domenica 10 maggio 2026

AL VIA IL SALONE DEL LIBRO DI TORINO 2026 ALLA SUA XXXVIII EDIZIONE AL LINGOTTO FIERA

Il Salone del Libro di Torino 2026 sceglie Elsa Morante e il suo titolo più inquieto: Il mondo salvato dai ragazzini. Ma quali ragazzi possono davvero salvare oggi un mondo attraversato da guerre, post verità, post democrazia nel disordine globale?
Il mondo salvato dai ragazzini. Ma da quali ragazzini?-------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- La XXXVIII edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino 2026 ha scelto come tema una frase di Elsa Morante: Il mondo salvato dai ragazzini. Il titolo viene dal libro pubblicato dalla Morante nel 1968 e sarà il filo conduttore del Salone che si terrà dal 14 al 18 maggio al Lingotto. È facile trasformare uno slogan simile in una celebrazione retorica della giovinezza. Più difficile è prenderlo sul serio. Perché i “ragazzini” di oggi non sono automaticamente innocenti, né puri, né migliori degli adulti. Crescono dentro lo stesso caos del nostro tempo: guerre permanenti, violenza verbale, social network trasformati in tribunali, propaganda politica, solitudine digitale, economie predatorie, paure collettive. Crescono dentro un mondo che spesso li usa come pubblico, mercato o bersaglio. Eppure la frase della Morante continua a colpire perché contiene una domanda implicita: chi può ancora rompere il meccanismo stanco e feroce con cui gli adulti stanno consumando il pianeta? Forse non i giovani ridotti a imitazione precoce degli adulti. Non quelli già addestrati al cinismo, all’esibizione continua di sé, alla superficialità obbligatoria. Non quelli che ripetono slogan senza pensiero, da qualsiasi parte provengano. I ragazzini che possono “salvare il mondo” sono forse quelli che conservano ancora una forma di disobbedienza interiore. Quelli che sanno sottrarsi al conformismo del branco digitale. Quelli che leggono lentamente in un’epoca isterica. Quelli che riescono ancora a provare vergogna davanti alla crudeltà e stupore davanti alla bellezza. Quelli che non considerano normale vivere dentro un linguaggio sempre più aggressivo e impoverito. In questo senso il riferimento della Morante è meno ingenuo di quanto sembri. Nei suoi libri l’infanzia e l’adolescenza non sono mai sentimentalismo. Sono piuttosto una forza anarchica, fragile e ribelle, capace talvolta di vedere ciò che il mondo adulto non vede più. Anche il Salone del Libro sembra voler indicare questa direzione. La direttrice editoriale Annalena Benini ha definito il tema “un messaggio di speranza”, mentre la lezione inaugurale sarà affidata alla scrittrice Zadie Smith con un intervento dedicato proprio all’adolescenza. Ma la speranza, oggi, non può essere una parola ornamentale. Il mondo contemporaneo non è soltanto “in crisi”: è entrato in una zona di disordine permanente. Guerre vicinissime all’Europa, nuove tensioni imperiali, radicalizzazioni ideologiche, informazione manipolata, tecnologie sempre più potenti e coscienze sempre più fragili. Dentro questo scenario, forse, salvare il mondo significa prima di tutto salvare la capacità umana di distinguere il vero dal falso, la realtà dalla propaganda, il linguaggio vivo dal rumore continuo. E qui la letteratura conta ancora. Non perché cambi magicamente la storia, ma perché insegna a guardare più in profondità. Un libro non ferma una guerra. Però può impedire a una mente di diventare completamente schiava del proprio tempo. Forse i “ragazzini” evocati dalla Morante sono proprio questo: esseri umani non ancora interamente colonizzati dal cinismo dominante. Non innocenti, ma ancora incompiuti. E proprio per questo ancora aperti alla possibilità di cambiare direzione. In fondo, ogni civiltà si salva — o si perde — nel modo in cui guarda i propri giovani. Non per idolatrarli. Ma per capire se dentro di loro esiste ancora una domanda autentica sul senso del mondo----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------Dentro e fuori il Lingotto: il Salone come specchio del nostro tempo----------------------------------------------------------- Il Salone del Libro non è più soltanto una fiera editoriale. Da anni è diventato qualcosa di più vasto e ambiguo: una gigantesca rappresentazione culturale del nostro tempo. Nel maggio torinese il Lingotto si trasforma in una città nella città, attraversata da scrittori, editori, studenti, influencer culturali, insegnanti, giornalisti, giovani lettori e semplici curiosi. Una folla enorme che cerca ancora nei libri qualcosa che resista alla velocità distruttiva del presente. L’edizione 2026, ispirata a Elsa Morante e al suo Il mondo salvato dai ragazzini, sembra voler accentuare questa dimensione. Non solo letteratura, ma anche linguaggi nuovi, adolescenza, trasformazioni sociali, identità, immaginario digitale. La lezione inaugurale affidata a Zadie Smith sarà dedicata proprio all’età estrema dell’adolescenza: quella stagione in cui tutto appare assoluto e definitivo. Dentro il Lingotto ci saranno migliaia di eventi, incontri e dibattiti: oltre 2.700 appuntamenti distribuiti nei vari padiglioni, con più di 1.200 marchi editoriali presenti. Ma il punto interessante non è il numero. È capire che cosa cercano davvero oggi le persone in mezzo a questa enorme macchina culturale. Molti giovani arrivano al Salone non soltanto per comprare libri. Cercano esperienze, identità, appartenenza. Cercano volti da ascoltare dal vivo in un’epoca sempre più mediata dagli schermi. Cercano ancora una forma di comunità reale, fisica, imperfetta. Ed è forse questo il vero evento del Salone: vedere migliaia di ragazzi attraversare corridoi pieni di carta in un tempo dominato dagli algoritmi. Naturalmente sarebbe ingenuo idealizzare tutto questo. Il Salone è anche industria culturale, marketing editoriale, sovraffollamento, consumo rapido di eventi. Alcuni frequentatori storici lamentano da tempo un eccesso di folla, spazi soffocanti, difficoltà nel vivere davvero i libri con calma e concentrazione. In rete c’è chi parla apertamente di un’esperienza diventata troppo commerciale e dispersiva. Ma proprio questa contraddizione rende il Salone interessante. Perché riflette il nostro presente: il desiderio autentico di cultura convive continuamente con la spettacolarizzazione della cultura stessa. E poi c’è il “fuori”. Torino durante il Salone cambia volto. Non esiste più una netta separazione tra la fiera e la città. Il cosiddetto Salone Off invade librerie, teatri, cinema, scuole, biblioteche, cortili, locali notturni, periferie. La letteratura esce dai padiglioni e prova a respirare nel tessuto urbano. È forse qui che il Salone trova la sua dimensione più viva. Non nella passerella ufficiale, ma nei margini: nelle piccole case editrici nascoste, nelle discussioni improvvise fuori dagli incontri, nei ragazzi seduti per terra a leggere, nei dialoghi notturni dopo gli eventi, nei tram pieni di libri e stanchezza. Torino in quei giorni appare come una città attraversata da una febbre culturale particolare. Persino chi non entra al Lingotto finisce per essere coinvolto. I caffè si riempiono di conversazioni letterarie, gli alberghi vanno esauriti settimane prima, le strade attorno alla fiera diventano un flusso continuo di zaini, parole e attese. Eppure resta una domanda più dura, forse inevitabile. Può davvero la cultura incidere in un’epoca dominata dalla guerra permanente, dalla propaganda digitale e dall’instabilità globale? Il rischio è che eventi come il Salone diventino soltanto una parentesi rassicurante per ceti colti sempre più chiusi dentro le proprie bolle culturali. Ma esiste anche la possibilità opposta: che proprio questi spazi servano ancora a difendere qualcosa di essenziale, cioè la complessità del pensiero umano contro la semplificazione continua del presente. Forse oggi “salvare il mondo” non significa immaginare utopie eroiche. Forse significa semplicemente impedire che il linguaggio venga completamente degradato, che la memoria scompaia, che il pensiero critico venga sostituito dal riflesso automatico. In questo senso i “ragazzini” evocati dalla Morante non sono santi né salvatori. Sono esseri umani ancora incompleti, e proprio per questo ancora capaci di scegliere. È poco? Forse. Ma nel tempo storico che stiamo vivendo, anche questo poco può diventare..............................................................................................................................................................................................................................................................................................Fra gli autori imperdibili del Salone 2026-----------------------------------------------------------------------------------------------------Ogni Salone del Libro ha i suoi nomi inevitabili. Quelli che attirano file interminabili e trasformano gli incontri in eventi quasi rituali. Ma anche qui occorre evitare l’enfasi automatica. Non basta essere famosi per essere necessari. La domanda vera è: quali autori riescono ancora a dire qualcosa di vivo dentro il rumore del presente? Fra gli ospiti più attesi del Salone 2026 ci sarà certamente Alessandro Barbero. Ormai il suo rapporto con il pubblico somiglia a un fenomeno culturale trasversale: studenti, adulti, ascoltatori digitali, lettori occasionali. Barbero riesce in qualcosa di raro: riportare la storia dentro il linguaggio vivo del presente senza trasformarla in semplificazione televisiva. In un’epoca che perde memoria storica, la sua presenza assume quasi un valore civile. Molto atteso sarà anche David Grossman, presenza particolarmente significativa dentro il caos geopolitico contemporaneo. Grossman non appartiene alla categoria degli intellettuali urlanti. La sua scrittura continua invece a interrogare il dolore, il conflitto, la perdita e la possibilità difficilissima del dialogo. In tempi di polarizzazione assoluta, ascoltarlo potrebbe significare uscire per un momento dalla logica della propaganda reciproca. Fra gli autori internazionali più importanti annunciati dal Salone ci sono anche Emmanuel Carrère, maestro dell’ambiguità fra autobiografia, reportage e romanzo, e Irvine Welsh, voce ancora abrasiva e notturna delle periferie contemporanee. Welsh, autore di Trainspotting, continua a raccontare esseri umani ai margini della rispettabilità sociale: tossici, esclusi, giovani perduti. Una presenza che dialoga in modo sotterraneo con il tema stesso del Salone. Molto interessante anche la presenza di Lea Ypi, una delle voci europee più lucide sul rapporto fra libertà, ideologia e memoria politica. La sua riflessione nasce dall’esperienza concreta della fine dei regimi comunisti nell’Est europeo e parla direttamente a un continente che oggi sembra nuovamente attraversato da paure identitarie e tensioni autoritarie. Sul fronte italiano, oltre ai nomi ormai storici come Corrado Augias e Massimo Cacciari, sarà interessante osservare il dialogo fra scrittura letteraria e nuovi linguaggi mediatici. Il Salone da tempo non ospita più soltanto romanzieri o filosofi, ma figure ibride: divulgatori, podcaster, personalità televisive, musicisti. Fra gli ospiti più popolari circolano infatti anche i nomi di Jovanotti, Fiorello e Roberto Baggio. Qui il Salone mostra una trasformazione importante. La letteratura non vive più isolata. Dialoga continuamente con spettacolo, musica, rete, cultura popolare. Questo può apparire come un impoverimento, ma può anche essere letto come un tentativo — non sempre riuscito — di impedire che i libri diventino un oggetto per pochi specialisti. Resta però una tensione evidente. Molti lettori storici accusano il Salone di essere diventato troppo affollato, troppo spettacolare, troppo dominato dalle grandi case editrici e dai fenomeni commerciali del momento. Sui social e nei forum torinesi c’è chi rimpiange un’atmosfera più raccolta e meno “industriale”. Eppure, anche dentro questa confusione, continuano a emergere incontri autentici. Perché spesso il vero autore “imperdibile” non è il nome gigantesco che riempie le sale. È magari quello scoperto per caso in uno stand laterale, in una piccola casa editrice quasi invisibile, lontano dalle file e dagli algoritmi culturali. Forse il Salone conserva ancora questo valore: permettere l’imprevisto. Far inciampare il lettore in una voce che non stava cercando. E in tempi in cui tutto viene profilato, suggerito e previsto dalle piattaforme digitali, anche l’imprevisto culturale diventa qualcosa di prezioso............................................................................................................................................................................................................................................................................................. La Grecia ospite: il Mediterraneo dentro il Salone..........................................................................................Fra le caratteristiche più importanti del Salone 2026 c’è la presenza della Grecia come Paese ospite d’onore. Non è una scelta soltanto simbolica o turistica. Dentro un’Europa attraversata da guerre, crisi identitarie e paure geopolitiche, la Grecia riporta al centro il Mediterraneo come luogo originario della cultura europea, ma anche come frontiera inquieta del presente. Il programma greco non sarà confinato dentro il Lingotto. Torino verrà attraversata da cinema, mostre, concerti, teatro, incontri e danze tradizionali elleniche diffusi anche nel Salone Off. La rassegna dedicata alla cultura greca porterà significativamente il titolo “Cultura ellenica in atto, dai secoli al presente”. È interessante che il Salone dedicato ai “ragazzini” scelga proprio la Grecia come interlocutore culturale. Perché la Grecia rappresenta insieme l’origine e la crisi dell’Europa: la filosofia, il mito, la tragedia, ma anche la fragilità contemporanea del Mediterraneo, le migrazioni, il rapporto fra memoria e rovina. Fra gli autori greci più attesi ci saranno Petros Markarīs, maestro del noir mediterraneo, Dimitris Dimitriadis, voce radicale del teatro contemporaneo, Ersi Sotiropoulou, Dimitris Lyacos e Angela Dimitrakaki. Una presenza che porterà dentro il Salone una letteratura spesso più inquieta, politica e visionaria di quanto il pubblico italiano immagini. Ma il Salone 2026 avrà anche altre caratteristiche specifiche molto evidenti. Anzitutto l’espansione degli spazi dedicati ai giovani lettori. Il Bookstock — il grande spazio rivolto a scuole, adolescenti e nuove generazioni — sarà ancora più ampio e articolato, con laboratori, fumetto, illustrazione, scrittura, arte, scienza e nuovi linguaggi. Ci sarà inoltre una forte attenzione alle contaminazioni culturali: sport, stand-up comedy, podcast, romance, autopubblicazione, fumetto e cultura digitale. È il segno di un Salone che prova a intercettare linguaggi diversi dalla letteratura tradizionale. Alcuni lo considerano un arricchimento, altri temono una progressiva trasformazione della cultura in intrattenimento. Fra le novità più interessanti c’è anche l’utilizzo della Pista 500 sul tetto del Lingotto, trasformata in spazio per incontri, installazioni e performance artistiche. Una scelta significativa: il Salone tende sempre più a uscire dai suoi confini classici per diventare esperienza urbana diffusa. Resta però la domanda decisiva: tutta questa enorme macchina culturale riesce ancora a produrre pensiero vero, oppure rischia di diventare soltanto un gigantesco evento da attraversare rapidamente, fotografare e consumare? Forse il senso più profondo del Salone 2026 sarà proprio questo conflitto. Da una parte il bisogno autentico di cultura, memoria e profondità. Dall’altra la pressione continua dello spettacolo, della velocità e della sovraesposizione. E dentro questo conflitto, i “ragazzini” evocati dalla Morante restano una figura aperta e irrisolta. Non salvatori romantici. Ma forse gli ultimi esseri umani ancora capaci di immaginare qualcosa che gli adulti hanno smesso di vedere.......................................................................Il fenomeno Romance: ragazze, social e nuove forme della lettura......................................Fra i fenomeni più evidenti del Salone 2026 ci sarà ancora una volta l’esplosione del romance. Un genere che per anni è stato guardato con sufficienza da una parte della cultura ufficiale e che oggi invece occupa scaffali enormi, code interminabili, community online potentissime e soprattutto un pubblico giovanissimo e quasi interamente femminile. Basta attraversare il Lingotto durante gli incontri dedicati al romance per capire che non si tratta più di una nicchia. Ragazze adolescenti e ventenni arrivano con pile di libri da far firmare, seguono autrici come fossero rockstar, discutono sui social di personaggi, relazioni, finali, scene emotive. TikTok — attraverso il fenomeno #BookTok — ha trasformato la lettura in un’esperienza collettiva, emotiva e virale. Molte lettrici leggono in modo quasi compulsivo: decine di libri all’anno, talvolta al mese. In un’epoca che ripete continuamente che i giovani non leggono più, il romance dimostra invece qualcosa di diverso: i giovani leggono eccome, ma seguono percorsi culturali spesso ignorati o disprezzati dagli ambienti letterari tradizionali. Naturalmente il fenomeno merita uno sguardo meno superficiale sia dell’entusiasmo automatico sia del disprezzo elitario. Una parte del romance contemporaneo funziona infatti secondo meccanismi seriali molto ripetitivi: relazioni tossiche romanticizzate, modelli emotivi stereotipati, personaggi costruiti per dipendenza affettiva più che per profondità psicologica. Alcuni libri sembrano progettati direttamente per la viralità social: frasi evidenziabili, emozioni immediate, identificazione rapida, consumo velocissimo. Ma liquidare tutto questo come semplice letteratura commerciale sarebbe un errore. Il successo del romance racconta anche un vuoto emotivo enorme nelle nuove generazioni. Molte ragazze cercano in questi libri intensità sentimentale, protezione immaginaria, ascolto emotivo, possibilità di evasione da una realtà percepita come instabile e aggressiva. Dentro una società sempre più fredda, competitiva e frammentata, il romance offre una forma di coinvolgimento affettivo continuo. E forse proprio qui emerge un aspetto interessante: mentre una parte della cultura contemporanea diventa sempre più ironica, cinica e distaccata, il romance rivendica apertamente il diritto all’emozione. Talvolta in modo ingenuo, certo. Talvolta perfino manipolatorio. Ma comunque reale. Il Salone 2026 sembra aver compreso perfettamente la forza di questo fenomeno. Gli spazi dedicati al romance e alle community nate sui social saranno fra i più frequentati dell’intera manifestazione, con incontri pensati soprattutto per lettrici giovani e creator digitali. (salonelibro.it) È un cambiamento culturale importante. Per decenni il lettore “forte” immaginato dall’editoria italiana coincideva quasi sempre con un adulto colto e tradizionale. Oggi invece una parte decisiva del mercato librario è sostenuta da adolescenti e giovani donne che costruiscono gusti, classifiche e successi editoriali direttamente attraverso i social. Questo può produrre effetti contraddittori. Da un lato il rischio di una lettura sempre più guidata dagli algoritmi emotivi delle piattaforme. Dall’altro, però, la nascita di nuove comunità di lettrici appassionate, capaci di riportare il libro dentro la vita quotidiana. E forse il punto centrale è proprio questo: non bisogna chiedersi se il romance sia “alta” o “bassa” letteratura. La domanda più interessante è un’altra. Che cosa sta cercando davvero una generazione di ragazze che legge con questa fame emotiva? Perché ogni fenomeno letterario di massa, anche il più commerciale, rivela sempre qualcosa di profondo sul desiderio collettivo di un’epoca. ( Atonio Miredi )