giovedì 22 ottobre 2026

SALVARE LO STATO SOCIALE, SALVARE LA DEMOCRAZIA. Al via il Festival Internazionale dell’Economia 2026 di Torino

A Torino il Festival Internazionale dell’Economia torna a interrogare il presente. Quattro giorni di incontri, idee e confronti intorno a una domanda che riguarda molto più dei conti pubblici: quale società vogliamo ancora essere?
Torino torna a parlare di economia ma anche questa volta come le edizioni precedenti l'economia si intreccia con altri ambiti sociali e atri e linguaggi , dal 22 al 25 ottobre, attraverserà teatri, università, musei, biblioteche e altri luoghi della città. Il titolo scelto per la Edizione del Festival Internazionale dell’Economia 2026 è infatti “Salvare lo stato sociale”. Una formula che ha il tono dell’urgenza e, insieme, quello di una domanda politica nel senso più alto del termine: che cosa siamo disposti a fare per non perdere una delle conquiste più importanti della democrazia europea? Lo Stato sociale non è soltanto l’insieme delle pensioni, della sanità pubblica, della scuola, degli strumenti contro la povertà, delle politiche per il lavoro e delle protezioni rivolte a chi attraversa una fase di difficoltà. È il modo attraverso cui una democrazia prova a trasformare l’uguaglianza scritta nelle sue leggi in una possibilità concreta nella vita delle persone. Una democrazia può proclamare la libertà, ma quanto è realmente libero chi non può curarsi, chi non trova un lavoro dignitoso, chi nasce in una famiglia privata di opportunità, chi teme continuamente di perdere la casa o di non poter provvedere alla propria vecchiaia? La libertà, quando manca una soglia minima di sicurezza sociale, rischia di diventare una parola più forte per chi possiede e più debole per chi non possiede. Per questo libertà, giustizia e protezione sociale non sono territori separati. Si sostengono reciprocamente. Il problema è che proprio questo equilibrio appare oggi sottoposto a pressioni sempre più forti. L’invecchiamento della popolazione modifica il rapporto fra generazioni; il lavoro cambia sotto l’effetto della tecnologia e dell’intelligenza artificiale; le disuguaglianze resistono e in alcuni casi si approfondiscono; la sanità deve confrontarsi con costi crescenti; le migrazioni pongono nuove domande alle società europee. A tutto questo si aggiungono guerre, instabilità geopolitiche e una crescente difficoltà delle democrazie a mantenere quella coesione sociale senza la quale anche le istituzioni perdono credibilità. È difficile, allora, non leggere il titolo di questa edizione del Festival anche alla luce di ciò che sta accadendo intorno a noi. L’Europa attraversa una stagione inquieta. Le fratture sociali alimentano diffidenze, radicalizzazioni e contrapposizioni; il rapporto fra cittadini e istituzioni si incrina; il consenso democratico viene talvolta cercato attraverso la paura, la semplificazione, la promessa di soluzioni immediate a problemi che immediati non sono. In questo scenario lo Stato sociale diventa qualcosa di più di un sistema di redistribuzione. Diventa un presidio della democrazia. Dove le persone percepiscono che le istituzioni sono capaci di proteggerle nei momenti di vulnerabilità, la democrazia conserva una parte essenziale della propria legittimità. Dove invece la protezione si restringe, le disuguaglianze diventano più visibili e le opportunità più diseguali, cresce anche la tentazione di cercare altrove risposte semplici, identità rassicuranti, colpevoli facilmente riconoscibili. Non è un caso che il Festival abbia scelto di mettere insieme economisti, sociologi, demografi, studiosi della politica, scrittori, giornalisti e protagonisti della vita pubblica. E non è casuale neppure la presenza di sei Premi Nobel per l’Economia: Philippe Aghion, David Card, Joel Mokyr, James A. Robinson, Alvin Roth e Michael Spence. A inaugurare il Festival sarà proprio Joel Mokyr, al Teatro Carignano, con una riflessione sullo Stato sociale di ieri e di oggi. Poche ore dopo, nello stesso teatro, Fabio Panetta dialogherà con Ferruccio de Bortoli sulle grandi questioni dell’economia italiana e internazionale. Nei giorni successivi il programma entrerà nelle molte stanze del problema: lavoro e welfare, pensioni, salute, infanzia, disuguaglianze, migrazioni, tecnologia, intelligenza artificiale, geopolitica. Persino la città scelta per ospitare gli incontri sembra partecipare al discorso. Il Festival si disperde nel tessuto centrale di Torino e quest’anno porta la sua piazza nella Galleria Subalpina, quasi a voler restituire alla strada, agli incontri casuali e alla conversazione pubblica una materia che rischierebbe altrimenti di rimanere chiusa nelle sale degli specialisti. È una scelta importante. Perché salvare lo Stato sociale non può essere soltanto una questione affidata agli economisti o ai governi. Riguarda una società intera e il modo in cui decide di stare insieme. Anche le nuove generazioni vengono chiamate direttamente al confronto, con studenti coinvolti nel percorso del Festival e invitati a interrogarsi sul rapporto fra trasformazioni demografiche, tecnologia e futuro del welfare. È forse uno dei segnali più interessanti di questa edizione: parlare dello Stato sociale significa parlare soprattutto di tempo futuro, non soltanto di ciò che rischiamo di perdere. E proprio per questo il verbo scelto dal Festival merita attenzione: salvare. Salvare non significa necessariamente conservare tutto com’è. Un sistema sociale che non sa cambiare rischia di diventare fragile quanto quello che lo smantella. Salvare può voler dire, al contrario, ripensare strumenti e priorità, correggere ciò che non funziona, trovare nuove forme di equilibrio fra diritti e sostenibilità, fra protezione e responsabilità, fra solidarietà e cambiamenti demografici. È una sfida difficile, ma anche una sfida profondamente democratica. Perché una società libera non è soltanto quella che lascia agli individui lo spazio per scegliere. È anche quella che cerca di impedire che le condizioni di nascita, la malattia, la vecchiaia, la perdita del lavoro o la povertà trasformino quelle libertà in privilegi riservati a pochi. Forse è questa la domanda più radicale che il Festival porta a Torino. Quanto può resistere una democrazia se smette di prendersi cura della parte più fragile della propria comunità? Dal 22 al 25 ottobre economisti e studiosi proveranno a rispondere con dati, ricerche, confronti e prospettive diverse. Ma la domanda, alla fine, appartiene a tutti. Perché salvare lo Stato sociale potrebbe significare, oggi, qualcosa di ancora più grande: salvare lo spazio comune nel quale libertà, giustizia e democrazia insieme ritrovano più forza (Antonio Miredi)