sabato 16 aprile 2022

IL FIABESCO DISEGNATO E SCRITTO DI LILIANA LANZARDO

Le Fiabe illustrate di Liliana Lanzardo in mostra e prossima occasione di un Laboratorio di disegno con i bambini delle scuole elementari, allo spazio dell'Associazione VOLERE LA LUNA di Torino.
“Una piccola Idea ogni giorno si mette in viaggio con la speranza di trovare qualcuno a cui suggerire....” è l'inizio di una fiaba, intitolata Il viaggio dell'idea, scritta e disegnata da Liliana Lanzardo, in mostra insieme ad altre due fiabe ( La vanità vola bassa, Caro amico ti scrivo da lontano, in un percorso sulle pareti nello spazio dell'Associazione Volere la Luna di Torino, che si apre a una passeggiata aerea e funambolesca fra le parole e le immagini. Attività di ricerca sociologica e storica con lo scrupolo della attenzione metodologica e l'estro creativo fantasioso e bizzarro possono convivere e abitare in una stessa natura? Chi avesse dubbi a riguardo dovrebbe allora conoscere meglio la personalità di Liliana Lanzardo, la cui biografia è una testimonianza lineare di questo duplice spirito di libertà interiore assoluta. Pur dedicandosi all'insegnamento Liliana Lanzardo sin dagli anni sessanta ha cominciato a disegnare e illustrare striscioni per manifestazioni cittadine, testi per periodici e via via illustrazioni e dipinti per diverse pubblicazioni e mostre storicizzate da cataloghi con interventi critici.
Un estro creativo che nel tempo si è sempre più definito con una sua inconfondibile cifra artistica, pur nella apparente diversificazione figurativa. Come definire allora le immagini disegnate o dipinte delle sue fiabe, figure bizzarre, prodigi delle mente, naturalistiche espressioni antropomorfizzate in modo fantasioso? Ebbene, lo spazio della rappresentazione delle parole è affollato da tutto questo, compreso quello che la stessa artista non esita a definire folletti, spiriti lievi e un po' birichini. Opportunità e spunto per aprire la mente e la fantasia di bambini ed adulti a storie parallele in cui poi ognuno diventa regista e creatore di significati e significanti nuovi ed altri. L'importante è mettersi in ascolto e avere non uno ma mille occhi anche invisibili. Le parole e le immagini scatenano allora nuove parole e nuove immagini nella ingenua innocenza fanciullesca che conserva integrale la bellezza della sorpresa e della scoperta. Un laboratorio di disegno, aperto ai bambini delle scuole elementari, diventa così motivo per l'esperienza rivissuta di questa scoperta-sorpresa delle parole e delle immagini che le fiabe possono regalare, in un regno ben diverso e contrapposto agli orrori della cronaca. Antonio Miredi
_________________________________________________________________________________________________________________- ------------------ La mostra sarà aperta il giovedì e il venerdì dalle 15,00 alle 18,00, per gli altri giorni necessaria la prenotazione presso i seguenti contatti:  tel.  371 444 22 75 – email  info@volerelaluna.it https://viatrivero.volerelaluna.it/

lunedì 4 aprile 2022

CINEMA E OSCAR: CODA, I SEGNI DEL CUORE

CODA, il film Oscar 2022 della regista americana Sian Hederin in maniera naturale e credibile, senza retorica sentimentala ci dona il riso della comnedia sociale e l'emozione di un scelta umana capace di toccare le corde più intime, in una storia di disabilità e formazione
Canto come rabbia, come libertà, come ascolto , come silenzio. Al largo della costa americana vicino a Boston, Ruby Rossi, ragazza liceale di 17 anni, a tutto volume canta a squarciagola mentre lancia nelle ceste il pesce appena pescato. La sua famiglia, padre, madre e fratello maggiore, sul peschereccio insieme a lei, sono non udenti. L'inizio del film che ha vinto l'Oscar 2022, il cui titolo, rispetto al nostro generico I segni del cuore, è decisamente più esplicito: CODA, acronimo per Child of deaf adults. In questa famiglia con disabilità uditiva, Ruby unica a sentire e parlare, è quindi una figura indispensabile. E’ lei che fa da interprete, comunica con il mondo esterno, e deve risolvere con la parola i tanti problemi pratici. Una grande responsabilità che Ruby affronta con maturità nonostante la giovane età, grazie al forte legame familiare pur con le sue tipiche conflittualità, ma che comincia a rivelarsi un grosso peso ora che avverte il bisogno nella libertà di seguire i moti del cuore e costruire un futuro più congeniale. A metterla così duramente alla prova è anche la passione per il canto, scelta paradossale che non può essere capita e condivisa dalla sua famiglia data la sordità.
Un dramma umano e sociale che tuttavia il film presenta con i toni di una commedia con molti spunti divertenti e capaci di strappare il riso. Memorabile certe battute del padre Frank ( Troy Kotsur, Oscar come attore non protagonista) rese nella lingua dei segni che la figlia con evidente imbarazzo deve tradurre a voce). Non era facile, senza cadere nella inevitabile retorica sentimentale, trattare sul grande schermo il tema della disabilità dovendo anche cimentarsi in un confronto, dal momento che il film è il remake di un recente film francese, La famiglia Bélier. La scelta della regista americana Sian Heder si è rivelata invece  vincente grazie a una sensibile tutta femminile nell’individuare nuovi accorgimenti. Innanzitutto la scelta di far recitare degli attori sordi, in questo caso i componenti della famiglia Rossi, e puntando molto sulla voce e lo strumento del canto, che la giovane protagonista, Emilia Jones, ha saputo usare in maniera superba. Canto fatto di ascolto ma anche di silenzio, elementi necessari entrambi della comunicazione. Il canto permetterà così di dare a tutti i componenti della famiglia una nuova consapevolezza sul significato e sull’uso della parola. La parola in fondo serviva nella famiglia, prima di una nuova consapevolezza, solo come strumento e non come essenza interiore, per comunicare in profondità cercando di capire la individualità. “Ci sono molte persone che hanno una bella voce ma che non hanno nulla da dire” dirà il maestro di canto a scuola a Ruby, all'inizio insicura e preoccupata di essere ridicolizzata, come altre volte le era accaduto. In maniera credibile e naturale il film riesce così significativamente a passare dal riso di una commedia con contenuto sociale a momenti di commozione profonda, capaci di toccare le corde più intime di ognuno. (Antonio Miredi)

domenica 27 marzo 2022

IL CINEMA AL CINEMA: BELFAST

Kenneth Branagh confeziona in maniera impeccabile il suo nostalgico amarcod nell'incanto della infanzia poco propensa a cogliere il dramma sociale di una guerra civile fra protestanti e cattolici nell'Irlanda del Nor verso la fine degli anni sessanta. Un atto d'amore rivissuto nella calligrafica nitidezza di un bianco e nero che accontenta gli occhi in maniera statica.
FOTOGRAMMI CON GLI OCCHI INCANTATI DI UN BAMBINO ------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Belfast 1969. In un quartiere periferico della città dove tutti si conoscono, bambini e ragazzi giocano per strada. Improvviso, l'urto di un gruppo violento irrompe nel quartiere, saccheggiando vetrine, finestre, facendo esplodere un'auto in sosta, e rompe l'idillio ricordandoci che siamo negli anni in cui esplode la guerra civile nell'Irlanda del Nord fra la comunità cattolica e quella protestante. Il dramma sociale di questa violenza che porta morte e distruzione non viene però messo a fuoco. Il film preferisce rimanere nella tenerezza di una famiglia di operai vissuta soprattutto con gli occhi spesso incantati del piccolo Buddy, nonostante la precarietà economica, l'andirivieni fra l'isola e il continente per ragioni di lavoro, il rischio della violenza in cui tutti sono esposti. Restare o partire, è questo il dilemma che la famiglia si trova ad affrontare . Il piccolo Buddy vuole restare perché qui ha modo di parlare in complicità col nonno, continuare a giocare per strada, vedere dalla finestra la sua compagna di classe anche se lei è cattolica e lui protestante.( Un tocco di politically correct ci sta sempre bene) Kenneth Branagh confeziona in maniera impeccabile il suo nostalgico amarcod ( Il regista è nato a Belfast nel 1960 quindi nel 1969 aveva 9 anni come Buddy, il piccolo protagonista della storia)
La fedeltà all'incanto che nella infanzia potevano dare il cinema e il teatro, la colonna sonora che riporta e ci trascina in quegli anni non facili eppure carichi di cose da fare e da vedere, e la bella nitidezza da fotogramma che il bianco e nero ci offre, concorrono per essere un sentito e vissuto atto d'amore, anche verso la terra in cui alcuni restano e altri lasciano. il rischio è che l'emozione alla fine risulta raggelata da tutte questa studiata estetica-estatica rappresentazione di una stagione vissuta in maniera incantata. Un film col carisma per piacere al grande pubblico, grazie anche alla maniera con cui il fanciullo gioca il suo ruolo, e pronto a imporsi nel rito delle premiazioni ufficiali, per le sue indubbie qualità visive e quel benefico abbandono alla nostalgia giovanile, così presente in tanti film oggi di successo. Antonio Miredi

domenica 20 marzo 2022

IL CINEMA AL CINEMA: LICORICE PIZZA

Paul Thomas Anderson, il regista del sofisticato e impeccabile “Il filo nascosto” torna alla regia con una vitale leggera commedia, tuffandosi nella nostalgica vallata californiana primi anni settanta, con la sua indimenticabile colonna sonora.
CHE (RIN) CORSA L'AMORE ----------------------------------------------------------- Se si hanno dei dubbi riguardo all’amare, basta, nel peso dell’assenza, verificare quanto si è disposti a correre o rincorrere per l’incontro. Gary Valentine (Cooper Hoffman) è un quindicenne grassottello e brufoloso, un po’ sbruffone ma abbastanza sicuro di sé, attore carismatico in una compagnia di ragazzi, con uno spiccato senso imprenditoriale degli affari. Alana Kane (Alana Haim) ha ben dieci anni di più, insoddisfatta e in cerca di un suo preciso posto nel mondo, non particolarmente bella ma capace di trasmettere una sua naturale attrazione. Nel momento in cui Gary ha modo di vederla, durante le liceali foto di gruppo, dove Alana lavora come aiuto fotografo, è già convinto che quella giovane donna sarà sua moglie. Anche se da subito Alana lo prende in giro, gli ricorda quanto sia un moccioso ragazzino per niente fico. Eppure tra i due, un po’ necessità, un po’ per la caparbia insistenza di lui e la voglia di Alana di uscire da una sorta di gabbia, si stabilisce una strana e insolita intesa di coppia senza essere coppia. Attorno a questa coppia stramba e libera, il regista realizza una commedia leggera e tutta giocata sul giro vorticoso di una estate americana primi anni settanta, nella familiare vallata di Los Angeles, con personaggi di adulti tratteggiati in modo caricaturale e sempre sopra le righe. Un modo anche per mettere in piena luce solo questa insolita coppia, intraprendente e tutta pronta a vivere il momento in cui si ritrova a recitare una parte, anche nella più disarmante ordinarietà e insignificanza fisica.
E poco importa se poi la storia precipita in un microcosmo della Valley che appare nel sobborgo di Los Angelesdi San Fernando persino provinciale, con episodi folli e stravaganti, sfilacciati e ridotti a frammenti di memoria. In questo vortice senza una precisa narrazione la coppia continua a giocare il reciproco avvicinarsi e allontanarsi, in un continuo tira e molla ricco di piccole gelosie e piccole rivalità, spesso con un rovesciamento di ruoli. A volte è lui a sembrare più maturo e capace di prendere una nuova iniziativa di successo, altre volte è lei a prendere il controllo e far in modo di uscire da situazioni pericolose, come quando si ritrova a guidare un grosso camion a secco di benzina, (una delle scene più interessanti) giù per la collina californiana. I veri infantili alla fine sono solo gli adulti, tutti accomunati nel loro poter offrire spunti di riflessione ma senza un approfondimento. E anche per i due giovanissimi protagonisti, bravi e sempre credibili nella loro naturalezza, nessuna introspezione, nessuno scavo psicologico. Solo la forza di una vitalità capace di amalgamarsi alla perfezione dentro la stagione di quel preciso 1973, ricreato magnificamente, al punto da farci sentire estranei rispetto a un tempo passato che già ci appare lontano nonostante la sua magnifica indimenticabile colonna sonora, con canzoni anni sessanta e quelle dell'anno in cui la vicenda si colloca. Per Paul Thomas Anderson, regista del precedente sofisticato e impeccabile “Il filo nascosto”, la trama è anche, se non soprattutto in questo ultimo film, materia, tessuto. Il tessuto cinematografico ha una sua tale rilevanza linguistica da poter far a meno di una scorrevole intelligibilità narrativa. Per arrivare al significato del titolo del film bisogna risalire alla autobiografia del regista per sapere che Licorice Pizza era una famosa catena di negozi di vinili che in quegli anni erano meta quasi religiosa di tanti giovani americani assetati di libertà e musica. Musica, con la nostalgia vintage verso gli Album a 33 giri simili a pizze di liquirizia, e vortice di giovinezza restano di sicuro grandi pregi ma non bastano per rendere un film un capolavoro: molti spunti non volutamente messi a fuoco, se non difetti, appaiono un limite. La sottile e sotto traccia disamina a una società americana sempre in cerca di se stessa tra sogno e cinismo, indulgente e pronta ad auto assolversi, se c'è è talmente irriconoscibile da non venire percepita nemmeno dai tanti entusiastici giudizi riconducibili alla gioiosa e vitale estetica formalistica. Troppo poco, se non si vuole lasciarsi andare solo al tuffo di una corsa, salutare ma nostalgicamente vacua, in questo nostro tempo di orrore. Antonio Miredi

sabato 12 marzo 2022

UN COLPO DI FULMINE LA JAGUAR NERA DI DIABOLIK

Intervista esclusiva al manager proprietario della iconica Jaguar E-Type del 1962, auto di un mito del fumetto, Diabolik.
Quando nel 1961, al Salone di Ginevra, fu presentata per la prima volta la Jaguar E-Type, immediata fu la consapevolezza di trovarsi davanti a un capolavoro di perfezione estetica e meccanica. Linea di eleganza sinuosa protesa in avanti, potenza di velocità e prestazioni in grado di non sfigurare e persino superare quelle di altre auto oggetto di desiderio come la Ferrari, la Meserati, la Aston Martin. La Jaguar non poteva non essere l'auto di Diabolik, inafferrabile criminale a suo modo fascinoso, entrato nella storia del mito del fumetto grazie alla genialità creativa di due donne, le sorelle Giussani. Ad unire Diabolik e la Jaguar è anche il comune anniversario di esordio, sessanta anni dalla loro apparizione della scena, nella realtà e nell'immaginario. A Torino, in occasione dell'ultimo film su Diabolik dei Manetti Bros, interpretato da Luca Marinelli insieme a Cinzia Leoni (Eva Kant) e Valerio Mastrandrea ( l'ispettore Ginko), due mostre in contemporanea da poco conclusasi. Al Museo del Cinema alla Mole Antonelliana sul mito del Fumetto dell'antieroe per eccellenza, in calzamaglia nera, mito capace di investire diversi linguaggi, aspetti e forme di espressione, e quella del Museo Nazionale dell'Automobile. Vero colpo grosso al Museo dell'Automobile di Torino si è rivelata la presenza di una strepitosa Jaguar E-Type del 1962, esattamente come quella di Dibolik, proveniente da una collezione privata. All'inaugurazione della Mostra, nel dicembre scorso, era presente, accompagnato dalla moglie, il proprietario della Jaguar, un manager che vive in una amena cittadina marchigiana, che ha permesso questa esclusiva intervista. Naturalmente per ragioni di riservatezza, non viene elencato il suo nome.
Domanda: Come è nata questa passione collezionistica che l'ha portata a realizzare uno dei sogni esclusivi degli italiani, possedere una Jaguar come quella di Diabolik? Risposta: Sono un lettore del fumetto del Re del Terrore dall'età adolescenziale: Un giorno uscendo di casa mi capitò di vedere davanti agli occhi proprio una Jaguar E-Type color verde british. Un'apparizione, un vero colpo di fulmine. Non credevo prima che questa auto esistesse nella realtà, pensavo appartenesse solo al mondo della immaginazione. Ho creduto persino che anche Diabolik potesse essere in carne ed ossa nei paraggi. L'auto apparteneva a un commerciante collezionista, mio vicino di casa. La casa di produzione del fumetto di Diabolik, l'Astorina, all'inizio non ha potuto inserire il nome Jaguar accanto a Diabolik, per il rifiuto della casa di produzione dell'auto che non voleva una propria vettura associata a un criminale. Poi quando è arrivato il successo, naturalmente il nome è stato inserito, anche se l'auto appariva già nel primo numero del fumetto. Ed è stato questo vicino di casa che poi mi ha aiutato a comprare la Jaguar nera coupè, prima serie del 1962, vista da un meccanico nei pressi di Roma, dopo diverse traversie che formano un'altra storia da raccontare. Domanda: Si tratta di un'auto particolare non adatta a un uso familiare frequente. Un oggetto esclusivo di desiderio non del tutto consumabile. Risposta: Si, è così. Mia moglie ha subito definito l'auto uno dei miei giocattoli, di certo il più esclusivo. In effetti la uso raramente, solo per la normate periodica manutenzione e cerco di evitare di passare per le città. Considero questa auto come una vera opera d'arte, capace di essere esposta come un quadro in un salotto per l'ammirazione e il piacere di essere guardata. DOMANDA: C'è come una complice affinità fra Diabolik e la sua auto. Lo scatto fulmineo e felino, una forza morbida di coraggio e forma sinuosa. Risposta: Non a caso l'auto è una Jaguar. La storia della scelta del nome viene del resto raccontata in un numero del fumetto. Diabolik è l'unico sopravvissuto di un naufragio marittimo. Alcuni criminali nascosti in un'isola, decidono di allevarlo e così viene cresciuto per essere un vero malfattore, fino a stringere un patto con King, il capo banda. Quando però quest'ultimo uccide una pantera, animale che tanto l'aveva affascinato, Diabolik lo uccide e deruba gli altri criminali dell'isola, da dove fugge divenendo un vero esperto grazie anche a tecniche sofisticate apprese grazie a un certo Romin. Fino poi ad imbattersi in Dorian, il possessore della Jaguar di color nero che Diabolik, eliminato anche lui, farà sua. DOMANDA: Ha visto il film appena uscito su Diabolik, cosa ne pensa? RISPOSTA: Il film è ben fatto ma mi è sembrato anche staticamente freddo,con poca azione DOMANDA: Cosa l'affascina soprattutto del personaggio Diabolik Risposta: La sfida. Diabolik deve continuamente superare prove che presentano sempre più nuovi e difficili ostacoli. E lo fa con l'ingegno, il coraggio, la forza e anche l'astuzia e la capacità di usare le sue mille maschere. Domanda: La sfida è un tratto anche della sua psicologia Risposta: Si, totalmente. Anche nel lavoro bisogna avere sempre una sfida, continui stimoli. DOMANDA: Riuscire a realizzare un sogno, come ha fatto lei, è anche un altro modo di porsi una sfida. Un sogno tutto suo, all'inizio, che non è stato subito condiviso da sua moglie. RISPOSTA: Si, all'inizio mia moglie non è sembrata tanto entusiasta. In una decina di anni sarà salita in auto solo due volte. Quando però l'ha potuta ammirare a Torino il giorno della inaugurazione, tutta illuminata, anche lei, presa dalla emozione, si è sentita orgogliosa. La moglie, Anna, presenza rassicurante, conferma, sollecitata ad intervenire a conclusione della intervista.. RISPOSTA: “ A Torino l'auto è sembrata nel suo splendore di oggetto esteticamente bello. Non sono particolarmente interessata a Diabolik come personaggio di fumetto, ma la bellezza fa parte della nostra vita. Accanto al valore della speranza. In un momento così difficile, come quello che stiamo attualmente vivendo, con tre figli giovani, mi viene solo da pensare alla speranza che non deve mai mancare nella nostra vita” (A cura di Antonio Miredi)

mercoledì 23 febbraio 2022

PIRANDELLIANAMENTE TAVIANI

Paolo Taviani torna a Pirandello con un film spiazzante in due parti, in un doppio omaggio al fratello Vittorio recentemente mancato e alla poetica pirandelliana della vita rappresentata
Come raccontare un film non “raccontabile”? Partendo da Pirandello, e da un suo aforisma: “Chi vive, quando vive, non si vede: vive. Se uno può vedere la propria vita, è segno che non la sta vivendo più: la subisce, la trascina.” Pirandello non potendola “vivere” immagina la sua morte scrivendone le ultime disposizioni testamentarie. Un funerale senza solennità, nella nudità di una cassa di legno per poi incenerire il corpo e poterle infine depositare nella pietra viva della campagna della nativa Agrigento. Disposizioni spiazzanti per un film spiazzante che parte propria da questo funerale non funerale, al suo tormentato viaggio nel tempo, con tutto il fastidio e la cura verso la morte di un corpo e un autore disturbante per l'Italia fascista e posfascista. Taviani torna a Pirandello ma senza questa volta il fratello Vittorio, scomparso da poco. Un film omaggio a questo fratello con cui il film era maturato già subito dopo Kaos, un fratello la cui assenza è presente nel senso della morte e di un lutto da elaborare, e un omaggio allo stesso Pirandello la cui vita è stata solo e sempre Teatro, al punto da sentirsi persino al momento della premiazione del Nobel a Stoccolma come uomo profondamente solo e triste. Un film in due parti spiazzante non unitario ma non separabile, in un bianco e nero, con spezzoni di cinema del neorealismo, e l'altra di un colore trafiggente come un chiodo. E “Il chiodo” è il titolo dell'ultima novella scritta da Pirandello, pochi mesi prima di morire. Un funerale grottesco e la storia di un bambino costretto a lasciare la sua terra per l'America, sradicato e senza la capacità di un recupero di memoria di senso sacrale della vita che ha bisogno sempre di continuità, se non solo attraverso la morte del suo stesso futuro, affidato solo al gesto pietoso di una fedeltà vissuta come espiazione davanti a un cippo funerario. Tutto nella circolarità pirandelliana di verità e finzione, assurdità e mistero. Inutile pirandellianamente cercare un senso attraverso la novella che dà il titolo al film, Eleonora addio, del tutto assente come storia. Una grande prova registica per Paolo Taviani, quasi un personale testamento, e nella parte con protagonisti i bambini, forse un apologo per il nostro tempo, orfano di un futuro incapace di essere pensato se non attraverso il senso di una morte sempre presente. Antonio Miredi

sabato 15 gennaio 2022

DAVIDE SASSOLI: IL VUOTO DELA SUA PERDITA NELLE ISTITUZIONI

Testimone ed esempio di integrità morale e gentilezza inclusiva, rigore e fermezza, il Presidente del Parlamento Europeo, Davide Sassoli, lascia un vuoro che sgomenta e inquieta in un momento cruciale della politica europea e nell'imminenza in Italia della elezione di un nuovo Presidente della Repubblica.
QUEL GENTILE SORRISO---------------------------------- Le notizie sui social corrono in tempo reale a velocità incredibile. Credo di essere stato uno dei primi a sapere, giorni fa, quando la notizia non era stata ancora diffusa dai media tradizionali, della morte del Presidente del Parlamento Europeo, Davide Sassoli. Un senso di sgomento e di vuoto mi hanno accompagnato tutto il giorno. Mi sono chiesto cosa in particolare abbia determinato questa sensazione di sgomento: non solo la morte improvvisa e per certi aspetti misteriosa, al punto da dare adito anche a miserabili speculazioni, ha pesato l’inquetudine verso l’incertezza politica che aleggia rispetto all’Europa e al nostro Paese, che nell’ immediato dovrà eleggere un nuovo Presidente della Repubblica e poi a seguire pensare un ricambio di governo. A rendere irreparabile la perdita di un uomo politico integerrimo, gentile ma rigoroso e fermo nei principi imprescindibili, contribuisce la ferocia di questo nostro tempo così avaro di gentilezza, di volti sorridenti e inclusivi, di integrità morale. Non c’è da meravigliarsi quindi della generale ondata di commozione e partecipazione che ha accompagnato Davide Sassoli fino all’ultimo saluto pubblico di oggi, con i funerali di Stato. Resterà scolpito nella mente e nelle attese quel sorriso gentile. Antonio Miredi

lunedì 3 gennaio 2022

LA CULTURA IN NOME DELLA BELLEZZA

Piero Maranghi, Direttore di CLASSICA HD e lo storico Leonardo Piccinini, con un programma e un libro rendono omaggio alla Bellezza, attraverso i mille spunti e le divagazioni che ci offrono gli anniversari di un almanacco giornaliero.
ATTENTI A QUESTI DUE__________________________- di Antonio Miredi ------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------ E' ancora nelle orecchie di molti italiani l'accattivante motivo musicale, un rondeau in stile rinascimentale, Chanson balladée divenuta sigla di ALMANACCO DEL GIORNO DOPO, la rubrica giornaliera delle rete nazionale della Rai che faceva da traino al telegiornale, con appuntamento quasi continuo dal 1976 al 1992. L'Almanacco aveva una scaletta di brevi diversificate rubriche che facevano da cornice al contenuto centrale del programma, che iniziava dal Santo del giorno per poi concentrasi su un anniversario riguardo a fatti o a persone, con filmati storici o di archivio televisivo. Non scherza neanche, in quanto a efficacia sonora, la sigla che apre l'attuale appuntamento quasi giornaliero dedicato agli anniversari che va in onda su CLASSICA HD (Canale 136), ALMANAZZO DI BELLEZZA, con la cura e la presenza di Piero Maranghi e Leonardo Piccinini. Sulle note irresistibili del tema di Persuaders, la vecchia serie televisiva “Atteni a quei due”, l'Almanacco targato Sky, rispetto alla formula Rai, ha una sua connotazione del tutto nuova e originale, tanto da meritarsi un intervento sul Corriere della Sera del critico televisivo più illustre, Aldo Grasso, col perentorio titolo “Almanacco di Bellezza, il programma più snob della nostra tv”. In realtà, nessuna pretenziosità, piuttosto un clima di cordiale complicità culturale, colta leggerezza, sana ironia e imprevedibile umoristica improvvisazione di battute col fiocco di godibilissime erudite citazioni. Lo snobismo citato da Grasso, consiste anche in tutto questo. Un anniversario, un fatto, un protagonista del giorno non sono presentati con fredda distaccata attenzione memorialistica, diventano invece occasione e pretesto per rimandi, libere divagazioni, collegamenti curiosi, nell'esaltazione di una comune passione per la Cultura, in tutte le sue forme espressive di linguaggio. Una cultura capace di farsi ed essere vivida Bellezza. Giusto a ridosso di un nuovo anno, col suo calendario ricco di giorni da riempire con nuove emozioni, ecco la formula indovinata del programma presentarsi come interessante novità editoriale, una vera strenna editoriale da regalare o regalarsi. Stesso titolo e stessa formula ma con la novità di un oggetto non ripetitivo e scontato, impreziosito dalle seducenti illustrazioni dell'artista Giuseppe Ragazzini. Illustrazioni che accompagnano in modo vivace gli spunti, per una continua voglia di approfondimento o scoperta, verso la Letteratura, la Musica, il Cinema, una Opera d'Arte, un Museo, lungo il filo della Memoria. Una idea di Bellezza ben lontana dalla imperante volgarità massificata e consumistica, vuota e sterile perché senza più il gusto del capriccio non produttivo e della consapevole interiore attenzione. Gli spunti, al contrario, qui si prestano ad essere anche veri link per una navigazione, per un ipertesto mentale, fisico, geografico.__________________ Antonio Miredi ____________________________________ Piero Maranghi, Leonardo Piccinini Almanazzo di Belelzza. Divagazioni quotidiane e curiosità dal calendario Rizzoli, 2021

domenica 4 luglio 2021

UNA CANZONE PER RENDERE OMAGGIO A DALIDA E A MONTMARTRE.

Intervista al nipote di Dalida, Luigi Gigliotti e alla coppia canora Les amoureux du Sacré-Cœur , interpreti della canzone “Dali Dalida” Un doppio omaggio, a un luogo e a una cantante che appartengono al mito.
François Deblaye e Sandy LR sono una coppia francese nella vita privata e nella canzone. Un incontro favorito dall'amore per un luogo pieno di fascino e magia, caro agli artisti, la collina di Montmartre che sovrasta Parigi. Un amore che trova suggello nel nome della coppia, Les amoureux du Sacré-Cœur. Un omaggio che ha trovato occasione di vivere un altro omaggio, quello verso Dalida, che in rue d'Orchampt, nel cuore di Montmartre, aveva trovato il suo nido d'amore verso la Francia e il mondo della canzone. “Dali Dalida” è una canzone che vede protagonista anche Luigi Gigliotti, il nipote di Dalida che con questo suo contributo crea le premesse per continuare a portare avanti una memoria artistica tenuta fortemente viva dal fratello produttore, Bruno Gigliotti, in arte Orlando.
(In foto Luigi Gigliotti con Bruno Gigliotti in arte Orlando) ---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- INTERVISTA --------------------------------------------- -->Come è nato l'incontro con la coppia artistica e canora di “Les amours du Sacrè.Couer” formata da Francois Deblay e Sandy LR.? ----------------------------------- Luigi Gigliotti: “Il mio incontro con il duo François e Sandy è stato favorito dal fatto che sono anche dei miei amici già da tempo. François si occupava della stampa per il Cabarét Michou, noto locale di Parigi famoso per i suoi numeri di trasformisti. Sono legato a François e Sandy anche perché sono due persone deliziose: lui sempre pronto a farsi coinvolgere in stimolanti progetti e lei sempre fresca e carica di energia briosa. E con una grande bella voglia di vivere. Quando François e Sandy hanno voluto fare un loro disco, ho suggerito in un primo tempo di riprendere una canzone di mia zia DALIDA. Poi invece si è pensato che a intervenire ci fosse il talento di una figura che ha prodotto diverse canzoni per “Les amoureux du Sacré-Cœur”, Alain Turban, musicista che una trentina di anni fa ha avuto i suoi grandi momenti di successo. Turban ha dato l'idea di una canzone inedita che fosse anche un omaggio a Dalida, avendola in passato incontrata in diverse tournée. Una persona di vero talento, sempre piena di idee e anche grande ammiratore di DALIDA". ---- In questo omaggio a Dalida vi è l'abbraccio di un progetto che ti vede come autore della canzone “Dali Dalida” e come produttore. Pensi che questo lato creativo della tua personalità possa continuare? ------- L.G.: “Riguardo il mio lato creativo come produttore non so se continuerà ma mi piacerebbe organizzare qualche spettacolo, non per forza con Francois e Sandy. Mi piacerebbe, per esempio, organizzare qualche spettacolo a Serrastretta. Luogo di origine della famiglia Gigliotti in Calabria, con artisti che conosco per rendere omaggio alle radici italiane di Dalida. Un modo anche per rivedere e abbracciare tutte le persone dell'Associazione intitolata a mia zia e che a Serrastretta mi hanno accolto con grande affetto, creando un solido legame di amicizia. Come autore la mia è stata un’idea sviluppata solo un po’ da me e molto da Alain Turban.”-------- -Dalida ha vissuto sulla collina di Montmartre, cuore artistico di Parigi, fin quasi dal suo arrivo dall'Egitto, sulle orme di un destino che l'ha resa un mito internazionale. Ricordi qualche episodio in cui Dalida ha conservato un particolare legame con questo luogo così particolare di Parigi? L.G.: "Mia zia Dalida era molto legata a Montmartre, al punto che tutta la famiglia fu chiamata a vivere in questo luogo di Parigi. Mio padre, mio zio, la nonna. Graziano aveva qui il suo famoso ristorante: Le Moulin de la Galette, citato nella canzone Dali Dalida. Situato proprio davanti casa di mia zia, in cui abbiamo cenato molto spesso e dove mia zia era la madrina. Dalida è stata anche la madrina del Petit Poulbos de Montmartre, un’Associazione che si è sempre occupata dei bambini del posto, favorendo diverse attività. Mia zia è sempre stata molto amata dagli abitanti della collina di Montmartre, anche oggi la si ricorda con ammirazione. Passeggiando qui a Montmartre significa passare davanti la sua casa, affacciarsi nella piazzetta oggi intitolata a Dalida, dove si erge il suo busto. Un ricordo vivo e sempre presente. Rinverdito continuamente dalle canzoni. -Dalida amava a volte uscire e fare spesa dai commercianti in la rue Des Abbesses, strada vicino casa sua, con negozi di alimentari che amavano riceverla come una semplice cliente , sentendosi onorati della sua presenza in maniera appunto semplice e gentile."--------------- --Con “Mia zia, ma tante” libro di intima memoria scritto con la collaborazione di Stephane Julienne, hai dimostrato che nella famiglia Gigliotti, oltre ad Orlando, il tuo essere nipote sta tenendo viva la fiamma di un omaggio e di un amore rinnovato. ----- L.G.: “Con il mio libro, uscito nel 2009, “ Mia Zia ma tante Dalida”, ho reso un atto d'amore all'artista ma soprattutto alla sorella di mio padre e di mio zio Orlando, a cui sono molto legato e che ha lavorato per la perennità dell’artista e della donna a tal punto da mantenere ancora vivo il mito Dalida, come una leggenda eterna. Cerco anch’io, nel mio piccolo, e con la stessa umiltà che aveva mia zia, di mantenere vivo l'amore della memoria.”
------------------------------ -Quanto il fatto di chiamarti Luigi pensi ti abbia portato inevitabilmente verso questo tuo pieno coinvolgimento, testimoniato anche dalla tua lontana visita alla casa di Luigi Tenco, e ad alcune tue presenze a Serrastretta, dove in estate si vivono eventi attorno al mito Dalida, curati dall'Associazione Dalida. L.G.“Mia zia Dalida aveva voluto che io mi chiamassi Luigi in omaggio a Luigi Tenco, cantautore che apprezzo moltissimo e a cui mi sento legato. Un affetto che mi lega anche alla famiglia di Luigi Tenco, da me incontrata e conosciuta in un mio privato viaggio alla loro casa. Luigi Tenco finalmente oggi vede riconosciuta quella grandezza che all'epoca non ha goduto e che Dalida invece aveva riconosciuto fin dal loro primo incontro. Vorrei concludere questa intervista ricordando ancora Serrastretta che cura diversi eventi in omaggio a Dalida. Eventi che si svolgono nel periodo estivo, curati dall’associazione Dalida, di cui è Presidente Franco Fazio, segretario Angelo Aiello. Un modo per lasciare un saluto e ringraziare loro ed altre care persone conosciute a Serrastretta, il parroco Don Antonio, il sindaco Felice Maria Molinaro. Voglio ringraziare anche l'amico a me caro Antonio Miredi, da sempre in Italia appassionato studioso di Dalida. Per tornare invece a Francois e Sandy, riconosco che hanno fatto una meravigliosa interpretazione di una canzone che rivive un ricordo pieno di vita e di amore Auguro un bel duraturo successo per il duo e per la loro canzone “Dali Dalida”---- -----------------------
(Foro private scatatte a Serrastretta insieme al Sindaco, il parroco, il Segretario dell'associazione Dalida ) INTERVISTA A SANDY E FRANCOIS------------------------------------------------------------------------------------------------- ----- “Les Amoureux du Sacré-Cœur” testimonia nel nome un amore incondizionato per un luogo mitico di Parigi, la collina di Monmartre, e l'incontro di due persone che sono oggi anche due voci canore. E con una canzone che inneggia a Dalida trovano l'occasione di avere una eco anche fuori la Francia------------- Sandy: “E' stata una grande emozione ricordare con la canzone un luogo e una cantante che fa parte del patrimonio musicale francese ed internazionale. Ancora oggi tutte le generazioni, dai più anziani fino ai giovanissimi, ascoltano, cantano, ballano e amano Dalida e le sue canzoni” Francois: “Si emozionati e toccati di poter interpretare questa canzone in omaggio a Dalida e che parla di Montmartre che è come un villaggio unico in una grande metropoli come Parigi. Dalida è ormai un nome e una tappa indissolubilmente legati a questa collina. Turisti o ammiratori di Dalida lasciano sulla statua della Piazza Dalida dei piccoli mazzi di fiori, dimostrando così una passione ancora molto viva" Sandy: Speriamo che questa canzone “Dalì Dalida” che fa parte del nostro Album, ci faccia conoscere ancora di più, visto che questa canzone viene molto apprezzata della gente che l'ascolta e che da un po’ di settimane inizia ad avere sempre più frequenti passaggi nelle radio.” Francois: “E' stato girato anche un videoclip della canzone, la cui uscita è prevista per luglio". - Avete in mente poter venire anche a cantare in Italia, Paese con nel cuore Dalida e Parigi? --- Francois e Sandy: “Saremmo onorati se arrivasse una eventuale possibilità di cantare in Italia” ( a cura della Redazione di AM_ART )
(in foto il busto di Dalida in Piazzetta Dalida a Momtmartre)

martedì 12 gennaio 2021

INTERVISTA ALL'ARTISTA LORENZO MARIA BOTTARI

Un nuovo calendario con i segni dello Zodiaco dell'artista Lorenzo Maria Bottari, occasione per una intervista.
Ormai un rito annuale quello d’iniziare un anno nuovo con un calendario illustrato con tue opere e corredato con poesie, come quelle del poeta Quasimodo, o altri brevi testi. Quando è cominciata questa bella iniziativa artistica che fa debordare l’arte dandole una occasione decisamente pop, e come è partita inizialmente? Come ogni cosa nella mia vita c’è sempre un precedente, come i sogni nel cassetto che ogni tanto si concretizzano, collante che mette insieme i cocci. È da anni che tutto ciò, quasi per caso, è incominciato in Svizzera, a Berna, con Adriano Tallarini, proprietario o conduttore di diversi ristorante nella capitale. Adriano Tallarini mi fu presentato, cosa strana da un puro svizzero, da Max Mader, gallerista che aveva organizzato diverse mostre a Berna in Svizzera. Ritornando a Adriano Tallarini, m’invito ad inaugurare un suo nuovo ristorante con una mia mostra che ebbe un grande successo, non solo nell’ambiente svizzero tedesco ma anche italiano, infatti sia l’Ambasciata che il Consolato italiano spesso hanno voluto partecipare ai miei eventi. Nacque così l'idea di preparare una iniziativa artistica per il Natale e fine d’anno nel 1994/95 realizzando piccoli calendari da tavolo che annualmente mi venivano richiesti. Nel 2018 Alessandro Quasimodo, il figlio attore del grande poeta, intervenne nel progettare una mia mostra al Museo casa natale Salvatore Quasimodo, a Modica e al Parco letterario di Roccalumera. Così oltre un piccolo catalogo formato tascabile, io presentai anche la sorpresa del calendario con le poesie del Premio Nobel e i miei dipinti che interpretano le poesie, d’altronde erano tutti dipinti esposti alla mostra del 2001, centenario della nascita del Premio Nobel, proprio a Modica. Dopo i tanti calendari da tavolo, ho realizzato anche da muro quello del 2021 e la cosa, inutile dirlo, ha avuto un enorme successo.
Domanda inevitabile di questi tempi. Come vive un artista girovago e sempre in movimento per inaugurare mostre in lungo e largo in Italia, da Nord a Sud, e oltre le Alpi, l’isolamento a cui ci costringe l’epidemia che ha travolto il nostro pianeta? Si, nel 2020 avevo in programma 5 mie mostre, proprio dal Nord al Sud d’Italia, ma non sono riuscito a realizzarne neanche una; Ero persino in dubbio se realizzare o meno altri nuovi calendari; invece ho voluto reagire nonostante i margini di spostamento più ristretti. Per quest'anno un mio amico, Luca Sartini, astrologo, ha scritto un libro sullo Zodiaco e mi ha chiesto, conoscendomi da 30 anni, se poteva usare i segni dello Zodiaco da me realizzati tra il 1991 e il 1992 per una mia mostra con la nota fotografa, belga, Astrid, al Multiart, associazione culturale a Milano. È stata un’opportunità nuova creare un calendario con segni zodiacali e aforismi. L'isolamento porta anche verso la depressione, per questo l'antidoto più salutare è reagire creativamente! E devo ammettere che è stato lusinghiero il successo dei calendari richiesti da ogni parte d’Italia e anche dall’estero. Grazie anche ad alcuni fedeli sponsor e la collaborazione di chi ha voluto i calendari son riuscito quasi a coprire le spese, ma in compenso il tempo mi è volato visto che anche per spedirli c’è voluto tanto impegno e lavoro. Voglio precisare che noi nell’ambiente dell’Arte e della cultura in generale, Cinema, Teatri, Gallerie, Musei, viviamo in maniera pesante le chiusure; attualmente io ho due mostre bloccate, al Museo di Modica e al Museo Storico Archeologico di Nola in Campania. Cosa ti aspetti da questo 2021? Per ora preferisco non fare progetti grandiosi. Si vive quasi alla giornata sperando che si arrivi al vaccino per tutti. E usando il titolo di una fortunata serie televisiva “E che Dio ci aiuti”
Hai già pensato al calendario 2022? Si, già diversi amici si son prenotati a dare una collaborazione per il prossimo calendario e per scaramanzia non voglio anticipare modalità e temi. Intendo comunque tenere stretto il fanciullino che è dentro di me e far rivivere qualche favola che fin dai tempi della mia infanzia ho saputo custodire per alimentare quel fuoco creativo che sostiene da sempre la mia arte, come hanno riconosciuto molti critici, capace di abbracciare tutto e debordare nella vita.
Intervista a cura di Antonio Miredi Per contattare l'artista Lorenzo Maria Bottari tramite il suo profilo Facebook: https://www.facebook.com/lmbottari