoforte M°Roberto Vacca,
collaborazione artistica Marinella Anaclerio,
musiche di Fiorenzo Carpi / a cura di Giulio Luciani,
voce della fatina Cristina Spina
disegno luci Mattia Vigo
scenografia Iole Cilento,
burattino gigante Renzo Antonello,
maschera asinello Luigia Bressan
(Sopra e sotto Photo Courtesy Torino Fringe Festival- © Vanessa Callea)
.(Foto ©a.m.)
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Pinocchio dietro le quinte a spettacolo finito (Foto ©Antonio Miredi)
martedì 27 maggio 2025
Generazioni sospese: il Festival dell’Economia indaga il presente che cambia volto
Torino accoglie il Festival dell’Economia: non solo numeri, ma corpi e menti del nostro tempo.
Dal 30 maggio al 2 giugno, Torino torna ad essere crocevia di sguardi sul mondo. -------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- PENSARE IL FUTURO A PARTIRE DA CHI LO ABITETERA'---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Non si parlerà solo di PIL o mercati finanziari, ma di ciò che l’economia spesso trascura: le persone, le relazioni, i desideri delle nuove generazioni.
È questa la direzione scelta dal Festival Internazionale dell’Economia, giunto alla sua quarta edizione sotto la curatela di Editori Laterza. Diretto scientificamente da Tito Boeri e ospitato negli spazi più vitali della città – dal Collegio Carlo Alberto ad altri luoghi sparsi per la città, – il festival si distingue per un’impostazione ampia, multidisciplinare, in dialogo aperto con la sociologia, la psicologia, la demografia e la cultura.
Il tema del 2025, “Le nuove generazioni del mondo”, non è uno slogan: è una chiamata a pensare il presente come tempo di passaggio, fragile e fertile insieme. Si parlerà di giovani che non studiano né lavorano (i NEET), di denatalità e invecchiamento, di identità fluide, salute mentale e futuro del lavoro. Non un’analisi dall’alto, ma uno scavo nella complessità, per capire dove stiamo andando – e con chi.
Fra i relatori, premi Nobel come Paul Krugman e Michael Spence, ma anche figure che riflettono sulla soggettività e l’immaginario: Massimo Recalcati, Chiara Saraceno, Matteo Lancini. La sfida è quella di unire rigore e divulgazione, numeri e storie, teoria e vissuto.
La differenza rispetto al più longevo Festival dell’Economia di Trento – con cui, fino al 2021, Torino condivideva l’organizzazione – è evidente: se Trento conserva un’impronta più economico-finanziaria, Torino punta sull’intreccio tra saperi, con l’intento di rimettere la società al centro del dibattito.
Non è solo una questione di format, ma di visione. Mentre le trasformazioni globali accelerano, il Festival torinese sembra voler rallentare il pensiero, riflettere con calma e profondità su cosa significhi oggi crescere, scegliere, abitare un mondo che cambia. Perché senza ascoltare chi erediterà il futuro, ogni discorso sull’economia rischia di restare senza voce. (Antonio Miredi)
venerdì 23 maggio 2025
ERATO: LO SCAFFALE DEI LIBRI DI POESIA
Novità editoriali, riproposte di classici, titoli dimenticati, scelti e ripescati dal mare dei versi come un tesoro laterale, naufragato, sommerso.
ERATO IN ESILIO di Antonio Miredi-----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Nel tempo della velocità e della distrazione, la poesia è una forma di resistenza.
In un mondo che confonde il rumore con la comunicazione, lo spettacolo con la celebrazione, le luci del successo con il rito sacrale, con Erato – Musa del canto poetico e della parola ispirata – la poesia torna a farsi viva nelle evocazioni, illuminazioni, negli enigmi, negli echi, nelle fenditure, delle bianche pagine della carta.
Non offre risposte, apre spazi. Non urla, trattiene. Non consuma , crea. In un presente disumanizzato, tecnologico e frenetico, la voce poetica è un approdo, un atto di libertà, una possibilità di bellezza.
Questo scaffale dedicato solo ai libri di poesia. intende darle ascolto, per raccoglierne i lampi, e per custodire – nella fragile e nobilissima lingua dei versi – ciò che ancora ci rende umani.
(Antonio Miredo)
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Il libro di poesia più importante del Novecento italiano, la cui prima edizione, cento anni fa, fu pubblicata da un giovane editore e politico, intransigente e rivoluzionario liberale di nome Piero Gobetti!
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