giovedì 8 ottobre 2026

IL NUOVO PRESIDIO DELLA CASTANICOLTURA NAZIONALE TRADIZIONALE

A Terra Madre Salone del Gusto 2026 a Torino hanno debuttato ufficialmente 12 nuovi Presìdi Slow Food italiani, volti a tutelare piccole produzioni artigianali, legumi, ortaggi, frutta e mieli a rischio estinzione. Accanto a questi, è stato presentato anche un importante progetto nazionale: il Presidio della castanicoltura tradizionale. La Calabria importante attiva protagonista.
Foto di Angelo Aiello ---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- LA CASTAGNA CHE FA UN COMUNITÀ COME UNA FAMIGLIA di Antonio Miredi--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------Un frutto, una memoria, una comunità che si riconosce ------------------------Per secoli la castagna ha nutrito le Terre Alte, diventando il pane delle montagne e accompagnando la vita delle comunità nei suoi gesti più semplici e necessari: la cura del castagneto, la raccolta, l'essiccazione, la macinatura, la cucina. Ma intorno a quel piccolo frutto bruno si è formato qualcosa che nessuna definizione gastronomica riesce a contenere interamente: un mondo di persone, di saperi, di memorie e di relazioni. È forse questo che si è avvertito con maggiore intensità nel momento della presentazione ufficiale del nuovo Presidio Slow Food della castanicoltura tradizionale, nato nel 2026 dalla Rete Slow Food dei castanicoltori. Più che una presentazione, per alcuni momenti è sembrato un ritrovarsi. Le persone si conoscevano già. E non soltanto perché da anni condividono esperienze, territori e battaglie per la salvaguardia del castagno. Si riconoscevano attraverso una memoria comune, fatta di racconti, episodi, gesti e persone. A volte bastava un nome: Ettore. E quel nome non aveva bisogno di spiegazioni: era Ettore Bozzolo, castanicoltore custode del Piemonte Oppure bastava ricordare il poeta ufficiale, e tutti sapevano immediatamente chi fosse: Ugo Bugelli della Toscana che sul palco ha declamato i suo versi pieni di entusiasmo. Altri nomi, altre figure, altre storie si affacciavano nello stesso modo, ciascuna portando con sé un frammento di quella grande geografia della castagna che oggi il nuovo Presidio riunisce. È stato in quei momenti che la parola famiglia ha smesso di essere una metafora. C'erano la commozione, il ricordo, l'esperienza accumulata negli anni. C'era persino quella particolare confidenza che permette di raccontare una persona attraverso un soprannome, un mestiere, una qualità, una piccola storia condivisa. E mentre le parole si intrecciavano, la castagna sembrava arretrare per un momento, lasciando apparire ciò che davvero aveva tenuto insieme quelle persone. La relazione. È questa forse la dimensione più sorprendente del nuovo Presidio. La castagna non viene tutelata soltanto come prodotto agricolo o gastronomico. Con essa si cerca di custodire un intero patrimonio di varietà locali, tecniche di coltivazione, pratiche di raccolta e trasformazione, paesaggi e architetture rurali. Ma soprattutto si custodisce una conoscenza che rischierebbe altrimenti di interrompersi con le generazioni che l'hanno ricevuta e trasmessa. Per questo la sua storia viene da molto lontano. Il castagno è stato per secoli l'albero del pane delle montagne italiane. La castagna poteva diventare farina, polenta, pane, dolce; il castagneto era insieme luogo di lavoro e spazio di vita. Il tempo dell'essiccazione, quello lento dei metati, trasformava il raccolto in una riserva per l'inverno e, nello stesso tempo, costruiva occasioni di incontro e socialità. La castagna entrava così nella vita quotidiana prima ancora che nella gastronomia. E da quella vita è passata nella cultura. La letteratura, la poesia, la cucina, l'immaginario popolare ne hanno raccolto la presenza. Il frutto povero è diventato nel tempo anche materia creativa: qualcosa da raccontare, reinventare, associare ad altri sapori e ad altre immagini senza perdere completamente il legame con la terra da cui proviene. È proprio questa capacità di trasformarsi senza smarrire la propria origine che rende la castagna sorprendentemente contemporanea.
Il comune di Serrastretta, in Calabria, arroccato sulle pendici del Monte Reventino, ha avuto un ruolo fondamentale e pionieristico nel dare la spinta decisiva a questo progetto nazionale. Ne parlo con Maria Antonietta Mascaro della comunità Difesa dei Castagneti del Reventino cui referente è Angelo Aiello, e Franco Fazio membro del Direttivo GAL, arrivati dalla Calabria. E la Calabria è stata molto presente con tanti mercatini dislocati lungo tutta via Roma, nel centro della città subalpina. -Una vera occupazione!- faccio presente. ”La risposta alla risorgimentale piemontesizzazione d'Italia!” La pronta risposta ironica e divertita di Maria Antonietta, concreto esempio di un attivismo nel settore associato a una empatia umana nella comunicazione. Già due anni fa, nel 2024, e in realtà con un impegno comunitario che dura da oltre un decennio, il territorio di Serrastretta è stato un vero e proprio laboratorio a cielo aperto per la salvaguardia della "civiltà del castagno". Lo ricorda Angelo Aiello, impegnato durante tutto l'evento anche con la fotografia, pronta a immortalare i momenti significativi. Nello stand della Regione Calabria, in pieno salotto cittadino, Piazza San Carlo, lo chef Delfino Maruca con il figlio Davide, hanno presentato piatti a base di farina di castagne come fa tutti i giorni nel ristorante Vecchio Castagno a Serrastretta, mantenendo viva la qualità legata a una tradizione della cucina. La comunità di Serrastretta è diventata un punto di riferimento per diversi motivi: ne parla Franco Fazio, esperto di innesti di cui rilascia certificazione, figura essenziale per ogni presidio Oggi, infatti, proteggere il castagno significa confrontarsi con problemi molto concreti: l'abbandono dei castagneti, la difficoltà del ricambio generazionale, la perdita progressiva di conoscenze e pratiche tradizionali, gli effetti del cambiamento climatico. E poi la difesa attiva contro i parassiti, Serrastretta ha fatto scuola: ha dimostrato che un piccolo borgo montano della Calabria poteva trasformare un frutto di sussistenza in una bandiera di economia circolare e sostenibile, ispirando direttamente la nascita della rete che oggi tutela i castanicoltori tradizionali in tutta Italia. Il nuovo Presidio nasce dentro anche una fragilità- La sua dimensione nazionale, costruita attraverso la Rete Slow Food dei castanicoltori, mette in relazione territori diversi e varietà diverse, senza cancellarne le specificità. Piemonte, Appennino, Centro e Sud d'Italia: tante storie che non diventano una sola storia, ma continuano a raccontarsi l'una attraverso l'altra. È una rete che non uniforma: riconosce. Ed è forse proprio qui che la metafora della famiglia torna ad avere senso. Una famiglia è fatta di parentela, ma anche di memoria. Ci sono persone che non abbiamo bisogno di presentare perché appartengono già al nostro racconto. Ci sono gesti che gli altri comprendono senza spiegazioni. Ci sono nomi che aprono immediatamente una storia. Quello che è accaduto durante la presentazione del Presidio sembrava nascere esattamente da questa familiarità. La castagna aveva fatto il suo lavoro ancora una volta. Aveva raccolto intorno a sé persone diverse e le aveva portate a riconoscersi. Forse è questo il significato più profondo di un Presidio: non mettere semplicemente un prodotto sotto tutela, ma preservare la comunità umana che gli dà ancora un significato. Antonio Miredi
La castanicoltura in Calabria tra tradizioni, storia e prospettive future, a cura di Tatiana Castellotti e Gabriella Lo Feudo, Rubbettino -------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- IL BOSCO DELLE CASTAGNE DA SFOGLIARE----- Il grande formato e la ricchezza delle immagini fanno capire già dalla prima sfogliata che la castanicoltura in Calabria tra tradizioni, storia e prospettive future non vuole essere soltanto un libro destinato agli specialisti della materia. Pubblicato da Rubbettino nel 2025 e curato da Tatiana Castellotti e Gabriella Lo Feudo, il volume raccoglie in 144 pagine contributi diversi per competenza e prospettiva, accomunati dall'intenzione di restituire alla castanicoltura calabrese la complessità che le appartiene. Il titolo indica con chiarezza i tre tempi entro i quali si muove il libro: la tradizione, la storia e il futuro. Ma la lettura mostra che questi tre piani non sono trattati come capitoli separati di una vicenda conclusa. Il passato continua a entrare nel presente attraverso le varietà, le tecniche, i paesaggi e le consuetudini; il futuro, a sua volta, dipende dalla possibilità di mantenere vivo ciò che ancora oggi rende riconoscibile il rapporto fra il castagno e i territori nei quali viene coltivato. La scelta di affrontare la castanicoltura attraverso la sua multifunzionalità è probabilmente il carattere più significativo dell'opera. Il castagno viene osservato nella sua funzione produttiva, ma anche per il ruolo che svolge nella biodiversità, nella conservazione del paesaggio, nella valorizzazione delle produzioni locali, nel turismo rurale e nella costruzione dell'identità territoriale. Sono gli stessi nuclei tematici indicati dalla casa editrice e dalle iniziative di presentazione del volume. Questa impostazione evita una riduzione frequente quando si parla di prodotti della tradizione: quella di considerarli soltanto dal punto di vista gastronomico. La castagna, invece, porta con sé un territorio intero. Il suo valore non può essere separato dall'albero che la produce, dal bosco nel quale cresce, dalle persone che lo coltivano e dalle conoscenze necessarie per conservarlo e trasformarlo. In Calabria questa relazione assume un peso particolare. La castanicoltura ha avuto storicamente un ruolo importante nell'economia delle popolazioni montane e il castagno ha contribuito a modellare il paesaggio delle aree interne, fino a diventare parte della loro stessa identità. Il volume insiste proprio su questa presenza capillare e sul valore ambientale e territoriale dei castagneti, compreso il loro contributo alla difesa del suolo. Il pregio del libro sta allora anche nell'aver evitato, almeno nelle sue intenzioni dichiarate, di separare la pianta dal contesto umano nel quale è stata coltivata per generazioni. Parlare di castanicoltura significa inevitabilmente parlare di lavoro, di economia rurale, di trasformazioni del territorio e di trasmissione dei saperi. Significa interrogarsi su ciò che accade quando una pratica agricola si indebolisce o viene abbandonata e, al contrario, su ciò che può accadere quando quella stessa pratica viene riconosciuta come una risorsa per il presente. Le immagini hanno in questo percorso una funzione tutt'altro che ornamentale. In un libro di questo formato acquistano infatti una presenza fisica che permette al lettore di passare continuamente dal documento al paesaggio, dall'albero al territorio, dal frutto alla mano che lo raccoglie. La fotografia, quando è realmente integrata nel progetto editoriale, non si limita a mostrare ciò di cui il testo parla: aggiunge una diversa possibilità di conoscenza. È probabilmente questo uno degli aspetti che rendono piacevole la lettura del volume anche per chi non possiede una preparazione specifica sulla castanicoltura. Le pagine specialistiche non vengono infatti isolate da una dimensione più ampia, nella quale il castagno diventa una chiave per osservare il rapporto fra ambiente, agricoltura e comunità. Naturalmente la pluralità degli interventi comporta anche una conseguenza: il libro non ha la compattezza narrativa di un'opera scritta da un'unica voce. È un volume corale, e come tale richiede al lettore di accettare cambi di prospettiva, linguaggio e livello di approfondimento. Ma questa caratteristica è anche coerente con il tema affrontato, perché la castanicoltura stessa non è riducibile a una sola competenza. Botanica, agronomia, storia, economia, paesaggio e cultura rurale si incontrano necessariamente intorno allo stesso albero. Ed è proprio l'idea dell'incontro a rendere il volume particolarmente attuale. La castanicoltura italiana, e quella calabrese in particolare, si trova davanti a questioni che riguardano la sopravvivenza stessa dei territori rurali: l'abbandono delle aree interne, la necessità di mantenere competenze specialistiche, la valorizzazione economica delle produzioni e la possibilità di attribuire al castagneto nuove funzioni senza cancellarne quelle tradizionali. Il libro non affronta quindi un passato immobile, ma una realtà ancora in trasformazione. La prospettiva futura diventa così la parte più delicata del discorso. Salvaguardare la castanicoltura non significa semplicemente conservare alcune varietà o mantenere una memoria gastronomica. Significa mantenere in vita un sistema nel quale l'albero, il bosco, il lavoro e la comunità sono ancora legati fra loro. Da questo punto di vista, il volume di Rubbettino arriva in un momento particolarmente significativo. La recente nascita del Presidio Slow Food nazionale della castanicoltura tradizionale ha riportato infatti al centro dell'attenzione proprio la necessità di mettere in relazione i diversi territori italiani e le comunità che custodiscono varietà, tecniche e conoscenze. Il caso calabrese raccontato nel libro acquista quindi una risonanza che supera i confini regionali. Ma il merito di questo libro è soprattutto quello di riportare continuamente il discorso alla concretezza del territorio. La castagna non è una parola astratta. Ha un albero, un bosco, una stagione, una forma di raccolta, una trasformazione, un mercato e una memoria. E dietro ciascuno di questi elementi ci sono persone. Forse è proprio per questo che il titolo che ho scelto per questa recensione — Il bosco delle castagne da sfogliare — non vuole essere soltanto un'immagine. Sfogliando il volume, il lettore attraversa infatti una Calabria nella quale il castagno diventa progressivamente una lente attraverso cui osservare molto altro: il paesaggio, la cultura contadina, le economie locali, la biodiversità e il difficile rapporto fra conservazione e innovazione. Il libro ci ricorda, senza bisogno di trasformare la castagna in un simbolo a tutti i costi, che alcune forme della nostra cultura sopravvivono soltanto quando continuano a essere praticate. Una tradizione, per restare tale, deve poter essere ancora vissuta. E il futuro della castanicoltura passa probabilmente proprio da qui: dalla capacità di fare del patrimonio ricevuto non un oggetto da contemplare, ma una risorsa da conoscere, proteggere e nuovamente interpretare. Alla fine della lettura, dunque, la Calabria resta sullo sfondo come un grande castagneto, ma il libro non chiede di guardarlo da lontano. Ci invita piuttosto a entrarvi, seguendo le diverse strade aperte dai suoi contributi. Una pagina dopo l'altra. Una varietà dopo l'altra. Una storia dopo l'altra. (Antonio Miredi) -------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Il libro è stato finanziato dal GAL DEI DUE MARI con Presidente Francesco Esposito. Nello Stand della Regione Calabria a Torino è stato messo gentilmente a disposizione del pubblico dalla Direttrice del GAL, Maria Antonietta Sacco, animatrice insieme a tanti altri calabresi di tutto lo stand. Il Presidente slow food regionale della Calabria è Michelangelo D'Ambrosio.