domenica 30 agosto 2026

PERCORSI D'ARTE: PROFILI, LUOGHI, INCONTRI

Profili — l’artista, la sua figura, il suo percorso umano e creativo, anche attraverso aspetti meno conosciuti. Luoghi — musei, atelier, città, paesaggi, case, esposizioni: i luoghi nei quali l’arte è nata, è passata o ancora oggi si manifesta. Incontri — incontri reali o ideali con artisti, opere, persone, testimoni; ma anche quell'incontro particolare che avviene quando noi ci troviamo davanti a un'opera. Perché l’arte non è soltanto ciò che vediamo, ma anche ciò che incontriamo lungo il cammino.
( Dettaglio di un'opera di © MAURO ROVENTI BECCARI ) ------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- L'ANIMA COLORATA E SERENA DI MAURO ROVENTI BECCARI--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------Una poetica fantastico-simbolica di una irregolare trascendente architettura------------------------------------------------------- di Antonio Miredi----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------Un monaco, la pittura, il cielo È nel luogo raccolto del refettorio dell’antico Priorato di Torre Pellice che avviene questo incontro. Uno spazio appartato, quasi sottratto al passaggio quotidiano, che porta con sé la storia del complesso Mauriziano, nato nell’Ottocento per volontà dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. Il Priorato venne istituito nel 1840 e la nuova chiesa di San Martino fu terminata nel 1844 e inaugurata alla presenza di Carlo Alberto. È qui, a un anno dal suo arrivo come parroco a Torre Pellice, che incontro Don Mauro Roventi Beccari..Ma prima ancora di incontrare il sacerdote, incontro la sua pittura. E subito avverto una personale cifra fantastico-simbolica, nella quale l’architettura irregolare sembra sottoposta a una misteriosa tensione verticale. Le costruzioni risultano compresse l’una nell’altra, quasi nell’atto di un moto di "implosione" ma verso il cielo. Non è infatti un movimento di caduta; al contrario, sembra che proprio nella compressione delle forme si sprigioni una spinta verso l’alto, una sorta di verticale trascendenza. Le tavole, di medio e piccolo formato, sono ricche di colore. Ma è il blu cobalto a dominare, avvolgendo le architetture in un’atmosfera di aerea leggerezza e serenità. Le nuvole sembrano onde placide di mare. Cielo e mare entrano in dialogo e in un reciproco specchiarsi, mentre le costruzioni, sghembe, compresse, fantastiche, sembrano galleggiare in uno spazio nel quale la materia perde progressivamente il proprio peso. E forse non è casuale che dietro quel blu ci sia anche Venezia.
Don Mauro ha trascorso sei anni nelle comunità benedettine a Venezia, al monastero di San Giorgio Maggiore sull'isola di San Giorgio Maggiore, di fronte a piazza San Marco, per la sua specializzazione teologica. Un soggiorno in una terra nella quale la luce e l’acqua hanno un rapporto quasi indissolubile e nella quale il colore sembra continuamente riflettersi, scomporsi, ritornare. È difficile non pensare che quell’esperienza lagunare abbia contribuito ad arricchire la sua tavolozza, fino a condurlo verso quel blu che nelle sue opere non è soltanto un colore, ma sembra diventare uno spazio mentale, una dimensione poetica. Ed è proprio parlando di quel blu che gli faccio un nome, Corto. Don Mauro reagisce immediatamente: «Ah, Corto Maltese!» E aggiunge, con evidente piacere: « Hugo Pratt, vero maestro del fumetto». La conversazione prende allora una direzione inattesa. Scopro così una sua piacevole attenzione per le storie disegnate, per quelle narrazioni che si svolgono fra le nuvole di parole e nelle quali il rapporto fra immagine e silenzio può diventare esso stesso racconto. E allora il bianco e il nero della sua pittura acquistano un'altra risonanza. Perché Don Mauro non si limita alla tempera. Mi mostra, in anteprima, alcuni eleganti fogli a china che non sono mai stati resi pubblici. È una sorpresa. Qui il colore si ritrae e rimane l'essenziale: il segno nero sulla carta, il bianco che lo accoglie, l'ombra che nasce dalla loro relazione. È lo stesso dialogo fra luce e oscurità che ritrovo nelle sue opere a tempera, ma portato a una forma più nuda, quasi grafica. Don Mauro ama infatti la tempera proprio perché la considera una tecnica pulita, che non sporca. Il bianco gli serve continuamente per sfumare, il nero per dare ombra. Bianco e nero, dunque, non come contrapposizione assoluta, ma come strumenti di costruzione. E viene spontaneo pensare a quel maestro del fumetto che abbiamo appena evocato: anche nelle tavole di Pratt il bianco e il nero non sono semplicemente due valori cromatici, ma diventano elementi narrativi. Ma dietro il sacerdote pittore c’è una storia che comincia molto prima della teologia e della pittura. Don Mauro è portato al disegno fin da bambino, per una naturale inclinazione. Ricorda il suo primo disegno: un paesaggio con l’acqua e delle canne. Ma subito precisa: «Non reali. A modo mio». Quelle canne erano già sghembe, verticalmente storte. In quella semplice frase — a modo mio — sembra essere già contenuta la libertà che ritroviamo oggi nelle sue architetture irregolari. Non la realtà riprodotta, dunque, ma la realtà trasformata dallo sguardo. Una realtà che prende una propria forma nel momento stesso in cui viene disegnata. C’è poi un altro particolare che mi sembra rivelatore. Un tempo Don Mauro era solito racchiudere le sue opere nelle cornici. Ora non più. È come se la cornice fosse diventata improvvisamente un limite. C’è la voglia di continuare a dipingere oltre i bordi. Come in un tentativo libero di scappare, di correre. E qui, quasi naturalmente, la pittura incontra il monaco. Perché quella corsa trova una sorprendente corrispondenza nelle parole della Regola di San Benedetto: Currite dum lumen vitae habetis. Correte finché avete la luce della vita. A questo punto le immagini sembrano ricomporsi. Le canne storte del bambino. Le architetture irregolari.Le costruzioni che si comprimono in una sorta di implosione verso il cielo. Il blu cobalto. L’acqua e le nuvole che si rispecchiano. Il bianco che sfuma. Il nero che crea l’ombra. I fogli a china. Le cornici abbandonate. E infine quei bordi che la pittura vuole oltrepassare. Forse è qui che si può riconoscere la cifra più autentica di questa pittura. L’irregolarità non diventa caos. La deformazione non diventa disordine. La materia, anzi, sembra cercare una propria liberazione.Le forme si comprimono, ma per salire. Il colore avvolge, ma per aprire uno spazio. La pittura supera il bordo, non per negare il limite, ma per cercare ciò che sta oltre. Nel silenzio del vecchio Priorato, allora, quelle architetture fantastiche sembrano raccontare una piccola fuga. Non dalla realtà, ma dalla sua immobilità. Una fuga verso l’alto. Una corsa verso la luce. ( Antonio Miredi )
Torino il Borgo medievale lungo il Po
Pisa, piazza dei miracoli ---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Non un'architettura ordinata, razionale, simmetrica, ma una architettura irregolare e fantastico-simbolica, nella quale la deformazione e l'apparente impossibilità delle strutture diventano il mezzo per costruire una verticale di trascendenza. ---------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Abbazia benedettina di Santa Scolastica a Subiaco
Monastero di San Benedetto. Sacro speco a Subiaco
Ferrara il castello ----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------Le opere esposte sono tutte acquistabili e il ricavato è destinato al progetto di recupero e restauro del Priorato, con particolare attenzione al suo chiostro coperto, affinché questo spazio possa essere sempre più valorizzato e possa accogliere in futuro nuove iniziative, esposizioni ed eventi. INFORMAZIONI E CONTATTO AL +39 333 792 8286

giovedì 20 agosto 2026

RUDOLPH VALENTINO, L'ULTIMO SGUARDO DEL CINEMA MUTO

Cento anni dopo la morte del primo Divo assoluto della Storia del Cinema
RUDOLPH VALENTINO, L'ULTIMO SGUARDO di Antonio Miredi----------------------------------------------------------------------------------------------------------- C'è un momento, nella storia del Novecento, in cui una morte smette di appartenere soltanto a un uomo e diventa il riflesso di un'intera epoca. È l'agosto del 1926. A New York muore Rodolfo Valentino, trentun anni appena compiuti, e intorno alla sua scomparsa si scatena un fenomeno mai visto prima: una folla immensa, giornali, fotografie, cronache, lacrime collettive. Una società intera sembra scoprire, davanti alla bara di un attore, la forza misteriosa dell'immagine. John Dos Passos, in Tango Lento, restituisce con straordinaria lucidità proprio questo momento: non soltanto il dolore per la perdita di un uomo famoso, ma la nascita di una nuova religione moderna, quella del divismo di massa. La folla davanti alla morte di Valentino è già una folla del Novecento, una folla che non si limita ad assistere alla storia: la vive attraverso i giornali, attraverso le immagini, attraverso la costruzione collettiva di un mito. Valentino muore, ma nello stesso istante nasce Valentino. È questa la grande contraddizione della sua vicenda: la morte biologica coincide con la nascita definitiva dell'immortalità cinematografica. Prima di lui erano esistiti attori celebri. Con lui nasce il Divo. Non soltanto un interprete, ma un'immagine capace di entrare nella vita quotidiana delle persone, nei sogni, nelle mode, nell'immaginario collettivo. Un volto riprodotto infinite volte, un nome trasformato in Leggenda. Eppure il segreto di Valentino non era la parola. Era lo sguardo. Apparteneva a un cinema che non aveva ancora bisogno della voce per raccontare il desiderio, il dolore, la passione, il mistero. Un cinema fatto di silenzio musicato, dove ogni gesto aveva il valore di una frase e ogni espressione del volto poteva diventare una pagina narrativa. Non l'immobilità, ma la fissità. La fissità di un'immagine che trattiene il tempo. Il cinema muto conosceva ancora qualcosa della pittura, della fotografia, del teatro delle origini: il corpo dell'attore diventava una composizione visiva, un'apparizione. La macchina da presa non cercava soltanto l'azione, cercava il momento in cui un volto rivelava un'anima. Valentino era nato per quel linguaggio. I suoi occhi, il portamento, il modo di muoversi, persino le pause, appartenevano a un'arte in cui il non detto aveva ancora un immenso potere. La sua forza non era spiegare, ma suggerire. La sua morte assume un valore simbolico profondo. Nel 1926 muore Valentino. Nel 1927 arriva The Jazz Singer e il cinema entra nell'epoca della voce. Il silenzio lascia il posto alla parola, la musica invisibile delle sale lascia spazio al suono registrato. È come se il grande interprete del cinema dello sguardo uscisse di scena nel momento esatto in cui il cinema cambia natura. La storia, naturalmente, non è così semplice: il sonoro porterà nuove forme di poesia e nuovi grandi interpreti. Ma qualcosa si trasforma per sempre. Quel Cinema fondato sulla forza assoluta dell'immagine, sulla sospensione del gesto, sulla misteriosa eloquenza del silenzio, appartiene ormai a un tempo perduto. Rodolfo Valentino fu anche il simbolo di un'altra grande storia del Novecento: quella dell'emigrazione e della trasformazione di sé. Nato a Castellaneta, in Puglia, con il nome di Rodolfo Pietro Filiberto Raffaello Guglielmi, arrivò dall'Italia negli Stati Uniti come tanti altri uomini alla ricerca di un futuro. Hollywood gli offrì una nuova identità e lui seppe trasformarla in un mito universale. Fu italiano, francese, americano, mediterraneo, straniero e familiare allo stesso tempo. Il suo fascino nasceva anche da questa ambiguità: incarnava il sogno dell'altrove, il desiderio di un mondo più vasto. La sua morte prematura ha avuto un effetto definitivo: Valentino è rimasto per sempre giovane. Ma con Valentino la giovinezza non era un valore anagraficamente ed esteticamente vacuo, bensì una gentile primaverile interiorità. Il tempo non ha potuto modificarne il volto, indebolirne il mito, trasformarlo in un ricordo ordinario. La morte lo ha consegnato alla dimensione sospesa delle immagini. Per questo, a cento anni di distanza, Rudolph Valentino non è soltanto una figura della storia del cinema. È una soglia. Dietro di lui c'è il cinema del silenzio, dello sguardo, della fissità dell'immagine. Davanti a lui si apre il cinema moderno, con la voce, la tecnica, la velocità, i nuovi linguaggi. La sua parabola sembra quasi una perfetta figura narrativa: un uomo nasce mentre nasce il cinema e scompare quando il cinema sta per cambiare pelle. Resta però quell'ultima eredità: la certezza che un volto, anche senza parlare, può ancora raccontare tutto. Perché prima di imparare a parlare, il cinema aveva imparato a guardare. Oggi, a cento anni dalla sua scomparsa, Rodolfo Valentino continua naturalmente ad abitare anche il nostro tempo visivo. La sua eterna giovinezza, il volto intatto, la bellezza sospesa appartengono a un immaginario di oggi che la tecnologia contemporanea può facilmente riprodurre, restaurare, moltiplicare. Ma proprio qui emerge la differenza più profonda. La potenza degli strumenti digitali può avvicinarsi all'immagine di Valentino, può restituirne la nitidezza, riportare alla luce dettagli perduti, far rivivere idealmente un volto consegnato alla pellicola, o alla fotografia. Ma non può aggiungere ciò che in quel volto era già presente. Perché Valentino non è soltanto una bellezza da contemplare. È una presenza narrativa. Dentro il suo sguardo, nelle pause, nella fissità del gesto, esiste già una storia: il desiderio, la malinconia, l'attesa, l'esilio, il sogno dell'altrove. La sua forza non nasce soltanto dall'apparenza, ma dalla capacità misteriosa di trasformare un'immagine in racconto. Forse è proprio questa la sua modernità più sorprendente. In un'epoca dominata dalla continua produzione di immagini, Valentino ci ricorda che non ogni immagine diventa un mito. Il mito nasce quando dietro la superficie resta un enigma, quando uno sguardo continua a interrogare chi lo osserva anche dopo cento anni. La tecnologia può avvicinare il volto. Ma è il mistero di quel volto che continua a fare Cinema. (Antonio Miredi)
"Rodolfo Valentino appartiene a un cinema della fissità: non quello dell'immobilità, ma quello dell'immagine che trattiene il tempo. Prima che il cinema imparasse a parlare, imparò ad avere uno Sguardo(antonio miredi)
(© Progetto Idea protetto di Antonio Miredi per AM_ART)
Fuori la folla / il Tango era lento / massa delirio (a.m.)

mercoledì 19 agosto 2026

OSSERVATORIO DI LUSERNA: Sotto il cielo dell’eclisse di sole 12 agosto 2026

Nel mondo, come sempre accade davanti a un grande fenomeno astronomico, l’eclissi ha suscitato un particolare interesse soprattutto nelle aree maggiormente favorite dalla sua visibilità, dalla Spagna all’Islanda. Anche l’Italia ha potuto assistere al fenomeno, seppure in forma parziale, e tra i luoghi da cui osservarlo c’era il Piemonte anche con Luserna San Giovanni, nelle Valli Valdesi, dove l’evento astronomico è diventato l’occasione per una serata dedicata non soltanto all’osservazione del cielo, ma anche alla parola, alla poesia e alla meraviglia.
Sotto il cielo dell’eclissi del sole-----di Antonio Miredi---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------Diversi i momenti che hanno accompagnato la serata dell'evento. Tra questi, quello del gruppo LaAV – Lettura ad Alta Voce, partendo da Esiodo fino al Piccolo Principe, ha condotto il pubblico in un viaggio immaginario attraverso le costellazioni. Una coralità di voci che, nel buio ormai crescente, sembrava dilatare lo spazio della narrazione fino a confondersi con quello immenso del cielo. Poi, però, è arrivato il momento in cui le parole hanno lasciato il posto allo stupore. Nel buio assoluto della notte, la volta celeste si è aperta sopra di noi come una grande mappa. Un puntatore luminoso come una navicella spaziale condotta da Sergio Lera, Presidente dell'Osservatorio, ne tracciava lentamente le figure, indicava le stelle, ne pronunciava i nomi e restituiva all’occhio umano quella geografia celeste che da millenni accompagna la nostra immaginazione. E il Presidente diventava il Messaggero delle stelle. Arturo, luminosissima. La rossa Antares. Il Grande Carro. E poi le altre stelle, le costellazioni, gli astri lontani, fino a quei corpi che, improvvisamente, sembravano attraversare il cielo lasciando una scia: le perseidi, sciame meteorico come luminose brevi apparizioni capaci ancora oggi di sorprendere. Ma perché tutto questo continua a suscitare tanto interesse? È una domanda che, mentre guardavo quel cielo, mi sono posto. Perché l’uomo continua a sentirsi attratto da ciò che accade lassù, sopra di lui, nonostante oggi la scienza abbia saputo spiegare fenomeni che un tempo dovevano apparire incomprensibili e terribili? Oggi possiamo calcolare, prevedere, stabilire con precisione tempi e luoghi di un’eclissi. Possiamo conoscere la natura delle stelle, seguire il movimento dei pianeti, misurare distanze che un tempo appartenevano soltanto al territorio dell’immaginazione. Eppure qualcosa rimane. Forse proprio quel sentimento che doveva accompagnare gli uomini primitivi davanti a un cielo improvvisamente oscurato, davanti a una luce che scompariva, a una stella cadente, a una cometa, a un fenomeno capace di sconvolgere l’ordine apparente delle cose.
Sgomento. Angoscia. Meraviglia. Noi abbiamo sostituito il mito con la conoscenza capace di spiegare tutto e l’oscurità dell’ignoto con la precisione dei calcoli. È una conquista immensa, naturalmente. Ma viene da chiedersi se, insieme a ciò che abbiamo finalmente compreso, non rischiamo qualche volta di perdere anche qualcosa di più difficile da definire: il senso del mistero. E forse è proprio quel mistero, ciò che ancora non comprendiamo o che, pur comprendendo, continuiamo a contemplare con stupore, a ricordarci di essere uomini. Quella sera, a Luserna San Giovanni, prima ancora che l’eclissi diventasse un fenomeno da osservare, il cielo era tornato a essere una domanda. E sotto quella domanda, per qualche ora, le parole, la scienza e lo stupore hanno finito per incontrarsi. (Antonio Miredi)
Perché continuiamo a guardare il cielo, se ormai sappiamo spiegare ciò che accade?--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- CONVERSAZIONE CON SERGIO LERA PRESIDENTE DELL'OSSERVATORIO DI LUSERNA SAN GIOVANNI E DELL'ASSOCIAZIONE URANIA--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- DOMANDA: Vorrei partire da un ricordo personale. Lei era ancora ragazzo quando, nel febbraio del 1961, l'Italia fu attraversata da un'eclissi totale di Sole. Che cosa vide quel ragazzo di allora e che cosa è rimasto dentro di lui di quell'esperienza, tanto da trasformarsi, negli anni, in una passione per l'astronomia? RISPOSTA: -Emozione, una serie di emozioni! Queste sono le migliori definizioni di ciò che provai di fronte ad un fenomeno così particolare e con essa gli eventi contestuali vissuti nello stesso periodo: la descrizione del maestro, il buio, il freddo, questo ultimo naturale, era di febbraio intorno alle 8 del mattino, il passaggio tra compagni di classe di oggetti oscurati e oscuranti, i commenti tra noi e poi … il ritorno della “Luce”! D: Quando e come è nata l'dea di creare l'Osservatorio Astronomico di Luserna San Giovanni? Quali persone e quali circostanze hanno contribuito a trasformare una passione personale in una realtà aperta alla comunità? R: -Non sono tra i padri fondatori, l’associazione fu fondata nel 1989 e io ne entrai a far parte circa dieci anni dopo casualmente e in circostanze fortuite, ma ne rimasi affascinato, dalle competenze e dallo stile propositivo delle persone, tra queste, il Presidente il Dottor Giovanni Peyrot, i Professori Briatore e Galeotti e molti altri senza scordare il decano dell’astronomia piemontese Beppe Ellena oggi novantasettenne. Iniziai a seguirne le attività mensili (incontri culturali), sino al 2006, già sotto la presidenza di Romano Vivaldi, e quando potei dedicarmi maggiormente per disponibilità di tempo, alle attività sul territorio mi rivolsi quasi per vocazione, alla parte divulgativa. D: L'Osservatorio è oggi anche un luogo di incontro. Quanto è importante, secondo lei, avvicinare le persone all'astronomia non soltanto attraverso gli strumenti scientifici, ma attraverso l'esperienza diretta del cielo? R:- Direi fondamentale, dato che la nostra definizione di astrofili vuol appunto dire “Amici/Amanti delle Stelle”. Le nostre azioni sono rivolte proprio alla condivisione di emozioni, dove, l’aspetto scientifico, è a supporto dell’umanità nella sua più profonda espressione. D: Oggi un'eclissi, una superluna, una pioggia di meteore diventano facilmente eventi mediatici, quasi oggetti di consumo: se ne parla, si fotografano, si condividono e poi si passa ad altro. Come si può andare oltre lo spettacolo e trasformare invece la meraviglia di un fenomeno astronomico in una curiosità più profonda, in un desiderio di conoscenza? R: - Il segreto sta nel parlare al cuore delle persone e non solo alla mente: la percezione sensoriale (visiva, uditiva, eccetera), transita in forma diretta verso il cuore e l’emozione che ne deriva viene memorizzata nella memoria più profonda nel nostro intelletto, scatenando, a tempo debito, curiosità e nuove emozioni. D: Un tempo un'eclissi poteva suscitare negli uomini terrore e sgomento perché apparteneva al territorio dell'ignoto. Oggi sappiamo prevederne con estrema precisione tempi, luoghi e modalità. Secondo lei, la scienza ha cancellato quel senso del mistero oppure può insegnarci a guardarlo con occhi diversi? R:- No, non ha cancellato ne cancellerà nulla, perché ad ogni risposta si aprono e si apriranno altre mille domande! Questo è meraviglioso e l’essere umano dovrebbe rendersi conto d’essere una autentica meraviglia! Ma … sigh sigh D: Dopo tanti anni trascorsi a osservare il cielo, che cosa continua ancora oggi a sorprenderla? C'è qualcosa che l'astronomia non ha smesso di insegnarle sul nostro essere uomini e sul nostro posto nell'universo? R: - Assolutamente Sì! La bellezza della scienza è che si rinnova e si aggiorna continuamente; ciò che sino a ieri poteva esser considerato vero e certo, oggi potrebbe non più esserlo e, questo fatto, affascinerà sempre i curiosi sognatori che rivolgono lo sguardo al cielo … e non solo! L’umanità deve rendersi conto che siamo ospiti di una meraviglia; “Ospiti”, non “Padroni”! D: Il 28 agosto 2026 ci sarà una eclisse di luna. Avete pensato anche per questa occasione di preparare un evento? R: - Sarà un'eclissi, non totale, che però avverrà intorno alle cinque del mattino, lo abbiamo già fatto, ma le persone in questi periodi vivono anche momenti di vacanza – potrà essere un fatto circoscritto a pochi, ma … siamo, anche noi astrofili, esseri umani!
(In foto Il Presidente Sergio Lera) -------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
ECLISSE DI LUNA DEL 28 AGOSTO 2026
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Il 12 agosto a Luserna San Giovanni c'era «Quadrifoglio astronomico»: eclissi proiettata dalla Spagna, osservazione del cielo, Perseidi e letture sui miti delle costellazioni. E in Piemonte l'eclissi era particolarmente spettacolare: oltre il 90% di oscuramento, ma con il Sole ormai vicinissimo all'orizzonte. INFO E CONTATTI AL SEGUENTE LIN : https://www.osservatoriourania.it/

martedì 11 agosto 2026

FRANCESCO GUCCINI L'ULTIMO CANTASTORIE

Ogni 6 agosto il calendario si ferma davanti a una delle ferite più profonde della storia dell'umanità: Hiroshima. È il giorno in cui la memoria ci ricorda quanto fragile possa diventare la civiltà quando il sapere smarrisce la propria coscienza. Quest'anno, quasi in un misterioso gioco del destino, quel giorno ci riconduce anche al ricordo di Francesco Guccini, una delle voci più alte e più libere della canzone d'autore italiana, la cui notizia della morte è arrivata nel giorno di questa data simbolo che ha segnato anche l'inizio della sua carriera artistica.
(© Anteprima dell'inedito sentito omaggio dell'artista Lorenzo Maria Bottari al cantautore Francesco Guccini) -------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- FRANCESCO GUCCINI L'ULTIMO CANTASTORIE DEI NOSTRI SOGNI PERDUTI di Antonio Miredi-------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Se dovessi scegliere una sola sua canzone da affidare a questa ricorrenza sarebbe Noi non ci saremo. Scritta nel 1966, quando la Guerra Fredda faceva della minaccia atomica una presenza quotidiana, non è soltanto una canzone di protesta. È una meditazione poetica sul destino dell'uomo. Guccini immagina che, dopo la catastrofe, la natura possa rifiorire, che il mare torni a respirare, che gli alberi ricoprano la terra. Ma l'uomo non ci sarà più. È una visione che non grida: sussurra. Ed è forse proprio per questo che continua a inquietare. Sarebbe tuttavia riduttivo racchiudere Francesco Guccini nel solo ruolo di cantore dell'impegno civile. La sua opera attraversa oltre mezzo secolo di storia italiana, accompagnando generazioni diverse senza mai piegarsi alle mode. Le sue canzoni non cercano il consenso immediato: chiedono ascolto, riflessione, memoria. Nato a Modena il 14 giugno 1940, ma profondamente legato a Pàvana, sull'Appennino tosco-emiliano, Guccini ha sempre portato dentro di sé due geografie. Da una parte la città, con le sue trasformazioni sociali e culturali; dall'altra la montagna, luogo della memoria, del silenzio e delle radici. In quelle valli imparò che il tempo non corre: sedimenta. Forse è proprio da quella terra che nasce il passo lento e narrativo delle sue canzoni. Quando, negli anni Sessanta, la canzone italiana cercava soprattutto melodie leggere, Guccini introdusse un linguaggio nuovo. Le sue composizioni erano racconti, dialoghi, pagine di letteratura affidate alla musica. Ogni brano sembrava nascere più da una biblioteca che da uno studio discografico, ma senza perdere il contatto con la vita quotidiana. Da Dio è morto a La locomotiva, da Canzone per un'amica a Incontro, da Eskimo fino a Cyrano, egli ha dato voce ai ribelli, agli sconfitti, agli amici perduti, agli idealisti, agli uomini comuni che continuano a interrogarsi sul senso dell'esistenza. Nei suoi testi convivono storia e filosofia, ironia e malinconia, politica e tenerezza, senza mai trasformarsi in propaganda. Uno dei grandi protagonisti della sua opera è il tempo. Non il tempo dell'orologio, ma quello della memoria. Guccini osserva la giovinezza allontanarsi, gli amici scomparire, i sogni mutare forma. Eppure non indulge mai nella nostalgia sterile. Il passato diventa uno specchio attraverso il quale comprendere meglio il presente. Accanto al musicista viveva lo scrittore. Negli anni della maturità Guccini ha pubblicato romanzi, racconti, autobiografie e fortunate opere scritte insieme a Loriano Macchiavelli. Anche sulla pagina ritroviamo la stessa voce delle canzoni: colta ma mai pedante, ironica senza cinismo, profondamente umana. Schivo verso il successo spettacolare, lontano dai divismi televisivi, Guccini ha preferito le osterie ai salotti, i libri ai riflettori, il dialogo con pochi amici alle luci della celebrità. È rimasto fedele a un'idea antica dell'intellettuale: non colui che possiede risposte definitive, ma chi continua a coltivare il dubbio. Per questo la sua eredità va oltre la musica. Francesco Guccini lascia un patrimonio morale prima ancora che artistico. Ci consegna parole che invitano a custodire la libertà, la memoria, la dignità dell'uomo, il valore della cultura come esercizio quotidiano di coscienza. Nel giorno di Hiroshima, mentre il mondo ricorda l'ombra del fungo atomico, torna spontaneo ascoltare Noi non ci saremo. Non come un documento del passato, ma come un monito rivolto al nostro presente, attraversato ancora da guerre, paure e minacce nucleari. Le grandi canzoni non invecchiano perché parlano all'uomo prima ancora che al loro tempo. E Francesco Guccini è stato, forse più di ogni altro, il viandante che ha saputo trasformare il cammino di una generazione in un patrimonio di tutti. Le sue parole continueranno ad accompagnarci lungo i sentieri dell'Appennino, nelle piazze delle nostre città, nelle biblioteche, nelle osterie, nei ricordi personali di ciascuno. Perché le voci autentiche non conoscono il silenzio: cambiano soltanto il luogo da cui continuano a parlare. ( Antonio Miredi)
( © Lorenzo Maria Bottari )
«Vedremo soltanto una sfera di fuoco, più grande del sole, più vasta del mondo nemmeno un grido risuonerà... E dai boschi e dal mare ritorna la vita, e ancora la terra sarà popolata, e fra notti e giorni il sole farà le mille stagioni e ancora il mondo percorrerà gli spazi di sempre per mille secoli almeno, ma noi non ci saremo.» (Francesco Guccini - Noi non ci saremo)
Don Chisciotte - { Francesco Guccini, Beppe Dati e Goffredo Orlandi }
( I Nomadi cantano Dio è morto du Francesco Fuccini)
Guccini, La locomotiva
("..Venite pure avanti poeti sgangherati, inutili cantanti di giorni sciagurati, buffoni che campate di versi senza forza avrete soldi e gloria, ma non avete scorza; godetevi il successo, godete finchè dura, che il pubblico è ammaestrato e non vi fa paura e andate chissà dove per non pagar le tasse col ghigno e l'ignoranza dei primi della classe. Io sono solo un povero cadetto di Guascogna, però non la sopporto la gente che non sogna. Gli orpelli? L'arrivismo? All' amo non abbocco e al fin della licenza io non perdono e tocco, io non perdono, non perdono e tocco!"...) Francesco Guccini - "Cyrano"

mercoledì 5 agosto 2026

MONDI SU CARTA : Viaggi visivi tra le righe e le nuvole

Mondi che nascono dalle parole e altri che prendono forma nel segno di una matita. Talvolta si incontrano, si inseguono, si completano. È in questo spazio, tra le righe della scrittura e le nuvole del fumetto, che questa rubrica invita a un nuovo viaggio immaginario: Illustrazioni, vignette, fumetti, graphic novel, romanzi illustrati e altri linguaggi del racconto per immagini saranno occasioni per esplorare opere, autori, stili e storie, seguendo i sentieri che uniscono la letteratura all'arte visiva.
Immagine del Logo (©AMART) -------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- MARIO FAUSTINELLI---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- ----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------20 anni fa ci lasciava l'oggi dimenticato Mario Faustinelli. Eppure forse Corto gli deve qualcosa----------------------------------- -----------------------------------di ANTONIO MIREDI--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Anniversari che fanno rumore, altri che passano nel silenzio. Il ventesimo anniversario della scomparsa di Mario Faustinelli appartiene a questi ultimi. E forse proprio questo silenzio merita di essere ascoltato. Non perché Mario Faustinelli sia stato un gigante dimenticato da contrapporre ad altri. Né perché occorra riscrivere la storia attribuendogli meriti che non gli appartengono. La storia non ha bisogno di nuovi miti, ma di proporzioni più giuste. Quando si racconta la nascita artistica di Hugo Pratt, è facile cadere nella tentazione della mitografia a buon consumo. Si immagina un giovane già consapevole del proprio destino, quasi che Corto Maltese fosse già scritto nel cielo della sua giovinezza. La realtà è più modesta e affascinante al contempo. Negli anni del Gruppo di Venezia, Pratt è un ragazzo straordinariamente dotato, ma ancora aperto a mille possibilità. Il fumetto non è ancora il suo destino inevitabile. È una delle strade possibili. È un giovane inquieto, attratto dal viaggio, dall'avventura, dalla vita prima ancora che dal racconto della vita. Mario Faustinelli è con il cugino Alberto Ongaro ideatore principale di Asso di Picche, anima organizzativa del gruppo, promotore di incontri, costruttore di occasioni, e finanziatore (con i soldi della madre che dovevano servire per gli studi universatari) L'idea era maturata nelle carceri veneziane dove, nel novembre 1943, non ancora ventenni erano finiti, accusati di antifascismo. Sarà poi lo stesso Pratt, a guerra finita, a presenrasi davani ai due cugini con delle tavole di disegno sotto il braccio. Si capì subito il talento del più giovane Ugo Prat ( il nome Hugo Pratt arriverà dopo) ma segnè a suo farore anche il suo inglese fluente. L'avventura attorno ad Asso di Picche è stato il terreno di partenza poi per l'avventura argentina, e il contratto con l'Editorial Abril di Cesare Civita. Il passaggio decisivo per la maturazione artistica di Pratt. È una differenza sottile ma essenziale. Corto Maltese non nasce da Mario Faustinelli. Ma senza Mario Faustinelli forse non sarebbe nato l'Hugo Pratt capace, molti anni dopo, di creare Corto Maltese. Tutti i grandi artisti nascono dentro relazioni, amicizie, laboratori, occasioni condivise. Faustinelli possedeva un talento particolare. Non cercava il centro della scena. Lo dimostrano i molti pseudonimi con cui firmò i suoi lavori. Lo dimostra una carriera disseminata fra fumetto, libri per ragazzi, divulgazione artistica, poesia visiva, televisione e collaborazioni collettive, fino all'esperienza di Topo Gigio. Più che costruire un monumento a sé stesso, sembrava interessato a costruire luoghi nei quali le idee potessero nascere. Era anche disegnatore. Era scrittore. Era autore di calligrammi. Era un intellettuale curioso, incapace di rinchiudersi in un solo linguaggio. Forse proprio questa ricchezza lo ha reso, col tempo, meno riconoscibile. La memoria pubblica ama i simboli assoluti. Ama identificare un autore con un personaggio, un volto, un'opera. Pratt ha Corto Maltese. Faustinelli ha lasciato soprattutto una costellazione di tracce. Eppure quelle tracce raccontano una figura rara: quella di un uomo che preferiva il laboratorio al palcoscenico, la costruzione del progetto alla costruzione del proprio mito. Oggi, nel ventesimo anniversario della sua scomparsa, il suo nome sembra essersi dissolto nel silenzio. Forse è inevitabile. Ma ogni tanto la memoria ha bisogno di compiere un gesto semplice: tornare indietro, illuminare una figura rimasta ai margini.(Antonio Miredi)
(©) Da una idea di Antonio Miredi disegno originale dell'artista Lorenzo Maria Bottari per AMART

domenica 5 luglio 2026

IL BICENTENARIO DI CARLO COLLODI - Occasione di ripartire da Collodi, Pinocchio e oltre

Nel duecentesimo anniversario della nascita dello scrittore, un itinerario di lettura che attraverserà un anno di riflessioni tra letteratura, filosofia, storia e immaginario.
Immagine del Logo (©AMART)----------------------------------------------------------------------------------------------------------------- CARLO COLLODI, NONOSTANTE DIVORATO DAL SUO CAPOLAVORO PINOCCHIO, NASCOSTO MA BEN PRESENTE di Antonio Miredi------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------Duecento anni dalla nascita di Carlo Collodi non rappresentano soltanto una ricorrenza da celebrare. Possono diventare l'occasione per tornare a leggere uno degli autori più originali della nostra letteratura e uno dei libri più conosciuti e, nello stesso tempo, più fraintesi della nostra tradizione. Questo percorso non intende aggiungere un'altra commemorazione alle molte già in programma. Vorrebbe piuttosto ripartire da Collodi, da Pinocchio, dalle sue parole, dalle sue immagini e dalle domande che continuano a interrogare il nostro presente. Ma sarà anche un'occasione per riscoprire il resto della sua opera: il giornalista, il critico musicale e teatrale, il polemista, il patriota del Risorgimento, l'educatore, lo sperimentatore di linguaggi e di generi. Uno scrittore che il successo di Pinocchio ha finito quasi per nascondere, mentre proprio nel suo capolavoro confluiscono, trasformandosi in racconto, tutte le esperienze della sua vita intellettuale e civile. Sarà un cammino aperto, destinato ad accompagnare questo anno del bicentenario e ad andare oltre. Perché i grandi libri non appartengono a una ricorrenza: appartengono al tempo, e ogni volta chiedono di essere riletti come se fosse la prima.

venerdì 19 giugno 2026

PIERO GOBETTI ANCORA UN ESULE IN PATRIA

Cento anni dalla morte del giovane intransigente intellettuale antifascista. Le Celebrazioni continueranno in tutta Italia per tre anni, mettendo a fuoco i molteplici aspetti della sua sorprendente poliedrica figura, così profetica per il nostro tempo restando ancora inattuale.
Logo del Comitato Piero Gobetti -Centro Studi Piero Gobetti (https://www.centrogobetti.it/) -------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- TRA LA MOLE E LA TORRE EIFFEL LA LUMINOSA PARABOLA DI UNA PRESENZA CHE NON CI SIAMO MERITATI di Antonio Miredi--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- In soli 25 anni di vita, Piero Gobetti (Torino, 19 giugno 1901 – Parigi, 16 febbraio 1926) ha saputo imporsi come figura cardine del '900 italiano. Intellettuale torinese animato da un'inesauribile energia, contemporaneamente giornalista intransigente, editore coraggioso, critico teatrale e letterario, e teorico di un liberalismo rivoluzionario e antifascista. La sua folgorante parabola si articola in una serie di realizzazioni tanto diverse quanto connesse, concentrate in una manciata di anni prima della prematura scomparsa, esule e fisicamente provato dalla violenza politica e squadristica del Fascismo- Un italiano, con spirito europeo proiettato nel futuro, che non ci siamo meritati e non ci meritiamo ancora. Gobetti resta la testimonianza di un azione politica che non si lascia trascinare dalla corrente dominante per concepire una idea di libertà come un esercizio difficile, una conquista quotidiana, non come una formula retorica. «La libertà è lotta perpetua.» Non è uno slogan bellico. Significa che la libertà non è uno stato acquisito una volta per tutte, ma un continuo lavoro critico su se stessi e sulla società. In questo senso è una concezione anche etica, persino ascetica. Non si limitò a opporsi a un regime nascente; cercò di opporsi a una mentalità fatta di servilismo, paternalismo e rinuncia alla responsabilità personale. Per questo la sua lezione supera il contesto storico in cui nacque. Non ci appare come un uomo accomodato nel proprio tempo, ma come una coscienza che continua a chiederci una domanda scomoda: che cosa siete disposti a rischiare per rimanere fedeli alla vostra libertà di pensiero? A tutto questo si è continuamente spiazzati, nel tentativo di cercare e trovare categorie politiche, sociali e culturali capaci di saperlo individuare nella sua complessità e interezza. Sarà anche per questo che non sia ancora uscita una sua biografia con ampio respiro? Esistono ottimi profili biografici e numerosi studi specialistici su Piero Gobetti che ne hanno illuminato aspetti politici, filosofici e culturali. Tuttavia, non sembra essersi affermata una grande biografia definitiva, paragonabile – per ampiezza narrativa e profondità psicologica – a quelle che esistono per Nietzsche, Gramsci, Croce o altri grandi protagonisti del Novecento. La stessa storiografia tende a studiare Gobetti "per temi": il liberalismo, l'antifascismo, l'editoria, il rapporto con Gramsci, con Croce, con Salvemini, con Ada Prospero, piuttosto che restituirne una figura unitaria. Tutto questo può mantenere sempre viva una ricerca attenta e vigile che con passione le nuova generazioni devono raccogliere (Antonio Miredi)
Studio inedito del Maestro Lorenzo Maria Bottari per IDEA © AM_ART

lunedì 15 giugno 2026

BUON COMPLEANNO UGO DETTO HUGO DETTO CORTO...ASPETTANDO IL CENTENARIO DI HUGO PRATT

Il 15 giugno 1927 nasceva Ugo Eugenio Prat, per tutti e sempre Hugo Pratt, l’autore italiano del mondo Comics più conosciuto oltre i confini nazionali che ha contribuito a dare alla popolarità del Fumetto la sua dignità d’Arte e alla scrittura racchiusa nelle nuvolette la forze espressiva di una vera Disegnata Letteratura. E oggi con questo nuovo spazio tutto dedicato a Pratt inizia l'Omaggio creando un percorso di viaggio per tappe e un suo diario di bordo per la grande Festa del Centenario dalla nascita, fra un anno di un Maestro ancora vivo in mezzo a noi.
BUON COMPLEANNO UGO DETTO HUGO DETTO CORTO di ANTONIO MIREDI---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Pratt è stato uno dei grandi innovatori del fumetto europeo. Le sue tavole uniscono avventura, letteratura, storia e poesia, tanto da essere veri e propri racconti disegnati. Il suo tratto, essenziale ed elegante, lascia molto spazio all'immaginazione del lettore. La sua creatura più celebre è naturalmente Corto Maltese, il marinaio dagli orecchini d'oro e dallo sguardo ironico, sempre in viaggio tra oceani, deserti e città lontane. Corto è un avventuriero, ma anche un uomo che attraversa la storia del Novecento con curiosità e distacco, incontrando rivoluzionari, poeti, sciamani e pirati senza appartenere davvero a nessuno. Pratt ha saputo esprimere al massimo il genio creativo di una identità italiana- che non coincide affatto con una presunta "purezza etnica", ma piuttosto con un intreccio di culture, lingue e memorie. Il padre, Rolando Prat, (con una sola T) aveva origini inglesi e francesi (provenzali), mentre la madre, Evelina Genero, apparteneva a una famiglia veneziana nella quale erano presenti anche ascendenze ebraiche sefardite. Lo stesso Hugo trascorse l'infanzia tra Venezia e l'Africa Orientale Italiana, esperienza che lasciò un'impronta profonda nella sua immaginazione.Se si guarda alla storia italiana, questa pluralità non è un'eccezione ma quasi una regola. La penisola è stata per millenni un luogo di passaggio e di incontro: Greci, Etruschi, Celti, Romani, Longobardi, Arabi, Normanni, Bizantini, Spagnoli, Francesi, Austriaci e molti altri hanno lasciato tracce nel patrimonio genetico e culturale delle popolazioni italiane. Parlare di una "identità etnica pura" per l'Italia è quindi molto problematico dal punto di vista storico e antropologico. Pratt sembra trasformare questa complessità in una poetica. I suoi personaggi attraversano confini senza sentirli come barriere definitive. Corto Maltese stesso è un meticcio culturale: nato a Malta, figlio di un marinaio inglese e di una gitana andalusa, parla molte lingue, naviga tra continenti e sembra appartenere più al mare che a una nazione. Forse non è un caso che Pratt fosse così attratto dai porti, dalle isole e dalle frontiere: sono luoghi in cui le identità si mescolano e si reinventano. In questo senso, la sua opera suggerisce che l'identità non sia una sostanza immobile, ma una storia, un viaggio, una stratificazione di incontri. Quando ho conosciuto di persona Pratt nonostante la pesantezza della sua corporatura fisica, il viso, gli occhi e lo sguardo, con la sua naturale aria sorniona, e quella tipica indolenza melanconicamenteallegra, da subito mi sono sembrati quelle di Corto..Buon compleanno quindi Ugo detto Hugo detto Corto.. (Antonio Miredi)
CORTOPRATT Studio inedito del Maestro Lorenzo Maria Bottari per © AM_ART
CORTOPRATT Studio inedito del Maestro Lorenzo Maria Bottari per © AM_ART ------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------ TRA LA LAGUNA E IL MARE, Le diverse nascite di Corto di Antonio Mired-------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- 10 luglio. Esistono personaggi che hanno una data di nascita. Ed esistono personaggi che ne hanno due, e anche più di due. Il 10 luglio 1887 nasce, nella geografia immaginaria di Hugo Pratt, Corto Maltese, a Malta da una gitana andalusa che per professione e per piacere fa la puttana e da un marinaio inglese, fuori da un regolare matrimonio. Un figlio quindi per la società bastardo, ma Corto di questo non se ne farà un cruccio. Semmai il disappunto è l'aver appreso dalla madre, una esperta di magie e profezie, di non avere nella mano sinistra una linea della fortuna. Nessun problema, non sta a pensarci molto, quando decide di farsela con il rasoio affilato del padre. La nascita editoriale di Corto Maltese avviene ancora nel luglio m del 1967, a Genova, grazie al ricco imprenditore immobiliare Florenzo Ivaldi innamorato dei disegni di Pratt, tanto da convincerlo a trasferirsi per lavoro dal villaggio veneziano di Malamocco nella città ligure. A Genova infatti nasce, Una ballata del mare salato,considerato il primo grande romanzo a fumetti e in serie. Un capolavoro destinato in pochi anni a far diventare una celebrità internazionale un suo protagonista apparso in quelle prime pagine quasi in sordina e in maniera non proprio eroica. Corto Maltese inconfondibile icona pop, indolente e misterioso marinaio. Un avventuriero senza vera fissa dimora ma galantuomo di fortuna col suo seducente grande anello all'orecchio sinistro- Ottant'anni giusti giusti separano dunque la nascita editoriale di Corto da quella immaginaria anagrafica che veniamo a sapere a distanza di tempo e di storie,e in maniera più cpmpiuta nel racconto La Giovinezza. 80 anni!È soltanto una coincidenza. Ed è proprio per questo che merita attenzione. Per Hugo Pratt le coincidenze non sono mai coincidenze. Le coincidenze non dimostrano nulla, ma a volte illuminano. Ottant'anni: Un numero per niente semplice, perché contiene un otto che, capovolto, diventa il segno dell'infinito. Non è necessariamente numerologia magica, se vogliamo rimanere in una lettura non troppo sofisticata; è un curioso gioco simbolico, uno di quei giochi che Pratt, esploratore di miti, alchimie, tradizioni esoteriche e mappe dell'anima, avrebbe probabilmente accolto con un sorriso, senza pretendere di scioglierne il mistero. Anche il luogo del battesimo editoriale sembra appartenere a questa misteriosa logica delle coincidenze. Dopo gli anni argentini, dopo Londra, dopo il ritorno a Venezia, Pratt attraversa un periodo di inquietudine creativa. Lavora, ma non respira ancora pienamente la propria libertà artistica. È allora che compare Ivaldi. Più che un editore, un mecenate. Gli offre fiducia, mezzi economici e soprattutto la cosa più rara: carta bianca per il suo inchiostro in bianco e nero Da quell'atto di fiducia nasce Corto Maltese E nasce a Genova. Nessuno aveva programmato questo approdo. Nessuno aveva costruito un disegno simbolico. Eppure, osservando oggi quella vicenda, è difficile immaginare una città diversa. Dopo Venezia, quale altro porto avrebbe potuto accogliere il primo respiro editoriale di un marinaio destinato a navigare tutti gli oceani dell'immaginazione? Ma Genova è più che altro un “battesimo” editoriale. Corto fisicamente (graficamente) è nato a Malamocco , tra la Laguna e il mare, come racconta sua figlia Silvina Pratt nel suo illuminante libro di ricordi e testimoniane in prima persona Con Hugo (Marsilio Editore 2008) E' Venezia a consegnare la memoria delle acque interne, delle calli, dell'Oriente sognato. Genova gli apre invece la rotta dell'orizzonte, delle partenze, dei venti che spingono oltre il Mediterraneo. Quasi senza accorgersene, Pratt affida il suo personaggio alla città che da secoli custodisce il mito del viaggio. Forse è questa la lezione più intrigante che il 10 luglio continua a suggerirci. I grandi personaggi non nascono una volta soltanto. Nascono quando un autore li immagina e quando ha i mezzi per farlo conoscere, incontrando lettori. E continuano a rinascere ogni volta che qualcuno, aprendo una pagina, sente ancora il rumore del mare prima ancora di leggere la prima parola. Per questo il 10 luglio non appartiene soltanto alla cronologia di Corto Maltese. Appartiene a tutti coloro che, inseguendo un orizzonte, hanno compreso che il viaggio più lungo non è quello sulle carte nautiche, ma quello che continua, silenziosamente, dentro di noi. ( Antonio Miredi)
Il primo numero della rivista Sgt. Kirk (luglio 1967) ha fatto la storia del fumetto. Ospitava l'esordio assoluto di Corto Maltese nella storia "Una ballata del mare salato" di Hugo Pratt. La rivista costava 500 Lire, aveva una copertina a colori disegnata da Pratt ed era stampata in bianco e nero.

lunedì 1 giugno 2026

80 VIVA LA REPUBBLICA ITALIANA Una Memoria e un Futuro da difendere

Immagine ideata da © Antonio Miredi Arte------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Ottant'anni dopo il referendum del 2 giugno 1946, la parola viva non è soltanto un'esclamazione di festa. È l'affermazione di una vitalità che continua. La Repubblica vive nella Costituzione, nella partecipazione democratica, nella memoria della Liberazione dal fascismo e nella responsabilità di costruire il futuro. Il cielo azzurro che circonda la bandiera vuole evocare proprio questo: uno spazio aperto alla speranza, alla libertà e all'impegno delle nuove generazioni. -------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- 1946-2026: Ottant'anni di Repubblica------------------------- Il 2 giugno 1946 l'Italia usciva dalle macerie della guerra, della dittatura e della tragedia civile. Non era un Paese vittorioso ma un Paese ferito, povero, diviso, ma ancora capace di guardare avanti. Quel giorno milioni di cittadini furono chiamati a scegliere tra Monarchia e Repubblica. Per la prima volta votarono anche le donne e non si trattò soltanto di una consultazione istituzionale, fu un atto di fiducia nel futuro. Da quella scelta nacque la Repubblica italiana. Ottant'anni dopo, la Repubblica non è soltanto un ordinamento giuridico. È una memoria non ancora condivisa, ma resiste il tentativo, mai concluso e mai perfetto, di trasformare individui diversi in cittadini uguali nei diritti e nella dignità. Celebrare la Repubblica non significa ignorarne i limiti. Significa riconoscere il valore di una convivenza democratica nata dalla Liberazione dal fascismo, costruita nel tempo, spesso con fatica,conflitti e continui tentativi di violento e autoritario rovesciamento. In un'epoca segnata da disordine globale, disinformazione e sfiducia, gli ottant'anni della Repubblica ricordano che la Democrazia non è un'eredità garantita per sempre. È una pratica quotidiana, una responsabilità collettiva. Il 2 giugno 1946 appartiene ormai alla Storia. La Repubblica, invece, appartiene ancora al futuro. ( a.m.)

mercoledì 27 maggio 2026

SCAFFALE: Il mondo dei Libri

Recensioni, riflessioni, testi e incontri letterari.
--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- I libri non sono oggetti. Sono vite silenziose che attendono di essere ascoltate. Per questo i libri sono un tesoro da custodire. In questo spazio recensioni, testi, riflessioni e incontri letterari. Fari di luce nel buio feroce che viviamo ............................- (Antonio Miredi) ----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------.................................................................................................................. Cristina Taverna, Hugo Pratt. Ediz. illustrata Nuages, 2008
C’è un elemento che attraversa il libro dedicato a Hugo Pratt quasi senza imporsi, eppure restando sempre presente: l’acqua. Acqua come mare, lago, pioggia interiore della memoria. Acqua come navigazione e deriva, come racconto che non procede per dimostrazioni ma per correnti lievi, ritorni, affioramenti improvvisi. Nel libro di Cristina Taverna — anima della Galleria Nuages, spazio quasi minuscolo solo nelle dimensioni fisiche ma vasto quanto certi orizzonti immaginari — tutto sembra nascere da questa fluidità naturale. Anche il nome della galleria custodisce già un destino: le nuvole non sono forse acqua evaporata, pronta a ritornare terra, pioggia, mare? La scrittura della Taverna possiede proprio questa qualità: non costruisce monumenti celebrativi attorno a Pratt, ma lascia scorrere ricordi, incontri, dialoghi, episodi minimi e improvvise profondità con una spontaneità confidenziale che ricorda una traversata condivisa. Il lettore avanza come sul ponte di una nave silenziosa, ascoltando voci che emergono dalla memoria senza artificio. E allora, quasi all’orizzonte, affiora il racconto dello zio naufrago, prigioniero in Africa degli inglesi dopo un vano tentativo di fuga. Una vicenda reale che sembra già appartenere all’universo narrativo di Corto Maltese, dove il confine tra biografia, leggenda e letteratura diventa continuamente mobile. Ed ecco l’altra Africa: quella di Arthur Rimbaud, delle sue lettere africane, della fuga incessante del poeta veggente. Ed ecco ancora il naufragio de Una ballata del mare salato, dove il mare non è soltanto scenario ma vocazione- Proprio Rimbaud diventa nel libro il punto di un legame più profondo tra Pratt e la Letteratura. Le lettere africane del poeta, pubblicate dalla Casa Editrice Nuages della Taverna sono accompagnate dgli splendidi acquerelli realizzati da Pratt ed esposti alla galleria nei primi anni Novanta. Acquerelli attraversati da una luce sospesa, quasi onirica, dove immagini e colori sembrano riemergere dallo stesso luogo dei sogni e dei ricordi. Nulla vi appare veramente fermo: tutto vibra in uno stato di lieve lontananza. Ed è molto bello e raro, in questo libro di Taverna dedicato a Hugo Pratt il fatto che il ricordo non venga mai irrigidito , ma resti mobile, vivo, quasi parlato. Le pagine scorrono come una conversazione attraversata da umori, lampi, pause improvvise, dettagli minimi che diventano rivelatori di un carattere e di una presenza umana. Così il libro nelle sue non numerose pagine quasi a mantenere un andamento aereo e leggero, si apre in certi momenti alla sonorità del veneziano, lingua lieve e ondosa, dolce come una gondola che attraversi lentamente le calli della Venezia in cui Pratt è vissuto. Non è soltanto un colore locale: è una musica interiore che accompagna il racconto e ne custodisce la memoria più autentica. In quella parlata sembra sopravvivere qualcosa dell’ironia, della malinconia e della leggerezza stessa di Pratt. Ma la lingua di Pratt non si limita al dialetto. Si arricchisce continuamente di deviazioni personali, invenzioni improvvise, parole piegate al proprio immaginario fino a diventare veri e propri neologismi. Ed è significativo il caso del termine “disincontro”, usato dall’artista per spiegare il motivo per cui un progetto o un incontro non riesca a realizzarsi. Una parola curiosa e illuminante: non semplicemente un incontro mancato, ma qualcosa che, pur avvenendo, non riesce davvero a compiersi sul piano umano e spirituale Ed è proprio per contrasto che il libro acquista ancora più forza. Perché ciò che emerge tra Pratt e la Gallerista non è mai un “disincontro”, ma al contrario una consonanza profonda, fatta di ascolto reciproco, simpatia intellettuale, complicità sottile. La collana Incontri trova qui uno dei suoi esempi più luminosi: testimonianza viva non solo di un artista straordinario, ma della qualità umana delle relazioni che seppe lasciare dietro di sé. Eppure ancora vive. Cristina Taverna nel suo libro ipotizza che il termine possa derivare da una reminiscenza della lingua spagnola. e in effetti desencuoentro, una parola spagnola che indica un incontro mancato sul piano umano ed emotivo. Un’ipotesi suggestiva e credibile nel caso di Pratt, viaggiatore di lingue oltre che di geografie. Sulle pagine del libro di Cristina Taverna soffia una nostalgia discreta, mai enfatica. Una malinconia trattenuta che convive però con momenti più leggeri, improvvisamente ariosi come aquiloni. Anche qui ritorna l’elemento acquatico: il cielo e il mare sembrano travasarsi l’uno nell’altro, come se non esistesse una vera separazione tra le cose amate, perdute e ricordate. Perché ciò che la scrittura salva continua a ritornare. Ed è ancora l’acqua a custodire il finale del libro: quella di un lago intravista dal finestrino di un treno. Un’immagine semplice, quasi minima, ma capace di portare con sé il sapore malinconico dell’addio. Non un addio definitivo perché ciò che la scrittura salva continua a ritornare. Nei libri, nei ricordi, negli sguardi dei futuri lettori. Forse è proprio questa la forza segreta della Letteratura e dell’Arte: trattenere ciò che passa, lasciarlo vivere ancora come acqua che continua a scorrere. Antonio Miredi
.......................................................................................................................In foto Crisina Taverna e Hugo Pratt