giovedì 8 ottobre 2026

IL NUOVO PRESIDIO DELLA CASTANICOLTURA NAZIONALE TRADIZIONALE

A Terra Madre Salone del Gusto 2026 a Torino hanno debuttato ufficialmente 12 nuovi Presìdi Slow Food italiani, volti a tutelare piccole produzioni artigianali, legumi, ortaggi, frutta e mieli a rischio estinzione. Accanto a questi, è stato presentato anche un importante progetto nazionale: il Presidio della castanicoltura tradizionale. La Calabria importante attiva protagonista.
Foto di Angelo Aiello ---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- LA CASTAGNA CHE FA UNA COMUNITÀ COME UNA FAMIGLIA di Antonio Miredi--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------Un frutto, una memoria, una comunità che si riconosce ------------------------Per secoli la castagna ha nutrito le Terre Alte, diventando il pane delle montagne e accompagnando la vita delle comunità nei suoi gesti più semplici e necessari: la cura del castagneto, la raccolta, l'essiccazione, la macinatura, la cucina. Ma intorno a quel piccolo frutto bruno si è formato qualcosa che nessuna definizione gastronomica riesce a contenere interamente: un mondo di persone, di saperi, di memorie e di relazioni. È forse questo che si è avvertito con maggiore intensità nel momento della presentazione ufficiale del nuovo Presidio Slow Food della castanicoltura tradizionale, nato nel 2026 dalla Rete Slow Food dei castanicoltori. Più che una presentazione, per alcuni momenti è sembrato un ritrovarsi. Le persone si conoscevano già. E non soltanto perché da anni condividono esperienze, territori e battaglie per la salvaguardia del castagno. Si riconoscevano attraverso una memoria comune, fatta di racconti, episodi, gesti e persone. A volte bastava un nome: Ettore. E quel nome non aveva bisogno di spiegazioni: era Ettore Bozzolo, castanicoltore custode del Piemonte Oppure bastava ricordare il poeta ufficiale, e tutti sapevano immediatamente chi fosse: Ugo Bugelli della Toscana che sul palco ha declamato i suo versi pieni di entusiasmo. Altri nomi, altre figure, altre storie si affacciavano nello stesso modo, ciascuna portando con sé un frammento di quella grande geografia della castagna che oggi il nuovo Presidio riunisce. È stato in quei momenti che la parola famiglia ha smesso di essere una metafora. C'erano la commozione, il ricordo, l'esperienza accumulata negli anni. C'era persino quella particolare confidenza che permette di raccontare una persona attraverso un soprannome, un mestiere, una qualità, una piccola storia condivisa. E mentre le parole si intrecciavano, la castagna sembrava arretrare per un momento, lasciando apparire ciò che davvero aveva tenuto insieme quelle persone. La relazione. È questa forse la dimensione più sorprendente del nuovo Presidio. La castagna non viene tutelata soltanto come prodotto agricolo o gastronomico. Con essa si cerca di custodire un intero patrimonio di varietà locali, tecniche di coltivazione, pratiche di raccolta e trasformazione, paesaggi e architetture rurali. Ma soprattutto si custodisce una conoscenza che rischierebbe altrimenti di interrompersi con le generazioni che l'hanno ricevuta e trasmessa. Per questo la sua storia viene da molto lontano. Il castagno è stato per secoli l'albero del pane delle montagne italiane. La castagna poteva diventare farina, polenta, pane, dolce; il castagneto era insieme luogo di lavoro e spazio di vita. Il tempo dell'essiccazione, quello lento dei metati, trasformava il raccolto in una riserva per l'inverno e, nello stesso tempo, costruiva occasioni di incontro e socialità. La castagna entrava così nella vita quotidiana prima ancora che nella gastronomia. E da quella vita è passata nella cultura. La letteratura, la poesia, la cucina, l'immaginario popolare ne hanno raccolto la presenza. Il frutto povero è diventato nel tempo anche materia creativa: qualcosa da raccontare, reinventare, associare ad altri sapori e ad altre immagini senza perdere completamente il legame con la terra da cui proviene. È proprio questa capacità di trasformarsi senza smarrire la propria origine che rende la castagna sorprendentemente contemporanea.
Il comune di Serrastretta, in Calabria, arroccato sulle pendici del Monte Reventino, ha avuto un ruolo fondamentale e pionieristico nel dare la spinta decisiva a questo progetto nazionale. Ne parlo con Maria Antonietta Mascaro della comunità Difesa dei Castagneti del Reventino cui referente è Angelo Aiello, e Franco Fazio membro del Direttivo GAL, arrivati dalla Calabria. E la Calabria è stata molto presente con tanti mercatini dislocati lungo tutta via Roma, nel centro della città subalpina. -Una vera occupazione!- faccio presente. ”La risposta alla risorgimentale piemontesizzazione d'Italia!” La pronta risposta ironica e divertita di Maria Antonietta, concreto esempio di un attivismo nel settore associato a una empatia umana nella comunicazione. Già due anni fa, nel 2024, e in realtà con un impegno comunitario che dura da oltre un decennio, il territorio di Serrastretta è stato un vero e proprio laboratorio a cielo aperto per la salvaguardia della "civiltà del castagno". Lo ricorda Angelo Aiello, impegnato durante tutto l'evento anche con la fotografia, pronta a immortalare i momenti significativi. Nello stand della Regione Calabria, in pieno salotto cittadino, Piazza San Carlo, lo chef Delfino Maruca con il figlio Davide, hanno presentato piatti a base di farina di castagne come fa tutti i giorni nel ristorante Vecchio Castagno a Serrastretta, mantenendo viva la qualità legata a una tradizione della cucina. La comunità di Serrastretta è diventata un punto di riferimento per diversi motivi: ne parla Franco Fazio, esperto di innesti di cui rilascia certificazione, figura essenziale per ogni presidio Oggi, infatti, proteggere il castagno significa confrontarsi con problemi molto concreti: l'abbandono dei castagneti, la difficoltà del ricambio generazionale, la perdita progressiva di conoscenze e pratiche tradizionali, gli effetti del cambiamento climatico. E poi la difesa attiva contro i parassiti, Serrastretta ha fatto scuola: ha dimostrato che un piccolo borgo montano della Calabria poteva trasformare un frutto di sussistenza in una bandiera di economia circolare e sostenibile, ispirando direttamente la nascita della rete che oggi tutela i castanicoltori tradizionali in tutta Italia. Il nuovo Presidio nasce dentro anche una fragilità- La sua dimensione nazionale, costruita attraverso la Rete Slow Food dei castanicoltori, mette in relazione territori diversi e varietà diverse, senza cancellarne le specificità. Piemonte, Appennino, Centro e Sud d'Italia: tante storie che non diventano una sola storia, ma continuano a raccontarsi l'una attraverso l'altra. È una rete che non uniforma: riconosce. Ed è forse proprio qui che la metafora della famiglia torna ad avere senso. Una famiglia è fatta di parentela, ma anche di memoria. Ci sono persone che non abbiamo bisogno di presentare perché appartengono già al nostro racconto. Ci sono gesti che gli altri comprendono senza spiegazioni. Ci sono nomi che aprono immediatamente una storia. Quello che è accaduto durante la presentazione del Presidio sembrava nascere esattamente da questa familiarità. La castagna aveva fatto il suo lavoro ancora una volta. Aveva raccolto intorno a sé persone diverse e le aveva portate a riconoscersi. Forse è questo il significato più profondo di un Presidio: non mettere semplicemente un prodotto sotto tutela, ma preservare la comunità umana che gli dà ancora un significato. Antonio Miredi
La castanicoltura in Calabria tra tradizioni, storia e prospettive future, a cura di Tatiana Castellotti e Gabriella Lo Feudo, Rubbettino -------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- IL BOSCO DELLE CASTAGNE DA SFOGLIARE----- Il grande formato e la ricchezza delle immagini fanno capire già dalla prima sfogliata che la castanicoltura in Calabria tra tradizioni, storia e prospettive future non vuole essere soltanto un libro destinato agli specialisti della materia. Pubblicato da Rubbettino nel 2025 e curato da Tatiana Castellotti e Gabriella Lo Feudo, il volume raccoglie in 144 pagine contributi diversi per competenza e prospettiva, accomunati dall'intenzione di restituire alla castanicoltura calabrese la complessità che le appartiene. Il titolo indica con chiarezza i tre tempi entro i quali si muove il libro: la tradizione, la storia e il futuro. Ma la lettura mostra che questi tre piani non sono trattati come capitoli separati di una vicenda conclusa. Il passato continua a entrare nel presente attraverso le varietà, le tecniche, i paesaggi e le consuetudini; il futuro, a sua volta, dipende dalla possibilità di mantenere vivo ciò che ancora oggi rende riconoscibile il rapporto fra il castagno e i territori nei quali viene coltivato. La scelta di affrontare la castanicoltura attraverso la sua multifunzionalità è probabilmente il carattere più significativo dell'opera. Il castagno viene osservato nella sua funzione produttiva, ma anche per il ruolo che svolge nella biodiversità, nella conservazione del paesaggio, nella valorizzazione delle produzioni locali, nel turismo rurale e nella costruzione dell'identità territoriale. Sono gli stessi nuclei tematici indicati dalla casa editrice e dalle iniziative di presentazione del volume. Questa impostazione evita una riduzione frequente quando si parla di prodotti della tradizione: quella di considerarli soltanto dal punto di vista gastronomico. La castagna, invece, porta con sé un territorio intero. Il suo valore non può essere separato dall'albero che la produce, dal bosco nel quale cresce, dalle persone che lo coltivano e dalle conoscenze necessarie per conservarlo e trasformarlo. In Calabria questa relazione assume un peso particolare. La castanicoltura ha avuto storicamente un ruolo importante nell'economia delle popolazioni montane e il castagno ha contribuito a modellare il paesaggio delle aree interne, fino a diventare parte della loro stessa identità. Il volume insiste proprio su questa presenza capillare e sul valore ambientale e territoriale dei castagneti, compreso il loro contributo alla difesa del suolo. Il pregio del libro sta allora anche nell'aver evitato, almeno nelle sue intenzioni dichiarate, di separare la pianta dal contesto umano nel quale è stata coltivata per generazioni. Parlare di castanicoltura significa inevitabilmente parlare di lavoro, di economia rurale, di trasformazioni del territorio e di trasmissione dei saperi. Significa interrogarsi su ciò che accade quando una pratica agricola si indebolisce o viene abbandonata e, al contrario, su ciò che può accadere quando quella stessa pratica viene riconosciuta come una risorsa per il presente. Le immagini hanno in questo percorso una funzione tutt'altro che ornamentale. In un libro di questo formato acquistano infatti una presenza fisica che permette al lettore di passare continuamente dal documento al paesaggio, dall'albero al territorio, dal frutto alla mano che lo raccoglie. La fotografia, quando è realmente integrata nel progetto editoriale, non si limita a mostrare ciò di cui il testo parla: aggiunge una diversa possibilità di conoscenza. È probabilmente questo uno degli aspetti che rendono piacevole la lettura del volume anche per chi non possiede una preparazione specifica sulla castanicoltura. Le pagine specialistiche non vengono infatti isolate da una dimensione più ampia, nella quale il castagno diventa una chiave per osservare il rapporto fra ambiente, agricoltura e comunità. Naturalmente la pluralità degli interventi comporta anche una conseguenza: il libro non ha la compattezza narrativa di un'opera scritta da un'unica voce. È un volume corale, e come tale richiede al lettore di accettare cambi di prospettiva, linguaggio e livello di approfondimento. Ma questa caratteristica è anche coerente con il tema affrontato, perché la castanicoltura stessa non è riducibile a una sola competenza. Botanica, agronomia, storia, economia, paesaggio e cultura rurale si incontrano necessariamente intorno allo stesso albero. Ed è proprio l'idea dell'incontro a rendere il volume particolarmente attuale. La castanicoltura italiana, e quella calabrese in particolare, si trova davanti a questioni che riguardano la sopravvivenza stessa dei territori rurali: l'abbandono delle aree interne, la necessità di mantenere competenze specialistiche, la valorizzazione economica delle produzioni e la possibilità di attribuire al castagneto nuove funzioni senza cancellarne quelle tradizionali. Il libro non affronta quindi un passato immobile, ma una realtà ancora in trasformazione. La prospettiva futura diventa così la parte più delicata del discorso. Salvaguardare la castanicoltura non significa semplicemente conservare alcune varietà o mantenere una memoria gastronomica. Significa mantenere in vita un sistema nel quale l'albero, il bosco, il lavoro e la comunità sono ancora legati fra loro. Da questo punto di vista, il volume di Rubbettino arriva in un momento particolarmente significativo. La recente nascita del Presidio Slow Food nazionale della castanicoltura tradizionale ha riportato infatti al centro dell'attenzione proprio la necessità di mettere in relazione i diversi territori italiani e le comunità che custodiscono varietà, tecniche e conoscenze. Il caso calabrese raccontato nel libro acquista quindi una risonanza che supera i confini regionali. Ma il merito di questo libro è soprattutto quello di riportare continuamente il discorso alla concretezza del territorio. La castagna non è una parola astratta. Ha un albero, un bosco, una stagione, una forma di raccolta, una trasformazione, un mercato e una memoria. E dietro ciascuno di questi elementi ci sono persone. Forse è proprio per questo che il titolo che ho scelto per questa recensione — Il bosco delle castagne da sfogliare — non vuole essere soltanto un'immagine. Sfogliando il volume, il lettore attraversa infatti una Calabria nella quale il castagno diventa progressivamente una lente attraverso cui osservare molto altro: il paesaggio, la cultura contadina, le economie locali, la biodiversità e il difficile rapporto fra conservazione e innovazione. Il libro ci ricorda, senza bisogno di trasformare la castagna in un simbolo a tutti i costi, che alcune forme della nostra cultura sopravvivono soltanto quando continuano a essere praticate. Una tradizione, per restare tale, deve poter essere ancora vissuta. E il futuro della castanicoltura passa probabilmente proprio da qui: dalla capacità di fare del patrimonio ricevuto non un oggetto da contemplare, ma una risorsa da conoscere, proteggere e nuovamente interpretare. Alla fine della lettura, dunque, la Calabria resta sullo sfondo come un grande castagneto, ma il libro non chiede di guardarlo da lontano. Ci invita piuttosto a entrarvi, seguendo le diverse strade aperte dai suoi contributi. Una pagina dopo l'altra. Una varietà dopo l'altra. Una storia dopo l'altra. (Antonio Miredi) -------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Il libro è stato finanziato dal GAL DEI DUE MARI con Presidente Francesco Esposito. Nello Stand della Regione Calabria a Torino è stato messo gentilmente a disposizione del pubblico dalla Direttrice del GAL, Maria Antonietta Sacco, animatrice insieme a tanti altri calabresi di tutto lo stand. Il Presidente slow food regionale della Calabria è Michelangelo D'Ambrosio.

domenica 20 settembre 2026

IL MONDO SI METTE A TAVOLA CON TORINO

Dal 24 al 27 settembre Torino torna al centro della geografia internazionale del cibo con Terra Madre Salone del Gusto. Il Salone porta nelle piazze produttori, Presìdi e sapori da ogni continente; Terra Madre riunisce invece le comunità che stanno dietro quei prodotti e le grandi domande sul futuro del cibo. Quarant'anni di Slow Food e la prima edizione senza Carlo Petrini fanno del 2026 un appuntamento inevitabilmente diverso ma non per questo meno stimolante.
A Torino il mondo non arriverà soltanto con le sue specialità. Arriverà con le sue terre, i suoi semi, i suoi animali, i suoi saperi. Arriverà con persone che hanno continuato a coltivare un prodotto quando sembrava destinato a scomparire, con comunità che difendono un territorio, con cuochi che trasformano una memoria in un piatto. E arriverà con domande che, partendo dal cibo, finiscono per riguardare molto altro. Dal 24 al 27 settembre torna infatti Terra Madre Salone del Gusto, la grande manifestazione internazionale di Slow Food che quest'anno compie un passaggio particolare della propria storia. Non soltanto perché Slow Food Italia festeggia i suoi quarant'anni e il Salone del Gusto i suoi trenta. Ma perché sarà la prima edizione senza Carlo Petrini, il fondatore di Slow Food, scomparso lo scorso maggio. La sua assenza non potrà non essere avvertita. Ma proprio per questo l'edizione 2026 potrebbe essere osservata non tanto come un anniversario, quanto come una verifica: vedere quanto una visione nata dalla voce di un uomo sia ormai diventata patrimonio di una moltitudine. IL SALONE PORTA IL CIBO IN CITTÀ La parte più immediatamente visibile sarà quella del Salone del Gusto. Oltre 600 espositori porteranno a Torino prodotti, territori e produzioni artigianali; saranno presenti più di 130 Presìdi Slow Food, compresi dodici nuovi Presìdi italiani. È il grande mercato del Salone, ma chiamarlo soltanto mercato sarebbe riduttivo. Perché qui il prodotto non arriva mai da solo. Un formaggio porta con sé un pascolo. Un olio, un paesaggio. Un cereale, una coltivazione. Un salume può raccontare una razza animale e una tradizione che rischia di interrompersi. Il visitatore potrà naturalmente assaggiare, acquistare, curiosare. Ma potrà anche incontrare direttamente chi quel cibo lo produce. È questa la forza più concreta del Salone: trasformare la biodiversità da parola astratta in qualcosa che si può incontrare con gli occhi, con le mani e con il gusto. TERRA MADRE PORTA LE PERSONE Terra Madre ha invece un'altra origine e un'altra vocazione. Nata nel 2004, è soprattutto la rete internazionale delle comunità del cibo: contadini, pescatori, allevatori, artigiani, cuochi, ricercatori e giovani che arrivano a Torino da ogni parte del mondo per confrontarsi non soltanto su ciò che mangiamo, ma su come viene prodotto e su quali conseguenze hanno le nostre scelte. Quest'anno saranno oltre 1.500 i delegati provenienti da 120 Paesi. È qui che la differenza fra le due anime della manifestazione diventa più evidente. Il Salone permette di incontrare il prodotto. Terra Madre permette di incontrare le persone che lo rendono possibile. Il primo parte dal gusto e conduce verso il territorio. La seconda parte dalle comunità e conduce verso le grandi questioni del pianeta. Ma dal 24 settembre le due strade torneranno a incrociarsi continuamente.
BIODIVERSITÀ, NON SOLO DA PROTEGGERE Il tema scelto per l'edizione 2026 è “Biodiversity – Be Diversity”. Una formula che non si limita a chiedere di difendere la biodiversità, ma introduce un verbo: essere. La biodiversità diventa così qualcosa che riguarda non soltanto le specie, le colture e gli ecosistemi, ma anche le culture, i saperi, le economie locali e le comunità. È una prospettiva che trova nell'Arca del Gusto una delle sue espressioni più riconoscibili. Nata trent'anni fa, l'Arca raccoglie prodotti tradizionali minacciati di scomparsa. Quest'anno saranno presentati anche i nuovi Atlanti regionali realizzati da Slow Food Italia insieme all'Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, con circa 1.450 prodotti censiti. Un inventario della memoria alimentare italiana. Ma non un museo. L'obiettivo dell'Arca non è semplicemente ricordare ciò che rischiamo di perdere. È creare le condizioni perché quei prodotti possano continuare a vivere. E forse proprio qui la parola biodiversità acquista il suo significato più concreto. Non conservare tutto sotto vetro, ma permettere alla diversità di continuare a produrre futuro. DALLE PIAZZE ALLE IDEE Per quattro giorni, dunque, il cibo non resterà confinato al mercato. Il programma comprende circa 200 conferenze, 65 Laboratori del Gusto, oltre 60 Appuntamenti a Tavola e centinaia di iniziative distribuite fra gli spazi ufficiali e quelli partner. Si parlerà di agricoltura e biodiversità marina, di educazione alimentare e giustizia, di sistemi alimentari, ambiente e pace. Fra gli ospiti internazionali figurano, tra gli altri, Satish Kumar, Raj Patel e Alice Waters. Sono temi che potrebbero sembrare lontani da una tavola apparecchiata. In realtà partono proprio da lì. Perché decidere cosa mangiare significa anche decidere, almeno in parte, quali agricolture sostenere, quali paesaggi preservare, quali economie mantenere vive. Il piatto diventa così l'ultimo anello di una catena molto più lunga. E Terra Madre prova a mostrarla. TORINO NON SARÀ UNA CORNICE Anche la città parteciperà al racconto. La manifestazione si distribuirà nel centro di Torino, da piazza Carlo Felice a piazza Vittorio Veneto, attraversando via Roma, piazza San Carlo, piazza Carlo Alberto, piazza Castello, i Giardini Reali e Palazzo Reale e coinvolgendo musei e altri luoghi culturali. È una geografia che impedisce di pensare a Terra Madre Salone del Gusto come a un evento chiuso. Si entra e si esce continuamente dalla manifestazione. Si passa dal mercato a una conferenza, da una degustazione a un museo, da un produttore incontrato per caso a una discussione ascoltata in piazza. E forse è proprio questa dimensione urbana a rendere Torino parte integrante dell'esperimento. Il Salone porta il mondo del cibo dentro la città. Terra Madre porta dentro la città le domande che quel cibo contiene. Poi c'è quella che sarà probabilmente la presenza più invisibile e insieme più evidente dell'edizione 2026. Carlo Petrini. Quarant'anni dopo la nascita di Slow Food Italia, il movimento si trova davanti al primo grande appuntamento torinese senza il suo fondatore. Ma sarebbe troppo facile trasformare questa edizione in una commemorazione. La questione più interessante è un'altra. Una storia cominciata nel 1986 attorno a un'idea molto precisa del rapporto fra piacere, agricoltura, ambiente e comunità è oggi abbastanza grande da poter essere raccontata attraverso migliaia di voci. Alle Gallerie d'Italia, il quarantennale sarà infatti affidato a quaranta voci per quarant'anni. Non una sola voce. È forse anche questo il modo più naturale per affrontare l'assenza di Petrini: non cercando un sostituto, ma osservando la rete che nel frattempo si è formata. La domanda che Terra Madre Salone del Gusto 2026 porta con sé è allora semplice e tutt'altro che celebrativ QUATTRO GIORNI PER GUARDARE OLTRE IL PIATTO È questo, in fondo, ciò che rende difficile racchiudere Terra Madre Salone del Gusto nella parola “evento”. Il Salone conserva la sua natura di grande incontro fra produttori e pubblico, fra territori e consumatori, fra chi coltiva e chi vuole conoscere ciò che porta sulla propria tavola. Terra Madre allarga quello stesso incontro fino alle comunità, alle culture e alle grandi questioni che riguardano il futuro del pianeta. Due anime diverse, dunque. Ma impossibili da separare quando si è dentro la manifestazione. Si potrà arrivare per un sapore e incontrare una storia. Per un prodotto e scoprire un territorio. Per una degustazione e ritrovarsi ad ascoltare una discussione sul futuro dell'agricoltura. È questa la scommessa, ancora una volta. Fare in modo che il cibo non finisca nel piatto. Che dal piatto torni alla terra. Dalla terra alle persone. E dalle persone alle domande che riguardano tutti. Dal 24 al 27 settembre Torino sarà apparecchiata per accoglierle. ((Antonio Miredi)
INFO E CONTATTO: https://2026.terramadresalonedelgusto.com/

domenica 30 agosto 2026

PERCORSI D'ARTE: PROFILI, LUOGHI, INCONTRI

Profili — l’artista, la sua figura, il suo percorso umano e creativo, anche attraverso aspetti meno conosciuti. Luoghi — musei, atelier, città, paesaggi, case, esposizioni: i luoghi nei quali l’arte è nata, è passata o ancora oggi si manifesta. Incontri — incontri reali o ideali con artisti, opere, persone, testimoni; ma anche quell'incontro particolare che avviene quando noi ci troviamo davanti a un'opera. Perché l’arte non è soltanto ciò che vediamo, ma anche ciò che incontriamo lungo il cammino.
( Dettaglio di un'opera di © MAURO ROVENTI BECCARI ) ------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- L'ANIMA COLORATA E SERENA DI MAURO ROVENTI BECCARI--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------Una poetica fantastico-simbolica di una irregolare trascendente architettura------------------------------------------------------- di Antonio Miredi----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------Un monaco, la pittura, il cielo È nel luogo raccolto del refettorio dell’antico Priorato di Torre Pellice che avviene questo incontro. Uno spazio appartato, quasi sottratto al passaggio quotidiano, che porta con sé la storia del complesso Mauriziano, nato nell’Ottocento per volontà dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. Il Priorato venne istituito nel 1840 e la nuova chiesa di San Martino fu terminata nel 1844 e inaugurata alla presenza di Carlo Alberto. È qui, a un anno dal suo arrivo come parroco a Torre Pellice, che incontro Don Mauro Roventi Beccari..Ma prima ancora di incontrare il sacerdote, incontro la sua pittura. E subito avverto una personale cifra fantastico-simbolica, nella quale l’architettura irregolare sembra sottoposta a una misteriosa tensione verticale. Le costruzioni risultano compresse l’una nell’altra, quasi nell’atto di un moto di "implosione" ma verso il cielo. Non è infatti un movimento di caduta; al contrario, sembra che proprio nella compressione delle forme si sprigioni una spinta verso l’alto, una sorta di verticale trascendenza. Le tavole, di medio e piccolo formato, sono ricche di colore. Ma è il blu cobalto a dominare, avvolgendo le architetture in un’atmosfera di aerea leggerezza e serenità. Le nuvole sembrano onde placide di mare. Cielo e mare entrano in dialogo e in un reciproco specchiarsi, mentre le costruzioni, sghembe, compresse, fantastiche, sembrano galleggiare in uno spazio nel quale la materia perde progressivamente il proprio peso. E forse non è casuale che dietro quel blu ci sia anche Venezia.
Don Mauro ha trascorso sei anni nelle comunità benedettine a Venezia, al monastero di San Giorgio Maggiore sull'isola di San Giorgio Maggiore, di fronte a piazza San Marco, per la sua specializzazione teologica. Un soggiorno in una terra nella quale la luce e l’acqua hanno un rapporto quasi indissolubile e nella quale il colore sembra continuamente riflettersi, scomporsi, ritornare. È difficile non pensare che quell’esperienza lagunare abbia contribuito ad arricchire la sua tavolozza, fino a condurlo verso quel blu che nelle sue opere non è soltanto un colore, ma sembra diventare uno spazio mentale, una dimensione poetica. Ed è proprio parlando di quel blu che gli faccio un nome, Corto. Don Mauro reagisce immediatamente: «Ah, Corto Maltese!» E aggiunge, con evidente piacere: « Hugo Pratt, vero maestro del fumetto». La conversazione prende allora una direzione inattesa. Scopro così una sua piacevole attenzione per le storie disegnate, per quelle narrazioni che si svolgono fra le nuvole di parole e nelle quali il rapporto fra immagine e silenzio può diventare esso stesso racconto. E allora il bianco e il nero della sua pittura acquistano un'altra risonanza. Perché Don Mauro non si limita alla tempera. Mi mostra, in anteprima, alcuni eleganti fogli a china che non sono mai stati resi pubblici. È una sorpresa. Qui il colore si ritrae e rimane l'essenziale: il segno nero sulla carta, il bianco che lo accoglie, l'ombra che nasce dalla loro relazione. È lo stesso dialogo fra luce e oscurità che ritrovo nelle sue opere a tempera, ma portato a una forma più nuda, quasi grafica. Don Mauro ama infatti la tempera proprio perché la considera una tecnica pulita, che non sporca. Il bianco gli serve continuamente per sfumare, il nero per dare ombra. Bianco e nero, dunque, non come contrapposizione assoluta, ma come strumenti di costruzione. E viene spontaneo pensare a quel maestro del fumetto che abbiamo appena evocato: anche nelle tavole di Pratt il bianco e il nero non sono semplicemente due valori cromatici, ma diventano elementi narrativi. Ma dietro il sacerdote pittore c’è una storia che comincia molto prima della teologia e della pittura. Don Mauro è portato al disegno fin da bambino, per una naturale inclinazione. Ricorda il suo primo disegno: un paesaggio con l’acqua e delle canne. Ma subito precisa: «Non reali. A modo mio». Quelle canne erano già sghembe, verticalmente storte. In quella semplice frase — a modo mio — sembra essere già contenuta la libertà che ritroviamo oggi nelle sue architetture irregolari. Non la realtà riprodotta, dunque, ma la realtà trasformata dallo sguardo. Una realtà che prende una propria forma nel momento stesso in cui viene disegnata. C’è poi un altro particolare che mi sembra rivelatore. Un tempo Don Mauro era solito racchiudere le sue opere nelle cornici. Ora non più. È come se la cornice fosse diventata improvvisamente un limite. C’è la voglia di continuare a dipingere oltre i bordi. Come in un tentativo libero di scappare, di correre. E qui, quasi naturalmente, la pittura incontra il monaco. Perché quella corsa trova una sorprendente corrispondenza nelle parole della Regola di San Benedetto: Currite dum lumen vitae habetis. Correte finché avete la luce della vita. A questo punto le immagini sembrano ricomporsi. Le canne storte del bambino. Le architetture irregolari.Le costruzioni che si comprimono in una sorta di implosione verso il cielo. Il blu cobalto. L’acqua e le nuvole che si rispecchiano. Il bianco che sfuma. Il nero che crea l’ombra. I fogli a china. Le cornici abbandonate. E infine quei bordi che la pittura vuole oltrepassare. Forse è qui che si può riconoscere la cifra più autentica di questa pittura. L’irregolarità non diventa caos. La deformazione non diventa disordine. La materia, anzi, sembra cercare una propria liberazione.Le forme si comprimono, ma per salire. Il colore avvolge, ma per aprire uno spazio. La pittura supera il bordo, non per negare il limite, ma per cercare ciò che sta oltre. Nel silenzio del vecchio Priorato, allora, quelle architetture fantastiche sembrano raccontare una piccola fuga. Non dalla realtà, ma dalla sua immobilità. Una fuga verso l’alto. Una corsa verso la luce. ( Antonio Miredi )
Torino il Borgo medievale lungo il Po
Pisa, piazza dei miracoli ---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Non un'architettura ordinata, razionale, simmetrica, ma una architettura irregolare e fantastico-simbolica, nella quale la deformazione e l'apparente impossibilità delle strutture diventano il mezzo per costruire una verticale di trascendenza. ---------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Abbazia benedettina di Santa Scolastica a Subiaco
Monastero di San Benedetto. Sacro speco a Subiaco
Ferrara il castello ----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------Le opere esposte sono tutte acquistabili e il ricavato è destinato al progetto di recupero e restauro del Priorato, con particolare attenzione al suo chiostro coperto, affinché questo spazio possa essere sempre più valorizzato e possa accogliere in futuro nuove iniziative, esposizioni ed eventi. INFORMAZIONI E CONTATTO AL +39 333 792 8286

giovedì 20 agosto 2026

RUDOLPH VALENTINO, L'ULTIMO SGUARDO DEL CINEMA MUTO

Cento anni dopo la morte del primo Divo assoluto della Storia del Cinema
RUDOLPH VALENTINO, L'ULTIMO SGUARDO di Antonio Miredi----------------------------------------------------------------------------------------------------------- C'è un momento, nella storia del Novecento, in cui una morte smette di appartenere soltanto a un uomo e diventa il riflesso di un'intera epoca. È l'agosto del 1926. A New York muore Rodolfo Valentino, trentun anni appena compiuti, e intorno alla sua scomparsa si scatena un fenomeno mai visto prima: una folla immensa, giornali, fotografie, cronache, lacrime collettive. Una società intera sembra scoprire, davanti alla bara di un attore, la forza misteriosa dell'immagine. John Dos Passos, in Tango Lento, restituisce con straordinaria lucidità proprio questo momento: non soltanto il dolore per la perdita di un uomo famoso, ma la nascita di una nuova religione moderna, quella del divismo di massa. La folla davanti alla morte di Valentino è già una folla del Novecento, una folla che non si limita ad assistere alla storia: la vive attraverso i giornali, attraverso le immagini, attraverso la costruzione collettiva di un mito. Valentino muore, ma nello stesso istante nasce Valentino. È questa la grande contraddizione della sua vicenda: la morte biologica coincide con la nascita definitiva dell'immortalità cinematografica. Prima di lui erano esistiti attori celebri. Con lui nasce il Divo. Non soltanto un interprete, ma un'immagine capace di entrare nella vita quotidiana delle persone, nei sogni, nelle mode, nell'immaginario collettivo. Un volto riprodotto infinite volte, un nome trasformato in Leggenda. Eppure il segreto di Valentino non era la parola. Era lo sguardo. Apparteneva a un cinema che non aveva ancora bisogno della voce per raccontare il desiderio, il dolore, la passione, il mistero. Un cinema fatto di silenzio musicato, dove ogni gesto aveva il valore di una frase e ogni espressione del volto poteva diventare una pagina narrativa. Non l'immobilità, ma la fissità. La fissità di un'immagine che trattiene il tempo. Il cinema muto conosceva ancora qualcosa della pittura, della fotografia, del teatro delle origini: il corpo dell'attore diventava una composizione visiva, un'apparizione. La macchina da presa non cercava soltanto l'azione, cercava il momento in cui un volto rivelava un'anima. Valentino era nato per quel linguaggio. I suoi occhi, il portamento, il modo di muoversi, persino le pause, appartenevano a un'arte in cui il non detto aveva ancora un immenso potere. La sua forza non era spiegare, ma suggerire. La sua morte assume un valore simbolico profondo. Nel 1926 muore Valentino. Nel 1927 arriva The Jazz Singer e il cinema entra nell'epoca della voce. Il silenzio lascia il posto alla parola, la musica invisibile delle sale lascia spazio al suono registrato. È come se il grande interprete del cinema dello sguardo uscisse di scena nel momento esatto in cui il cinema cambia natura. La storia, naturalmente, non è così semplice: il sonoro porterà nuove forme di poesia e nuovi grandi interpreti. Ma qualcosa si trasforma per sempre. Quel Cinema fondato sulla forza assoluta dell'immagine, sulla sospensione del gesto, sulla misteriosa eloquenza del silenzio, appartiene ormai a un tempo perduto. Rodolfo Valentino fu anche il simbolo di un'altra grande storia del Novecento: quella dell'emigrazione e della trasformazione di sé. Nato a Castellaneta, in Puglia, con il nome di Rodolfo Pietro Filiberto Raffaello Guglielmi, arrivò dall'Italia negli Stati Uniti come tanti altri uomini alla ricerca di un futuro. Hollywood gli offrì una nuova identità e lui seppe trasformarla in un mito universale. Fu italiano, francese, americano, mediterraneo, straniero e familiare allo stesso tempo. Il suo fascino nasceva anche da questa ambiguità: incarnava il sogno dell'altrove, il desiderio di un mondo più vasto. La sua morte prematura ha avuto un effetto definitivo: Valentino è rimasto per sempre giovane. Ma con Valentino la giovinezza non era un valore anagraficamente ed esteticamente vacuo, bensì una gentile primaverile interiorità. Il tempo non ha potuto modificarne il volto, indebolirne il mito, trasformarlo in un ricordo ordinario. La morte lo ha consegnato alla dimensione sospesa delle immagini. Per questo, a cento anni di distanza, Rudolph Valentino non è soltanto una figura della storia del cinema. È una soglia. Dietro di lui c'è il cinema del silenzio, dello sguardo, della fissità dell'immagine. Davanti a lui si apre il cinema moderno, con la voce, la tecnica, la velocità, i nuovi linguaggi. La sua parabola sembra quasi una perfetta figura narrativa: un uomo nasce mentre nasce il cinema e scompare quando il cinema sta per cambiare pelle. Resta però quell'ultima eredità: la certezza che un volto, anche senza parlare, può ancora raccontare tutto. Perché prima di imparare a parlare, il cinema aveva imparato a guardare. Oggi, a cento anni dalla sua scomparsa, Rodolfo Valentino continua naturalmente ad abitare anche il nostro tempo visivo. La sua eterna giovinezza, il volto intatto, la bellezza sospesa appartengono a un immaginario di oggi che la tecnologia contemporanea può facilmente riprodurre, restaurare, moltiplicare. Ma proprio qui emerge la differenza più profonda. La potenza degli strumenti digitali può avvicinarsi all'immagine di Valentino, può restituirne la nitidezza, riportare alla luce dettagli perduti, far rivivere idealmente un volto consegnato alla pellicola, o alla fotografia. Ma non può aggiungere ciò che in quel volto era già presente. Perché Valentino non è soltanto una bellezza da contemplare. È una presenza narrativa. Dentro il suo sguardo, nelle pause, nella fissità del gesto, esiste già una storia: il desiderio, la malinconia, l'attesa, l'esilio, il sogno dell'altrove. La sua forza non nasce soltanto dall'apparenza, ma dalla capacità misteriosa di trasformare un'immagine in racconto. Forse è proprio questa la sua modernità più sorprendente. In un'epoca dominata dalla continua produzione di immagini, Valentino ci ricorda che non ogni immagine diventa un mito. Il mito nasce quando dietro la superficie resta un enigma, quando uno sguardo continua a interrogare chi lo osserva anche dopo cento anni. La tecnologia può avvicinare il volto. Ma è il mistero di quel volto che continua a fare Cinema. (Antonio Miredi)
"Rodolfo Valentino appartiene a un cinema della fissità: non quello dell'immobilità, ma quello dell'immagine che trattiene il tempo. Prima che il cinema imparasse a parlare, imparò ad avere uno Sguardo” (antonio miredi)
(© Progetto Idea protetto di Antonio Miredi per AM_ART)
Fuori la folla / il Tango era lento / massa delirio (a.m.)

mercoledì 19 agosto 2026

OSSERVATORIO DI LUSERNA: Sotto il cielo dell’eclisse di sole 12 agosto 2026

Nel mondo, come sempre accade davanti a un grande fenomeno astronomico, l’eclissi ha suscitato un particolare interesse soprattutto nelle aree maggiormente favorite dalla sua visibilità, dalla Spagna all’Islanda. Anche l’Italia ha potuto assistere al fenomeno, seppure in forma parziale, e tra i luoghi da cui osservarlo c’era il Piemonte anche con Luserna San Giovanni, nelle Valli Valdesi, dove l’evento astronomico è diventato l’occasione per una serata dedicata non soltanto all’osservazione del cielo, ma anche alla parola, alla poesia e alla meraviglia.
Sotto il cielo dell’eclissi del sole-----di Antonio Miredi---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------Diversi i momenti che hanno accompagnato la serata dell'evento. Tra questi, quello del gruppo LaAV – Lettura ad Alta Voce, partendo da Esiodo fino al Piccolo Principe, ha condotto il pubblico in un viaggio immaginario attraverso le costellazioni. Una coralità di voci che, nel buio ormai crescente, sembrava dilatare lo spazio della narrazione fino a confondersi con quello immenso del cielo. Poi, però, è arrivato il momento in cui le parole hanno lasciato il posto allo stupore. Nel buio assoluto della notte, la volta celeste si è aperta sopra di noi come una grande mappa. Un puntatore luminoso come una navicella spaziale condotta da Sergio Lera, Presidente dell'Osservatorio, ne tracciava lentamente le figure, indicava le stelle, ne pronunciava i nomi e restituiva all’occhio umano quella geografia celeste che da millenni accompagna la nostra immaginazione. E il Presidente diventava il Messaggero delle stelle. Arturo, luminosissima. La rossa Antares. Il Grande Carro. E poi le altre stelle, le costellazioni, gli astri lontani, fino a quei corpi che, improvvisamente, sembravano attraversare il cielo lasciando una scia: le perseidi, sciame meteorico come luminose brevi apparizioni capaci ancora oggi di sorprendere. Ma perché tutto questo continua a suscitare tanto interesse? È una domanda che, mentre guardavo quel cielo, mi sono posto. Perché l’uomo continua a sentirsi attratto da ciò che accade lassù, sopra di lui, nonostante oggi la scienza abbia saputo spiegare fenomeni che un tempo dovevano apparire incomprensibili e terribili? Oggi possiamo calcolare, prevedere, stabilire con precisione tempi e luoghi di un’eclissi. Possiamo conoscere la natura delle stelle, seguire il movimento dei pianeti, misurare distanze che un tempo appartenevano soltanto al territorio dell’immaginazione. Eppure qualcosa rimane. Forse proprio quel sentimento che doveva accompagnare gli uomini primitivi davanti a un cielo improvvisamente oscurato, davanti a una luce che scompariva, a una stella cadente, a una cometa, a un fenomeno capace di sconvolgere l’ordine apparente delle cose.
Sgomento. Angoscia. Meraviglia. Noi abbiamo sostituito il mito con la conoscenza capace di spiegare tutto e l’oscurità dell’ignoto con la precisione dei calcoli. È una conquista immensa, naturalmente. Ma viene da chiedersi se, insieme a ciò che abbiamo finalmente compreso, non rischiamo qualche volta di perdere anche qualcosa di più difficile da definire: il senso del mistero. E forse è proprio quel mistero, ciò che ancora non comprendiamo o che, pur comprendendo, continuiamo a contemplare con stupore, a ricordarci di essere uomini. Quella sera, a Luserna San Giovanni, prima ancora che l’eclissi diventasse un fenomeno da osservare, il cielo era tornato a essere una domanda. E sotto quella domanda, per qualche ora, le parole, la scienza e lo stupore hanno finito per incontrarsi. (Antonio Miredi)
Perché continuiamo a guardare il cielo, se ormai sappiamo spiegare ciò che accade?--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- CONVERSAZIONE CON SERGIO LERA PRESIDENTE DELL'OSSERVATORIO DI LUSERNA SAN GIOVANNI E DELL'ASSOCIAZIONE URANIA--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- DOMANDA: Vorrei partire da un ricordo personale. Lei era ancora ragazzo quando, nel febbraio del 1961, l'Italia fu attraversata da un'eclissi totale di Sole. Che cosa vide quel ragazzo di allora e che cosa è rimasto dentro di lui di quell'esperienza, tanto da trasformarsi, negli anni, in una passione per l'astronomia? RISPOSTA: -Emozione, una serie di emozioni! Queste sono le migliori definizioni di ciò che provai di fronte ad un fenomeno così particolare e con essa gli eventi contestuali vissuti nello stesso periodo: la descrizione del maestro, il buio, il freddo, questo ultimo naturale, era di febbraio intorno alle 8 del mattino, il passaggio tra compagni di classe di oggetti oscurati e oscuranti, i commenti tra noi e poi … il ritorno della “Luce”! D: Quando e come è nata l'dea di creare l'Osservatorio Astronomico di Luserna San Giovanni? Quali persone e quali circostanze hanno contribuito a trasformare una passione personale in una realtà aperta alla comunità? R: -Non sono tra i padri fondatori, l’associazione fu fondata nel 1989 e io ne entrai a far parte circa dieci anni dopo casualmente e in circostanze fortuite, ma ne rimasi affascinato, dalle competenze e dallo stile propositivo delle persone, tra queste, il Presidente il Dottor Giovanni Peyrot, i Professori Briatore e Galeotti e molti altri senza scordare il decano dell’astronomia piemontese Beppe Ellena oggi novantasettenne. Iniziai a seguirne le attività mensili (incontri culturali), sino al 2006, già sotto la presidenza di Romano Vivaldi, e quando potei dedicarmi maggiormente per disponibilità di tempo, alle attività sul territorio mi rivolsi quasi per vocazione, alla parte divulgativa. D: L'Osservatorio è oggi anche un luogo di incontro. Quanto è importante, secondo lei, avvicinare le persone all'astronomia non soltanto attraverso gli strumenti scientifici, ma attraverso l'esperienza diretta del cielo? R:- Direi fondamentale, dato che la nostra definizione di astrofili vuol appunto dire “Amici/Amanti delle Stelle”. Le nostre azioni sono rivolte proprio alla condivisione di emozioni, dove, l’aspetto scientifico, è a supporto dell’umanità nella sua più profonda espressione. D: Oggi un'eclissi, una superluna, una pioggia di meteore diventano facilmente eventi mediatici, quasi oggetti di consumo: se ne parla, si fotografano, si condividono e poi si passa ad altro. Come si può andare oltre lo spettacolo e trasformare invece la meraviglia di un fenomeno astronomico in una curiosità più profonda, in un desiderio di conoscenza? R: - Il segreto sta nel parlare al cuore delle persone e non solo alla mente: la percezione sensoriale (visiva, uditiva, eccetera), transita in forma diretta verso il cuore e l’emozione che ne deriva viene memorizzata nella memoria più profonda nel nostro intelletto, scatenando, a tempo debito, curiosità e nuove emozioni. D: Un tempo un'eclissi poteva suscitare negli uomini terrore e sgomento perché apparteneva al territorio dell'ignoto. Oggi sappiamo prevederne con estrema precisione tempi, luoghi e modalità. Secondo lei, la scienza ha cancellato quel senso del mistero oppure può insegnarci a guardarlo con occhi diversi? R:- No, non ha cancellato ne cancellerà nulla, perché ad ogni risposta si aprono e si apriranno altre mille domande! Questo è meraviglioso e l’essere umano dovrebbe rendersi conto d’essere una autentica meraviglia! Ma … sigh sigh D: Dopo tanti anni trascorsi a osservare il cielo, che cosa continua ancora oggi a sorprenderla? C'è qualcosa che l'astronomia non ha smesso di insegnarle sul nostro essere uomini e sul nostro posto nell'universo? R: - Assolutamente Sì! La bellezza della scienza è che si rinnova e si aggiorna continuamente; ciò che sino a ieri poteva esser considerato vero e certo, oggi potrebbe non più esserlo e, questo fatto, affascinerà sempre i curiosi sognatori che rivolgono lo sguardo al cielo … e non solo! L’umanità deve rendersi conto che siamo ospiti di una meraviglia; “Ospiti”, non “Padroni”! D: Il 28 agosto 2026 ci sarà una eclisse di luna. Avete pensato anche per questa occasione di preparare un evento? R: - Sarà un'eclissi, non totale, che però avverrà intorno alle cinque del mattino, lo abbiamo già fatto, ma le persone in questi periodi vivono anche momenti di vacanza – potrà essere un fatto circoscritto a pochi, ma … siamo, anche noi astrofili, esseri umani!
(In foto Il Presidente Sergio Lera) -------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
ECLISSE DI LUNA DEL 28 AGOSTO 2026
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Il 12 agosto a Luserna San Giovanni c'era «Quadrifoglio astronomico»: eclissi proiettata dalla Spagna, osservazione del cielo, Perseidi e letture sui miti delle costellazioni. E in Piemonte l'eclissi era particolarmente spettacolare: oltre il 90% di oscuramento, ma con il Sole ormai vicinissimo all'orizzonte. INFO E CONTATTI AL SEGUENTE LIN : https://www.osservatoriourania.it/

martedì 11 agosto 2026

FRANCESCO GUCCINI L'ULTIMO CANTASTORIE

Ogni 6 agosto il calendario si ferma davanti a una delle ferite più profonde della storia dell'umanità: Hiroshima. È il giorno in cui la memoria ci ricorda quanto fragile possa diventare la civiltà quando il sapere smarrisce la propria coscienza. Quest'anno, quasi in un misterioso gioco del destino, quel giorno ci riconduce anche al ricordo di Francesco Guccini, una delle voci più alte e più libere della canzone d'autore italiana, la cui notizia della morte è arrivata nel giorno di questa data simbolo che ha segnato anche l'inizio della sua carriera artistica.
(© Anteprima dell'inedito sentito omaggio dell'artista Lorenzo Maria Bottari al cantautore Francesco Guccini) -------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- FRANCESCO GUCCINI L'ULTIMO CANTASTORIE DEI NOSTRI SOGNI PERDUTI di Antonio Miredi-------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Se dovessi scegliere una sola sua canzone da affidare a questa ricorrenza sarebbe Noi non ci saremo. Scritta nel 1966, quando la Guerra Fredda faceva della minaccia atomica una presenza quotidiana, non è soltanto una canzone di protesta. È una meditazione poetica sul destino dell'uomo. Guccini immagina che, dopo la catastrofe, la natura possa rifiorire, che il mare torni a respirare, che gli alberi ricoprano la terra. Ma l'uomo non ci sarà più. È una visione che non grida: sussurra. Ed è forse proprio per questo che continua a inquietare. Sarebbe tuttavia riduttivo racchiudere Francesco Guccini nel solo ruolo di cantore dell'impegno civile. La sua opera attraversa oltre mezzo secolo di storia italiana, accompagnando generazioni diverse senza mai piegarsi alle mode. Le sue canzoni non cercano il consenso immediato: chiedono ascolto, riflessione, memoria. Nato a Modena il 14 giugno 1940, ma profondamente legato a Pàvana, sull'Appennino tosco-emiliano, Guccini ha sempre portato dentro di sé due geografie. Da una parte la città, con le sue trasformazioni sociali e culturali; dall'altra la montagna, luogo della memoria, del silenzio e delle radici. In quelle valli imparò che il tempo non corre: sedimenta. Forse è proprio da quella terra che nasce il passo lento e narrativo delle sue canzoni. Quando, negli anni Sessanta, la canzone italiana cercava soprattutto melodie leggere, Guccini introdusse un linguaggio nuovo. Le sue composizioni erano racconti, dialoghi, pagine di letteratura affidate alla musica. Ogni brano sembrava nascere più da una biblioteca che da uno studio discografico, ma senza perdere il contatto con la vita quotidiana. Da Dio è morto a La locomotiva, da Canzone per un'amica a Incontro, da Eskimo fino a Cyrano, egli ha dato voce ai ribelli, agli sconfitti, agli amici perduti, agli idealisti, agli uomini comuni che continuano a interrogarsi sul senso dell'esistenza. Nei suoi testi convivono storia e filosofia, ironia e malinconia, politica e tenerezza, senza mai trasformarsi in propaganda. Uno dei grandi protagonisti della sua opera è il tempo. Non il tempo dell'orologio, ma quello della memoria. Guccini osserva la giovinezza allontanarsi, gli amici scomparire, i sogni mutare forma. Eppure non indulge mai nella nostalgia sterile. Il passato diventa uno specchio attraverso il quale comprendere meglio il presente. Accanto al musicista viveva lo scrittore. Negli anni della maturità Guccini ha pubblicato romanzi, racconti, autobiografie e fortunate opere scritte insieme a Loriano Macchiavelli. Anche sulla pagina ritroviamo la stessa voce delle canzoni: colta ma mai pedante, ironica senza cinismo, profondamente umana. Schivo verso il successo spettacolare, lontano dai divismi televisivi, Guccini ha preferito le osterie ai salotti, i libri ai riflettori, il dialogo con pochi amici alle luci della celebrità. È rimasto fedele a un'idea antica dell'intellettuale: non colui che possiede risposte definitive, ma chi continua a coltivare il dubbio. Per questo la sua eredità va oltre la musica. Francesco Guccini lascia un patrimonio morale prima ancora che artistico. Ci consegna parole che invitano a custodire la libertà, la memoria, la dignità dell'uomo, il valore della cultura come esercizio quotidiano di coscienza. Nel giorno di Hiroshima, mentre il mondo ricorda l'ombra del fungo atomico, torna spontaneo ascoltare Noi non ci saremo. Non come un documento del passato, ma come un monito rivolto al nostro presente, attraversato ancora da guerre, paure e minacce nucleari. Le grandi canzoni non invecchiano perché parlano all'uomo prima ancora che al loro tempo. E Francesco Guccini è stato, forse più di ogni altro, il viandante che ha saputo trasformare il cammino di una generazione in un patrimonio di tutti. Le sue parole continueranno ad accompagnarci lungo i sentieri dell'Appennino, nelle piazze delle nostre città, nelle biblioteche, nelle osterie, nei ricordi personali di ciascuno. Perché le voci autentiche non conoscono il silenzio: cambiano soltanto il luogo da cui continuano a parlare. ( Antonio Miredi)
( © Lorenzo Maria Bottari )
«Vedremo soltanto una sfera di fuoco, più grande del sole, più vasta del mondo nemmeno un grido risuonerà... E dai boschi e dal mare ritorna la vita, e ancora la terra sarà popolata, e fra notti e giorni il sole farà le mille stagioni e ancora il mondo percorrerà gli spazi di sempre per mille secoli almeno, ma noi non ci saremo.» (Francesco Guccini - Noi non ci saremo)
Don Chisciotte - { Francesco Guccini, Beppe Dati e Goffredo Orlandi }
( I Nomadi cantano Dio è morto du Francesco Fuccini)
Guccini, La locomotiva
("..Venite pure avanti poeti sgangherati, inutili cantanti di giorni sciagurati, buffoni che campate di versi senza forza avrete soldi e gloria, ma non avete scorza; godetevi il successo, godete finchè dura, che il pubblico è ammaestrato e non vi fa paura e andate chissà dove per non pagar le tasse col ghigno e l'ignoranza dei primi della classe. Io sono solo un povero cadetto di Guascogna, però non la sopporto la gente che non sogna. Gli orpelli? L'arrivismo? All' amo non abbocco e al fin della licenza io non perdono e tocco, io non perdono, non perdono e tocco!"...) Francesco Guccini - "Cyrano"

mercoledì 5 agosto 2026

MONDI SU CARTA : Viaggi visivi tra le righe e le nuvole

Mondi che nascono dalle parole e altri che prendono forma nel segno di una matita. Talvolta si incontrano, si inseguono, si completano. È in questo spazio, tra le righe della scrittura e le nuvole del fumetto, che questa rubrica invita a un nuovo viaggio immaginario: Illustrazioni, vignette, fumetti, graphic novel, romanzi illustrati e altri linguaggi del racconto per immagini saranno occasioni per esplorare opere, autori, stili e storie, seguendo i sentieri che uniscono la letteratura all'arte visiva.
Immagine del Logo (©AMART) -------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- UN ULTIMO “GULP” A GUIDO DE MARIA
Era il tempo in cui per sorprendere e accendere la fantasia non servivano algoritmi, visori a realtà aumentata o grafiche in 3D . Bastavano talento, inventiva come quella emiliana, la colla, le forbici e delle tavole disegnate a china. Con la scomparsa di Guido De Maria, il 31 agosto 2026 all'età di 93 anni, se ne va l'ultimo grande artigiano di quella televisione italiana capace di osare, divertire e, soprattutto, inventare linguaggi dal nulla. Se oggi i motion comics spopolano sul web, faremmo bene a ricordarci che il primo a capire come muovere i fumetti in TV senza trasformarli in cartoni animati è stato proprio lui. E lo ha fatto quando la televisione era ancora un elettrodomestico in bianco e nero La rivoluzione pop di una sigla indimenticabile
Dire SuperGulp! significa evocare in almeno tre generazioni di italiani. Un richiamo visivo e una sigla musicale briosa come una bollicina di spumante. Quel grido – “Gulp! Freccia e via!” – era il segnale di ritrovo pomeridiano. L’intuizione di De Maria fu tanto semplice quanto rivoluzionaria: non bisognava tradire la carta stampata, ma celebrarla. I fumetti in TV mantenevano i loro "balloon", le loro nuvolette storiche, mentre l'obiettivo della telecamera ci passava sopra, guidando l’occhio del telespettatore e lasciando ai doppiatori il compito di dare una voce a personaggi mitici come Spider-Man, i Fantastici Quattro, Tex o Alan Ford. Una vera e propria scuola di lettura Tra la Logica di Nick Carter e l'allegria di Giumbolo
Nato dalla straordinaria complicità creativa con il fumettista Bonvi, il detective Nick Carter (insieme ai fidi Ten e Patsy) è stato il manifesto della sua ironia stralunata. Le gag, i travestimenti surreali di Stanislao Moulinsky ("Ebbene sì, maledetto Carter, hai vinto anche stavolta!") e quella battuta finale, diventata proverbiale: "E l’ultimo chiuda la porta". Ma l'universo di De Maria non si fermava ai detective. Era fatto della simpatia contagiosa di Giumbolo, il tondeggiante personaggio che saltellava sulle note di una sigla che molti ricordano ancora. C'era la originalità del Carosello, la regia pubblicitaria d'avanguardia (sua l'ideazione della storica "camicia coi baffi") e una dote rarissima: saper far ridere i bambini senza mai prendere in giro la loro intelligenza. Un'eredità analogica in un mondo digitale Oggi che tutto scorre alla velocità di un video su TikTok, il lascito di Guido De Maria brilla per la sua straordinaria lentezza calcolata. La sua era una regia fatta di tempi comici perfetti, dove il silenzio tra una battuta e l'altra valeva quanto il disegno stesso. (a.m)
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(In foto: Da sinistra a destra: Ivo Pavone , Hugo Pratt , Alberto Ongaro e Mario Faustinelli) -------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Anniversari che fanno rumore, altri che passano nel silenzio. Il ventesimo anniversario della scomparsa di Mario Faustinelli appartiene a questi ultimi. E forse proprio questo silenzio merita di essere ascoltato. Non perché Mario Faustinelli sia stato un gigante dimenticato da contrapporre ad altri. Né perché occorra riscrivere la storia attribuendogli meriti che non gli appartengono. La storia non ha bisogno di nuovi miti, ma di proporzioni più giuste. Quando si racconta la nascita artistica di Hugo Pratt, è facile cadere nella tentazione della mitografia a buon consumo. Si immagina un giovane già consapevole del proprio destino, quasi che Corto Maltese fosse già scritto nel cielo della sua giovinezza. La realtà è più modesta e affascinante al contempo. Negli anni del Gruppo di Venezia, Pratt è un ragazzo straordinariamente dotato, ma ancora aperto a mille possibilità. Il fumetto non è ancora il suo destino inevitabile. È una delle strade possibili. È un giovane inquieto, attratto dal viaggio, dall'avventura, dalla vita prima ancora che dal racconto della vita. Mario Faustinelli è con il cugino Alberto Ongaro ideatore principale di Asso di Picche, anima organizzativa del gruppo, promotore di incontri, costruttore di occasioni, e finanziatore (con i soldi della madre che dovevano servire per gli studi universatari) L'idea era maturata nelle carceri veneziane dove, nel novembre 1943, non ancora ventenni erano finiti, accusati di antifascismo. Sarà poi lo stesso Pratt, a guerra finita, a presenrasi davani ai due cugini con delle tavole di disegno sotto il braccio. Si capì subito il talento del più giovane Ugo Prat ( il nome Hugo Pratt arriverà dopo) ma segnè a suo farore anche il suo inglese fluente. L'avventura attorno ad Asso di Picche è stato il terreno di partenza poi per l'avventura argentina, e il contratto con l'Editorial Abril di Cesare Civita. Il passaggio decisivo per la maturazione artistica di Pratt. È una differenza sottile ma essenziale. Corto Maltese non nasce da Mario Faustinelli. Ma senza Mario Faustinelli forse non sarebbe nato l'Hugo Pratt capace, molti anni dopo, di creare Corto Maltese. Tutti i grandi artisti nascono dentro relazioni, amicizie, laboratori, occasioni condivise. Faustinelli possedeva un talento particolare. Non cercava il centro della scena. Lo dimostrano i molti pseudonimi con cui firmò i suoi lavori. Lo dimostra una carriera disseminata fra fumetto, libri per ragazzi, divulgazione artistica, poesia visiva, televisione e collaborazioni collettive, fino all'esperienza di Topo Gigio. Più che costruire un monumento a sé stesso, sembrava interessato a costruire luoghi nei quali le idee potessero nascere. Era anche disegnatore. Era scrittore. Era autore di calligrammi. Era un intellettuale curioso, incapace di rinchiudersi in un solo linguaggio. Forse proprio questa ricchezza lo ha reso, col tempo, meno riconoscibile. La memoria pubblica ama i simboli assoluti. Ama identificare un autore con un personaggio, un volto, un'opera. Pratt ha Corto Maltese. Faustinelli ha lasciato soprattutto una costellazione di tracce. Eppure quelle tracce raccontano una figura rara: quella di un uomo che preferiva il laboratorio al palcoscenico, la costruzione del progetto alla costruzione del proprio mito. Oggi, nel ventesimo anniversario della sua scomparsa, il suo nome sembra essersi dissolto nel silenzio. Forse è inevitabile. Ma ogni tanto la memoria ha bisogno di compiere un gesto semplice: tornare indietro, illuminare una figura rimasta ai margini.(Antonio Miredi)
(©) Da una idea di Antonio Miredi disegno originale dell'artista Lorenzo Maria Bottari per AMART

domenica 5 luglio 2026

IL BICENTENARIO DI CARLO COLLODI - Occasione di ripartire da Collodi, Pinocchio e oltre

Nel duecentesimo anniversario della nascita dello scrittore, un itinerario di lettura che attraverserà un anno di riflessioni tra letteratura, filosofia, storia e immaginario.
Immagine del Logo (©AMART)----------------------------------------------------------------------------------------------------------------- CARLO COLLODI, NONOSTANTE DIVORATO DAL SUO CAPOLAVORO PINOCCHIO, NASCOSTO MA BEN PRESENTE di Antonio Miredi------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------Duecento anni dalla nascita di Carlo Collodi non rappresentano soltanto una ricorrenza da celebrare. Possono diventare l'occasione per tornare a leggere uno degli autori più originali della nostra letteratura e uno dei libri più conosciuti e, nello stesso tempo, più fraintesi della nostra tradizione. Questo percorso non intende aggiungere un'altra commemorazione alle molte già in programma. Vorrebbe piuttosto ripartire da Collodi, da Pinocchio, dalle sue parole, dalle sue immagini e dalle domande che continuano a interrogare il nostro presente. Ma sarà anche un'occasione per riscoprire il resto della sua opera: il giornalista, il critico musicale e teatrale, il polemista, il patriota del Risorgimento, l'educatore, lo sperimentatore di linguaggi e di generi. Uno scrittore che il successo di Pinocchio ha finito quasi per nascondere, mentre proprio nel suo capolavoro confluiscono, trasformandosi in racconto, tutte le esperienze della sua vita intellettuale e civile. Sarà un cammino aperto, destinato ad accompagnare questo anno del bicentenario e ad andare oltre. Perché i grandi libri non appartengono a una ricorrenza: appartengono al tempo, e ogni volta chiedono di essere riletti come se fosse la prima. ------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Pinocchio e i Carabinieri: sessanta immagini per un viaggio nelle avventure del Burattino e il confronto con la tecnologia generativa.---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------di Antonio Miredi...............................................................................................................................................Ci sono oggetti che restano ancorati alla memoria e altri che provano a misurarsi con il presente, il presente più innovativo e rivoluzionario. Il cofanetto Preso per il naso, pubblicato dalle Edizioni Attini, 2026 nella sua 100ª serie, appartiene in qualche modo a entrambe queste categorie. Da una parte c'è Pinocchio, il burattino nato dalla penna di Carlo Collodi e ormai consegnato a un immaginario universale; dall'altra c'è una tecnologia contemporanea, l'intelligenza artificiale, chiamata qui a produrre sessanta nuove immagini. Il progetto attraversa l'intera vicenda di Pinocchio, ripercorrendone episodi, incontri e avventure, ma introduce lungo questo viaggio una presenza costante e insolita: due Carabinieri. Sono loro a ricomparire, di scena in scena, accanto al burattino. Talvolta sembrano severi custodi dell'ordine, altre volte assumono quasi il ruolo di discreti complici delle sue peripezie. È questa, probabilmente, la trovata più originale dell'intero progetto. Il Carabiniere, che appartiene alla storia stessa dell'Italia ottocentesca e che Collodi aveva fatto entrare nelle avventure del burattino, non rimane più confinato all'episodio della cattura di Pinocchio. Viene trasformato in una presenza narrativa permanente, quasi una coppia di testimoni destinati a seguire il protagonista lungo il suo interminabile viaggio. E così il celebre preso per il naso non è più soltanto un episodio: diventa una chiave per rileggere, con ironia, tutto il mondo di Pinocchio. Il risultato è sorprendente anche per un'altra ragione. Il Pinocchio che incontriamo in queste immagini non nasce da un nuovo linguaggio figurativo originale, ma dialoga volutamente con immagini ormai entrate nella memoria collettiva: riconoscibili sono soprattutto echi della tradizione Disney e di quella russa. L'intelligenza artificiale interviene allora come strumento di variazione, combinazione e reinvenzione, costruendo situazioni nelle quali personaggi e ambienti conosciuti vengono ricomposti secondo possibilità nuove. Ed è proprio qui che il cofanetto diventa interessante anche al di là del suo valore collezionistico.
Che cosa può fare l'intelligenza artificiale quando entra nel territorio dell'arte? La risposta che queste sessanta cartoline sembrano suggerire non è definitiva, ma certamente stimolante. L'IA sa sorprendere. Sa produrre accostamenti inattesi, situazioni curiose, variazioni che l'occhio non aveva previsto. Sa persino restituire, in un istante, l'impressione di un mondo figurativo già conosciuto e insieme diverso. Ma la sorpresa è forse soltanto la prima soglia della meraviglia. La meraviglia autentica, è quella che nasce davanti a un'immagine e ci costringe a fermarci perché vi avvertiamo una sensibilità, una visione, una necessità espressiva irriducibilmente personale, e che appartiene ancora a un territorio diverso. È il punto nel quale la tecnica smette di essere soltanto abilità e diventa linguaggio. Un elemento che rende questa edizione particolarmente preziosa per il collezionista: le sessanta cartoline sono raccolte in un cofanetto realizzato in soli trenta esemplari. Una quantità sorprendentemente esigua per un oggetto nato, per sua natura, sotto il segno della moltiplicazione e della circolazione. La cartolina, infatti, è sempre stata un'immagine fatta per viaggiare. Qui, invece, sessanta immagini compongono un piccolo universo destinato a pochissimi. Ed è forse questo il fascino più inatteso della 100ª serie di Preso per il naso: un progetto che guarda contemporaneamente indietro e avanti. Indietro, verso Collodi, verso Pinocchio e verso quelle immagini che hanno costruito la nostra memoria del burattino; avanti, verso un modo ancora tutto da comprendere di creare immagini attraverso strumenti che fino a ieri appartenevano soltanto alla fantascienza. Fra i due estremi rimane Pinocchio. Sempre in fuga, sempre inseguito, sempre pronto a trasformare la regola in avventura. E questa volta, dietro di lui, ci sono due Carabinieri che sembrano aver deciso di accompagnarlo fino alla fine. (Antonio Miredi)