martedì 11 agosto 2026

FRANCESCO GUCCINI L'ULTIMO CANTASTORIE

Ogni 6 agosto il calendario si ferma davanti a una delle ferite più profonde della storia dell'umanità: Hiroshima. È il giorno in cui la memoria ci ricorda quanto fragile possa diventare la civiltà quando il sapere smarrisce la propria coscienza. Quest'anno, quasi in un misterioso gioco del destino, quel giorno ci riconduce anche al ricordo di Francesco Guccini, una delle voci più alte e più libere della canzone d'autore italiana, la cui notizia della morte è arrivata nel giorno di questa data simbolo che ha segnato anche l'inizio della sua carriera artistica.
(© Anteprima dell'inedito sentito omaggio dell'artista Lorenzo Maria Bottari al cantautore Francesco Guccini) -------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- FRANCESCO GUCCINI L'ULTIMO CANTASTORIE DEI NOSTRI SOGNI PERDUTI di Antonio Miredi-------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Se dovessi scegliere una sola sua canzone da affidare a questa ricorrenza sarebbe Noi non ci saremo. Scritta nel 1966, quando la Guerra Fredda faceva della minaccia atomica una presenza quotidiana, non è soltanto una canzone di protesta. È una meditazione poetica sul destino dell'uomo. Guccini immagina che, dopo la catastrofe, la natura possa rifiorire, che il mare torni a respirare, che gli alberi ricoprano la terra. Ma l'uomo non ci sarà più. È una visione che non grida: sussurra. Ed è forse proprio per questo che continua a inquietare. Sarebbe tuttavia riduttivo racchiudere Francesco Guccini nel solo ruolo di cantore dell'impegno civile. La sua opera attraversa oltre mezzo secolo di storia italiana, accompagnando generazioni diverse senza mai piegarsi alle mode. Le sue canzoni non cercano il consenso immediato: chiedono ascolto, riflessione, memoria. Nato a Modena il 14 giugno 1940, ma profondamente legato a Pàvana, sull'Appennino tosco-emiliano, Guccini ha sempre portato dentro di sé due geografie. Da una parte la città, con le sue trasformazioni sociali e culturali; dall'altra la montagna, luogo della memoria, del silenzio e delle radici. In quelle valli imparò che il tempo non corre: sedimenta. Forse è proprio da quella terra che nasce il passo lento e narrativo delle sue canzoni. Quando, negli anni Sessanta, la canzone italiana cercava soprattutto melodie leggere, Guccini introdusse un linguaggio nuovo. Le sue composizioni erano racconti, dialoghi, pagine di letteratura affidate alla musica. Ogni brano sembrava nascere più da una biblioteca che da uno studio discografico, ma senza perdere il contatto con la vita quotidiana. Da Dio è morto a La locomotiva, da Canzone per un'amica a Incontro, da Eskimo fino a Cyrano, egli ha dato voce ai ribelli, agli sconfitti, agli amici perduti, agli idealisti, agli uomini comuni che continuano a interrogarsi sul senso dell'esistenza. Nei suoi testi convivono storia e filosofia, ironia e malinconia, politica e tenerezza, senza mai trasformarsi in propaganda. Uno dei grandi protagonisti della sua opera è il tempo. Non il tempo dell'orologio, ma quello della memoria. Guccini osserva la giovinezza allontanarsi, gli amici scomparire, i sogni mutare forma. Eppure non indulge mai nella nostalgia sterile. Il passato diventa uno specchio attraverso il quale comprendere meglio il presente. Accanto al musicista viveva lo scrittore. Negli anni della maturità Guccini ha pubblicato romanzi, racconti, autobiografie e fortunate opere scritte insieme a Loriano Macchiavelli. Anche sulla pagina ritroviamo la stessa voce delle canzoni: colta ma mai pedante, ironica senza cinismo, profondamente umana. Schivo verso il successo spettacolare, lontano dai divismi televisivi, Guccini ha preferito le osterie ai salotti, i libri ai riflettori, il dialogo con pochi amici alle luci della celebrità. È rimasto fedele a un'idea antica dell'intellettuale: non colui che possiede risposte definitive, ma chi continua a coltivare il dubbio. Per questo la sua eredità va oltre la musica. Francesco Guccini lascia un patrimonio morale prima ancora che artistico. Ci consegna parole che invitano a custodire la libertà, la memoria, la dignità dell'uomo, il valore della cultura come esercizio quotidiano di coscienza. Nel giorno di Hiroshima, mentre il mondo ricorda l'ombra del fungo atomico, torna spontaneo ascoltare Noi non ci saremo. Non come un documento del passato, ma come un monito rivolto al nostro presente, attraversato ancora da guerre, paure e minacce nucleari. Le grandi canzoni non invecchiano perché parlano all'uomo prima ancora che al loro tempo. E Francesco Guccini è stato, forse più di ogni altro, il viandante che ha saputo trasformare il cammino di una generazione in un patrimonio di tutti. Le sue parole continueranno ad accompagnarci lungo i sentieri dell'Appennino, nelle piazze delle nostre città, nelle biblioteche, nelle osterie, nei ricordi personali di ciascuno. Perché le voci autentiche non conoscono il silenzio: cambiano soltanto il luogo da cui continuano a parlare. ( Antonio Miredi)
( © Lorenzo Maria Bottari )
«Vedremo soltanto una sfera di fuoco, più grande del sole, più vasta del mondo nemmeno un grido risuonerà... E dai boschi e dal mare ritorna la vita, e ancora la terra sarà popolata, e fra notti e giorni il sole farà le mille stagioni e ancora il mondo percorrerà gli spazi di sempre per mille secoli almeno, ma noi non ci saremo.» (Francesco Guccini - Noi non ci saremo)
Don Chisciotte - { Francesco Guccini, Beppe Dati e Goffredo Orlandi }
( I Nomadi cantano Dio è morto du Francesco Fuccini)
Guccini, La locomotiva
("..Venite pure avanti poeti sgangherati, inutili cantanti di giorni sciagurati, buffoni che campate di versi senza forza avrete soldi e gloria, ma non avete scorza; godetevi il successo, godete finchè dura, che il pubblico è ammaestrato e non vi fa paura e andate chissà dove per non pagar le tasse col ghigno e l'ignoranza dei primi della classe. Io sono solo un povero cadetto di Guascogna, però non la sopporto la gente che non sogna. Gli orpelli? L'arrivismo? All' amo non abbocco e al fin della licenza io non perdono e tocco, io non perdono, non perdono e tocco!"...) Francesco Guccini - "Cyrano"