domenica 27 marzo 2022

IL CINEMA AL CINEMA: BELFAST

Kenneth Branagh confeziona in maniera impeccabile il suo nostalgico amarcod nell'incanto della infanzia poco propensa a cogliere il dramma sociale di una guerra civile fra protestanti e cattolici nell'Irlanda del Nor verso la fine degli anni sessanta. Un atto d'amore rivissuto nella calligrafica nitidezza di un bianco e nero che accontenta gli occhi in maniera statica.
FOTOGRAMMI CON GLI OCCHI INCANTATI DI UN BAMBINO ------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Belfast 1969. In un quartiere periferico della città dove tutti si conoscono, bambini e ragazzi giocano per strada. Improvviso, l'urto di un gruppo violento irrompe nel quartiere, saccheggiando vetrine, finestre, facendo esplodere un'auto in sosta, e rompe l'idillio ricordandoci che siamo negli anni in cui esplode la guerra civile nell'Irlanda del Nord fra la comunità cattolica e quella protestante. Il dramma sociale di questa violenza che porta morte e distruzione non viene però messo a fuoco. Il film preferisce rimanere nella tenerezza di una famiglia di operai vissuta soprattutto con gli occhi spesso incantati del piccolo Buddy, nonostante la precarietà economica, l'andirivieni fra l'isola e il continente per ragioni di lavoro, il rischio della violenza in cui tutti sono esposti. Restare o partire, è questo il dilemma che la famiglia si trova ad affrontare . Il piccolo Buddy vuole restare perché qui ha modo di parlare in complicità col nonno, continuare a giocare per strada, vedere dalla finestra la sua compagna di classe anche se lei è cattolica e lui protestante.( Un tocco di politically correct ci sta sempre bene) Kenneth Branagh confeziona in maniera impeccabile il suo nostalgico amarcod ( Il regista è nato a Belfast nel 1960 quindi nel 1969 aveva 9 anni come Buddy, il piccolo protagonista della storia)
La fedeltà all'incanto che nella infanzia potevano dare il cinema e il teatro, la colonna sonora che riporta e ci trascina in quegli anni non facili eppure carichi di cose da fare e da vedere, e la bella nitidezza da fotogramma che il bianco e nero ci offre, concorrono per essere un sentito e vissuto atto d'amore, anche verso la terra in cui alcuni restano e altri lasciano. il rischio è che l'emozione alla fine risulta raggelata da tutte questa studiata estetica-estatica rappresentazione di una stagione vissuta in maniera incantata. Un film col carisma per piacere al grande pubblico, grazie anche alla maniera con cui il fanciullo gioca il suo ruolo, e pronto a imporsi nel rito delle premiazioni ufficiali, per le sue indubbie qualità visive e quel benefico abbandono alla nostalgia giovanile, così presente in tanti film oggi di successo. Antonio Miredi

domenica 20 marzo 2022

IL CINEMA AL CINEMA: LICORICE PIZZA

Paul Thomas Anderson, il regista del sofisticato e impeccabile “Il filo nascosto” torna alla regia con una vitale leggera commedia, tuffandosi nella nostalgica vallata californiana primi anni settanta, con la sua indimenticabile colonna sonora.
CHE (RIN) CORSA L'AMORE ----------------------------------------------------------- Se si hanno dei dubbi riguardo all’amare, basta, nel peso dell’assenza, verificare quanto si è disposti a correre o rincorrere per l’incontro. Gary Valentine (Cooper Hoffman) è un quindicenne grassottello e brufoloso, un po’ sbruffone ma abbastanza sicuro di sé, attore carismatico in una compagnia di ragazzi, con uno spiccato senso imprenditoriale degli affari. Alana Kane (Alana Haim) ha ben dieci anni di più, insoddisfatta e in cerca di un suo preciso posto nel mondo, non particolarmente bella ma capace di trasmettere una sua naturale attrazione. Nel momento in cui Gary ha modo di vederla, durante le liceali foto di gruppo, dove Alana lavora come aiuto fotografo, è già convinto che quella giovane donna sarà sua moglie. Anche se da subito Alana lo prende in giro, gli ricorda quanto sia un moccioso ragazzino per niente fico. Eppure tra i due, un po’ necessità, un po’ per la caparbia insistenza di lui e la voglia di Alana di uscire da una sorta di gabbia, si stabilisce una strana e insolita intesa di coppia senza essere coppia. Attorno a questa coppia stramba e libera, il regista realizza una commedia leggera e tutta giocata sul giro vorticoso di una estate americana primi anni settanta, nella familiare vallata di Los Angeles, con personaggi di adulti tratteggiati in modo caricaturale e sempre sopra le righe. Un modo anche per mettere in piena luce solo questa insolita coppia, intraprendente e tutta pronta a vivere il momento in cui si ritrova a recitare una parte, anche nella più disarmante ordinarietà e insignificanza fisica.
E poco importa se poi la storia precipita in un microcosmo della Valley che appare nel sobborgo di Los Angelesdi San Fernando persino provinciale, con episodi folli e stravaganti, sfilacciati e ridotti a frammenti di memoria. In questo vortice senza una precisa narrazione la coppia continua a giocare il reciproco avvicinarsi e allontanarsi, in un continuo tira e molla ricco di piccole gelosie e piccole rivalità, spesso con un rovesciamento di ruoli. A volte è lui a sembrare più maturo e capace di prendere una nuova iniziativa di successo, altre volte è lei a prendere il controllo e far in modo di uscire da situazioni pericolose, come quando si ritrova a guidare un grosso camion a secco di benzina, (una delle scene più interessanti) giù per la collina californiana. I veri infantili alla fine sono solo gli adulti, tutti accomunati nel loro poter offrire spunti di riflessione ma senza un approfondimento. E anche per i due giovanissimi protagonisti, bravi e sempre credibili nella loro naturalezza, nessuna introspezione, nessuno scavo psicologico. Solo la forza di una vitalità capace di amalgamarsi alla perfezione dentro la stagione di quel preciso 1973, ricreato magnificamente, al punto da farci sentire estranei rispetto a un tempo passato che già ci appare lontano nonostante la sua magnifica indimenticabile colonna sonora, con canzoni anni sessanta e quelle dell'anno in cui la vicenda si colloca. Per Paul Thomas Anderson, regista del precedente sofisticato e impeccabile “Il filo nascosto”, la trama è anche, se non soprattutto in questo ultimo film, materia, tessuto. Il tessuto cinematografico ha una sua tale rilevanza linguistica da poter far a meno di una scorrevole intelligibilità narrativa. Per arrivare al significato del titolo del film bisogna risalire alla autobiografia del regista per sapere che Licorice Pizza era una famosa catena di negozi di vinili che in quegli anni erano meta quasi religiosa di tanti giovani americani assetati di libertà e musica. Musica, con la nostalgia vintage verso gli Album a 33 giri simili a pizze di liquirizia, e vortice di giovinezza restano di sicuro grandi pregi ma non bastano per rendere un film un capolavoro: molti spunti non volutamente messi a fuoco, se non difetti, appaiono un limite. La sottile e sotto traccia disamina a una società americana sempre in cerca di se stessa tra sogno e cinismo, indulgente e pronta ad auto assolversi, se c'è è talmente irriconoscibile da non venire percepita nemmeno dai tanti entusiastici giudizi riconducibili alla gioiosa e vitale estetica formalistica. Troppo poco, se non si vuole lasciarsi andare solo al tuffo di una corsa, salutare ma nostalgicamente vacua, in questo nostro tempo di orrore. Antonio Miredi

sabato 12 marzo 2022

UN COLPO DI FULMINE LA JAGUAR NERA DI DIABOLIK

Intervista esclusiva al manager proprietario della iconica Jaguar E-Type del 1962, auto di un mito del fumetto, Diabolik.
Quando nel 1961, al Salone di Ginevra, fu presentata per la prima volta la Jaguar E-Type, immediata fu la consapevolezza di trovarsi davanti a un capolavoro di perfezione estetica e meccanica. Linea di eleganza sinuosa protesa in avanti, potenza di velocità e prestazioni in grado di non sfigurare e persino superare quelle di altre auto oggetto di desiderio come la Ferrari, la Meserati, la Aston Martin. La Jaguar non poteva non essere l'auto di Diabolik, inafferrabile criminale a suo modo fascinoso, entrato nella storia del mito del fumetto grazie alla genialità creativa di due donne, le sorelle Giussani. Ad unire Diabolik e la Jaguar è anche il comune anniversario di esordio, sessanta anni dalla loro apparizione della scena, nella realtà e nell'immaginario. A Torino, in occasione dell'ultimo film su Diabolik dei Manetti Bros, interpretato da Luca Marinelli insieme a Cinzia Leoni (Eva Kant) e Valerio Mastrandrea ( l'ispettore Ginko), due mostre in contemporanea da poco conclusasi. Al Museo del Cinema alla Mole Antonelliana sul mito del Fumetto dell'antieroe per eccellenza, in calzamaglia nera, mito capace di investire diversi linguaggi, aspetti e forme di espressione, e quella del Museo Nazionale dell'Automobile. Vero colpo grosso al Museo dell'Automobile di Torino si è rivelata la presenza di una strepitosa Jaguar E-Type del 1962, esattamente come quella di Dibolik, proveniente da una collezione privata. All'inaugurazione della Mostra, nel dicembre scorso, era presente, accompagnato dalla moglie, il proprietario della Jaguar, un manager che vive in una amena cittadina marchigiana, che ha permesso questa esclusiva intervista. Naturalmente per ragioni di riservatezza, non viene elencato il suo nome.
Domanda: Come è nata questa passione collezionistica che l'ha portata a realizzare uno dei sogni esclusivi degli italiani, possedere una Jaguar come quella di Diabolik? Risposta: Sono un lettore del fumetto del Re del Terrore dall'età adolescenziale: Un giorno uscendo di casa mi capitò di vedere davanti agli occhi proprio una Jaguar E-Type color verde british. Un'apparizione, un vero colpo di fulmine. Non credevo prima che questa auto esistesse nella realtà, pensavo appartenesse solo al mondo della immaginazione. Ho creduto persino che anche Diabolik potesse essere in carne ed ossa nei paraggi. L'auto apparteneva a un commerciante collezionista, mio vicino di casa. La casa di produzione del fumetto di Diabolik, l'Astorina, all'inizio non ha potuto inserire il nome Jaguar accanto a Diabolik, per il rifiuto della casa di produzione dell'auto che non voleva una propria vettura associata a un criminale. Poi quando è arrivato il successo, naturalmente il nome è stato inserito, anche se l'auto appariva già nel primo numero del fumetto. Ed è stato questo vicino di casa che poi mi ha aiutato a comprare la Jaguar nera coupè, prima serie del 1962, vista da un meccanico nei pressi di Roma, dopo diverse traversie che formano un'altra storia da raccontare. Domanda: Si tratta di un'auto particolare non adatta a un uso familiare frequente. Un oggetto esclusivo di desiderio non del tutto consumabile. Risposta: Si, è così. Mia moglie ha subito definito l'auto uno dei miei giocattoli, di certo il più esclusivo. In effetti la uso raramente, solo per la normate periodica manutenzione e cerco di evitare di passare per le città. Considero questa auto come una vera opera d'arte, capace di essere esposta come un quadro in un salotto per l'ammirazione e il piacere di essere guardata. DOMANDA: C'è come una complice affinità fra Diabolik e la sua auto. Lo scatto fulmineo e felino, una forza morbida di coraggio e forma sinuosa. Risposta: Non a caso l'auto è una Jaguar. La storia della scelta del nome viene del resto raccontata in un numero del fumetto. Diabolik è l'unico sopravvissuto di un naufragio marittimo. Alcuni criminali nascosti in un'isola, decidono di allevarlo e così viene cresciuto per essere un vero malfattore, fino a stringere un patto con King, il capo banda. Quando però quest'ultimo uccide una pantera, animale che tanto l'aveva affascinato, Diabolik lo uccide e deruba gli altri criminali dell'isola, da dove fugge divenendo un vero esperto grazie anche a tecniche sofisticate apprese grazie a un certo Romin. Fino poi ad imbattersi in Dorian, il possessore della Jaguar di color nero che Diabolik, eliminato anche lui, farà sua. DOMANDA: Ha visto il film appena uscito su Diabolik, cosa ne pensa? RISPOSTA: Il film è ben fatto ma mi è sembrato anche staticamente freddo,con poca azione DOMANDA: Cosa l'affascina soprattutto del personaggio Diabolik Risposta: La sfida. Diabolik deve continuamente superare prove che presentano sempre più nuovi e difficili ostacoli. E lo fa con l'ingegno, il coraggio, la forza e anche l'astuzia e la capacità di usare le sue mille maschere. Domanda: La sfida è un tratto anche della sua psicologia Risposta: Si, totalmente. Anche nel lavoro bisogna avere sempre una sfida, continui stimoli. DOMANDA: Riuscire a realizzare un sogno, come ha fatto lei, è anche un altro modo di porsi una sfida. Un sogno tutto suo, all'inizio, che non è stato subito condiviso da sua moglie. RISPOSTA: Si, all'inizio mia moglie non è sembrata tanto entusiasta. In una decina di anni sarà salita in auto solo due volte. Quando però l'ha potuta ammirare a Torino il giorno della inaugurazione, tutta illuminata, anche lei, presa dalla emozione, si è sentita orgogliosa. La moglie, Anna, presenza rassicurante, conferma, sollecitata ad intervenire a conclusione della intervista.. RISPOSTA: “ A Torino l'auto è sembrata nel suo splendore di oggetto esteticamente bello. Non sono particolarmente interessata a Diabolik come personaggio di fumetto, ma la bellezza fa parte della nostra vita. Accanto al valore della speranza. In un momento così difficile, come quello che stiamo attualmente vivendo, con tre figli giovani, mi viene solo da pensare alla speranza che non deve mai mancare nella nostra vita” (A cura di Antonio Miredi)

mercoledì 23 febbraio 2022

PIRANDELLIANAMENTE TAVIANI

Paolo Taviani torna a Pirandello con un film spiazzante in due parti, in un doppio omaggio al fratello Vittorio recentemente mancato e alla poetica pirandelliana della vita rappresentata
Come raccontare un film non “raccontabile”? Partendo da Pirandello, e da un suo aforisma: “Chi vive, quando vive, non si vede: vive. Se uno può vedere la propria vita, è segno che non la sta vivendo più: la subisce, la trascina.” Pirandello non potendola “vivere” immagina la sua morte scrivendone le ultime disposizioni testamentarie. Un funerale senza solennità, nella nudità di una cassa di legno per poi incenerire il corpo e poterle infine depositare nella pietra viva della campagna della nativa Agrigento. Disposizioni spiazzanti per un film spiazzante che parte propria da questo funerale non funerale, al suo tormentato viaggio nel tempo, con tutto il fastidio e la cura verso la morte di un corpo e un autore disturbante per l'Italia fascista e posfascista. Taviani torna a Pirandello ma senza questa volta il fratello Vittorio, scomparso da poco. Un film omaggio a questo fratello con cui il film era maturato già subito dopo Kaos, un fratello la cui assenza è presente nel senso della morte e di un lutto da elaborare, e un omaggio allo stesso Pirandello la cui vita è stata solo e sempre Teatro, al punto da sentirsi persino al momento della premiazione del Nobel a Stoccolma come uomo profondamente solo e triste. Un film in due parti spiazzante non unitario ma non separabile, in un bianco e nero, con spezzoni di cinema del neorealismo, e l'altra di un colore trafiggente come un chiodo. E “Il chiodo” è il titolo dell'ultima novella scritta da Pirandello, pochi mesi prima di morire. Un funerale grottesco e la storia di un bambino costretto a lasciare la sua terra per l'America, sradicato e senza la capacità di un recupero di memoria di senso sacrale della vita che ha bisogno sempre di continuità, se non solo attraverso la morte del suo stesso futuro, affidato solo al gesto pietoso di una fedeltà vissuta come espiazione davanti a un cippo funerario. Tutto nella circolarità pirandelliana di verità e finzione, assurdità e mistero. Inutile pirandellianamente cercare un senso attraverso la novella che dà il titolo al film, Eleonora addio, del tutto assente come storia. Una grande prova registica per Paolo Taviani, quasi un personale testamento, e nella parte con protagonisti i bambini, forse un apologo per il nostro tempo, orfano di un futuro incapace di essere pensato se non attraverso il senso di una morte sempre presente. Antonio Miredi

sabato 15 gennaio 2022

DAVIDE SASSOLI: IL VUOTO DELA SUA PERDITA NELLE ISTITUZIONI

Testimone ed esempio di integrità morale e gentilezza inclusiva, rigore e fermezza, il Presidente del Parlamento Europeo, Davide Sassoli, lascia un vuoro che sgomenta e inquieta in un momento cruciale della politica europea e nell'imminenza in Italia della elezione di un nuovo Presidente della Repubblica.
QUEL GENTILE SORRISO---------------------------------- Le notizie sui social corrono in tempo reale a velocità incredibile. Credo di essere stato uno dei primi a sapere, giorni fa, quando la notizia non era stata ancora diffusa dai media tradizionali, della morte del Presidente del Parlamento Europeo, Davide Sassoli. Un senso di sgomento e di vuoto mi hanno accompagnato tutto il giorno. Mi sono chiesto cosa in particolare abbia determinato questa sensazione di sgomento: non solo la morte improvvisa e per certi aspetti misteriosa, al punto da dare adito anche a miserabili speculazioni, ha pesato l’inquetudine verso l’incertezza politica che aleggia rispetto all’Europa e al nostro Paese, che nell’ immediato dovrà eleggere un nuovo Presidente della Repubblica e poi a seguire pensare un ricambio di governo. A rendere irreparabile la perdita di un uomo politico integerrimo, gentile ma rigoroso e fermo nei principi imprescindibili, contribuisce la ferocia di questo nostro tempo così avaro di gentilezza, di volti sorridenti e inclusivi, di integrità morale. Non c’è da meravigliarsi quindi della generale ondata di commozione e partecipazione che ha accompagnato Davide Sassoli fino all’ultimo saluto pubblico di oggi, con i funerali di Stato. Resterà scolpito nella mente e nelle attese quel sorriso gentile. Antonio Miredi

lunedì 3 gennaio 2022

LA CULTURA IN NOME DELLA BELLEZZA

Piero Maranghi, Direttore di CLASSICA HD e lo storico Leonardo Piccinini, con un programma e un libro rendono omaggio alla Bellezza, attraverso i mille spunti e le divagazioni che ci offrono gli anniversari di un almanacco giornaliero.
ATTENTI A QUESTI DUE__________________________- di Antonio Miredi ------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------ E' ancora nelle orecchie di molti italiani l'accattivante motivo musicale, un rondeau in stile rinascimentale, Chanson balladée divenuta sigla di ALMANACCO DEL GIORNO DOPO, la rubrica giornaliera delle rete nazionale della Rai che faceva da traino al telegiornale, con appuntamento quasi continuo dal 1976 al 1992. L'Almanacco aveva una scaletta di brevi diversificate rubriche che facevano da cornice al contenuto centrale del programma, che iniziava dal Santo del giorno per poi concentrasi su un anniversario riguardo a fatti o a persone, con filmati storici o di archivio televisivo. Non scherza neanche, in quanto a efficacia sonora, la sigla che apre l'attuale appuntamento quasi giornaliero dedicato agli anniversari che va in onda su CLASSICA HD (Canale 136), ALMANAZZO DI BELLEZZA, con la cura e la presenza di Piero Maranghi e Leonardo Piccinini. Sulle note irresistibili del tema di Persuaders, la vecchia serie televisiva “Atteni a quei due”, l'Almanacco targato Sky, rispetto alla formula Rai, ha una sua connotazione del tutto nuova e originale, tanto da meritarsi un intervento sul Corriere della Sera del critico televisivo più illustre, Aldo Grasso, col perentorio titolo “Almanacco di Bellezza, il programma più snob della nostra tv”. In realtà, nessuna pretenziosità, piuttosto un clima di cordiale complicità culturale, colta leggerezza, sana ironia e imprevedibile umoristica improvvisazione di battute col fiocco di godibilissime erudite citazioni. Lo snobismo citato da Grasso, consiste anche in tutto questo. Un anniversario, un fatto, un protagonista del giorno non sono presentati con fredda distaccata attenzione memorialistica, diventano invece occasione e pretesto per rimandi, libere divagazioni, collegamenti curiosi, nell'esaltazione di una comune passione per la Cultura, in tutte le sue forme espressive di linguaggio. Una cultura capace di farsi ed essere vivida Bellezza. Giusto a ridosso di un nuovo anno, col suo calendario ricco di giorni da riempire con nuove emozioni, ecco la formula indovinata del programma presentarsi come interessante novità editoriale, una vera strenna editoriale da regalare o regalarsi. Stesso titolo e stessa formula ma con la novità di un oggetto non ripetitivo e scontato, impreziosito dalle seducenti illustrazioni dell'artista Giuseppe Ragazzini. Illustrazioni che accompagnano in modo vivace gli spunti, per una continua voglia di approfondimento o scoperta, verso la Letteratura, la Musica, il Cinema, una Opera d'Arte, un Museo, lungo il filo della Memoria. Una idea di Bellezza ben lontana dalla imperante volgarità massificata e consumistica, vuota e sterile perché senza più il gusto del capriccio non produttivo e della consapevole interiore attenzione. Gli spunti, al contrario, qui si prestano ad essere anche veri link per una navigazione, per un ipertesto mentale, fisico, geografico.__________________ Antonio Miredi ____________________________________ Piero Maranghi, Leonardo Piccinini Almanazzo di Belelzza. Divagazioni quotidiane e curiosità dal calendario Rizzoli, 2021

domenica 4 luglio 2021

UNA CANZONE PER RENDERE OMAGGIO A DALIDA E A MONTMARTRE.

Intervista al nipote di Dalida, Luigi Gigliotti e alla coppia canora Les amoureux du Sacré-Cœur , interpreti della canzone “Dali Dalida” Un doppio omaggio, a un luogo e a una cantante che appartengono al mito.
François Deblaye e Sandy LR sono una coppia francese nella vita privata e nella canzone. Un incontro favorito dall'amore per un luogo pieno di fascino e magia, caro agli artisti, la collina di Montmartre che sovrasta Parigi. Un amore che trova suggello nel nome della coppia, Les amoureux du Sacré-Cœur. Un omaggio che ha trovato occasione di vivere un altro omaggio, quello verso Dalida, che in rue d'Orchampt, nel cuore di Montmartre, aveva trovato il suo nido d'amore verso la Francia e il mondo della canzone. “Dali Dalida” è una canzone che vede protagonista anche Luigi Gigliotti, il nipote di Dalida che con questo suo contributo crea le premesse per continuare a portare avanti una memoria artistica tenuta fortemente viva dal fratello produttore, Bruno Gigliotti, in arte Orlando.
(In foto Luigi Gigliotti con Bruno Gigliotti in arte Orlando) ---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- INTERVISTA --------------------------------------------- -->Come è nato l'incontro con la coppia artistica e canora di “Les amours du Sacrè.Couer” formata da Francois Deblay e Sandy LR.? ----------------------------------- Luigi Gigliotti: “Il mio incontro con il duo François e Sandy è stato favorito dal fatto che sono anche dei miei amici già da tempo. François si occupava della stampa per il Cabarét Michou, noto locale di Parigi famoso per i suoi numeri di trasformisti. Sono legato a François e Sandy anche perché sono due persone deliziose: lui sempre pronto a farsi coinvolgere in stimolanti progetti e lei sempre fresca e carica di energia briosa. E con una grande bella voglia di vivere. Quando François e Sandy hanno voluto fare un loro disco, ho suggerito in un primo tempo di riprendere una canzone di mia zia DALIDA. Poi invece si è pensato che a intervenire ci fosse il talento di una figura che ha prodotto diverse canzoni per “Les amoureux du Sacré-Cœur”, Alain Turban, musicista che una trentina di anni fa ha avuto i suoi grandi momenti di successo. Turban ha dato l'idea di una canzone inedita che fosse anche un omaggio a Dalida, avendola in passato incontrata in diverse tournée. Una persona di vero talento, sempre piena di idee e anche grande ammiratore di DALIDA". ---- In questo omaggio a Dalida vi è l'abbraccio di un progetto che ti vede come autore della canzone “Dali Dalida” e come produttore. Pensi che questo lato creativo della tua personalità possa continuare? ------- L.G.: “Riguardo il mio lato creativo come produttore non so se continuerà ma mi piacerebbe organizzare qualche spettacolo, non per forza con Francois e Sandy. Mi piacerebbe, per esempio, organizzare qualche spettacolo a Serrastretta. Luogo di origine della famiglia Gigliotti in Calabria, con artisti che conosco per rendere omaggio alle radici italiane di Dalida. Un modo anche per rivedere e abbracciare tutte le persone dell'Associazione intitolata a mia zia e che a Serrastretta mi hanno accolto con grande affetto, creando un solido legame di amicizia. Come autore la mia è stata un’idea sviluppata solo un po’ da me e molto da Alain Turban.”-------- -Dalida ha vissuto sulla collina di Montmartre, cuore artistico di Parigi, fin quasi dal suo arrivo dall'Egitto, sulle orme di un destino che l'ha resa un mito internazionale. Ricordi qualche episodio in cui Dalida ha conservato un particolare legame con questo luogo così particolare di Parigi? L.G.: "Mia zia Dalida era molto legata a Montmartre, al punto che tutta la famiglia fu chiamata a vivere in questo luogo di Parigi. Mio padre, mio zio, la nonna. Graziano aveva qui il suo famoso ristorante: Le Moulin de la Galette, citato nella canzone Dali Dalida. Situato proprio davanti casa di mia zia, in cui abbiamo cenato molto spesso e dove mia zia era la madrina. Dalida è stata anche la madrina del Petit Poulbos de Montmartre, un’Associazione che si è sempre occupata dei bambini del posto, favorendo diverse attività. Mia zia è sempre stata molto amata dagli abitanti della collina di Montmartre, anche oggi la si ricorda con ammirazione. Passeggiando qui a Montmartre significa passare davanti la sua casa, affacciarsi nella piazzetta oggi intitolata a Dalida, dove si erge il suo busto. Un ricordo vivo e sempre presente. Rinverdito continuamente dalle canzoni. -Dalida amava a volte uscire e fare spesa dai commercianti in la rue Des Abbesses, strada vicino casa sua, con negozi di alimentari che amavano riceverla come una semplice cliente , sentendosi onorati della sua presenza in maniera appunto semplice e gentile."--------------- --Con “Mia zia, ma tante” libro di intima memoria scritto con la collaborazione di Stephane Julienne, hai dimostrato che nella famiglia Gigliotti, oltre ad Orlando, il tuo essere nipote sta tenendo viva la fiamma di un omaggio e di un amore rinnovato. ----- L.G.: “Con il mio libro, uscito nel 2009, “ Mia Zia ma tante Dalida”, ho reso un atto d'amore all'artista ma soprattutto alla sorella di mio padre e di mio zio Orlando, a cui sono molto legato e che ha lavorato per la perennità dell’artista e della donna a tal punto da mantenere ancora vivo il mito Dalida, come una leggenda eterna. Cerco anch’io, nel mio piccolo, e con la stessa umiltà che aveva mia zia, di mantenere vivo l'amore della memoria.”
------------------------------ -Quanto il fatto di chiamarti Luigi pensi ti abbia portato inevitabilmente verso questo tuo pieno coinvolgimento, testimoniato anche dalla tua lontana visita alla casa di Luigi Tenco, e ad alcune tue presenze a Serrastretta, dove in estate si vivono eventi attorno al mito Dalida, curati dall'Associazione Dalida. L.G.“Mia zia Dalida aveva voluto che io mi chiamassi Luigi in omaggio a Luigi Tenco, cantautore che apprezzo moltissimo e a cui mi sento legato. Un affetto che mi lega anche alla famiglia di Luigi Tenco, da me incontrata e conosciuta in un mio privato viaggio alla loro casa. Luigi Tenco finalmente oggi vede riconosciuta quella grandezza che all'epoca non ha goduto e che Dalida invece aveva riconosciuto fin dal loro primo incontro. Vorrei concludere questa intervista ricordando ancora Serrastretta che cura diversi eventi in omaggio a Dalida. Eventi che si svolgono nel periodo estivo, curati dall’associazione Dalida, di cui è Presidente Franco Fazio, segretario Angelo Aiello. Un modo per lasciare un saluto e ringraziare loro ed altre care persone conosciute a Serrastretta, il parroco Don Antonio, il sindaco Felice Maria Molinaro. Voglio ringraziare anche l'amico a me caro Antonio Miredi, da sempre in Italia appassionato studioso di Dalida. Per tornare invece a Francois e Sandy, riconosco che hanno fatto una meravigliosa interpretazione di una canzone che rivive un ricordo pieno di vita e di amore Auguro un bel duraturo successo per il duo e per la loro canzone “Dali Dalida”---- -----------------------
(Foro private scatatte a Serrastretta insieme al Sindaco, il parroco, il Segretario dell'associazione Dalida ) INTERVISTA A SANDY E FRANCOIS------------------------------------------------------------------------------------------------- ----- “Les Amoureux du Sacré-Cœur” testimonia nel nome un amore incondizionato per un luogo mitico di Parigi, la collina di Monmartre, e l'incontro di due persone che sono oggi anche due voci canore. E con una canzone che inneggia a Dalida trovano l'occasione di avere una eco anche fuori la Francia------------- Sandy: “E' stata una grande emozione ricordare con la canzone un luogo e una cantante che fa parte del patrimonio musicale francese ed internazionale. Ancora oggi tutte le generazioni, dai più anziani fino ai giovanissimi, ascoltano, cantano, ballano e amano Dalida e le sue canzoni” Francois: “Si emozionati e toccati di poter interpretare questa canzone in omaggio a Dalida e che parla di Montmartre che è come un villaggio unico in una grande metropoli come Parigi. Dalida è ormai un nome e una tappa indissolubilmente legati a questa collina. Turisti o ammiratori di Dalida lasciano sulla statua della Piazza Dalida dei piccoli mazzi di fiori, dimostrando così una passione ancora molto viva" Sandy: Speriamo che questa canzone “Dalì Dalida” che fa parte del nostro Album, ci faccia conoscere ancora di più, visto che questa canzone viene molto apprezzata della gente che l'ascolta e che da un po’ di settimane inizia ad avere sempre più frequenti passaggi nelle radio.” Francois: “E' stato girato anche un videoclip della canzone, la cui uscita è prevista per luglio". - Avete in mente poter venire anche a cantare in Italia, Paese con nel cuore Dalida e Parigi? --- Francois e Sandy: “Saremmo onorati se arrivasse una eventuale possibilità di cantare in Italia” ( a cura della Redazione di AM_ART )
(in foto il busto di Dalida in Piazzetta Dalida a Momtmartre)

martedì 12 gennaio 2021

INTERVISTA ALL'ARTISTA LORENZO MARIA BOTTARI

Un nuovo calendario con i segni dello Zodiaco dell'artista Lorenzo Maria Bottari, occasione per una intervista.
Ormai un rito annuale quello d’iniziare un anno nuovo con un calendario illustrato con tue opere e corredato con poesie, come quelle del poeta Quasimodo, o altri brevi testi. Quando è cominciata questa bella iniziativa artistica che fa debordare l’arte dandole una occasione decisamente pop, e come è partita inizialmente? Come ogni cosa nella mia vita c’è sempre un precedente, come i sogni nel cassetto che ogni tanto si concretizzano, collante che mette insieme i cocci. È da anni che tutto ciò, quasi per caso, è incominciato in Svizzera, a Berna, con Adriano Tallarini, proprietario o conduttore di diversi ristorante nella capitale. Adriano Tallarini mi fu presentato, cosa strana da un puro svizzero, da Max Mader, gallerista che aveva organizzato diverse mostre a Berna in Svizzera. Ritornando a Adriano Tallarini, m’invito ad inaugurare un suo nuovo ristorante con una mia mostra che ebbe un grande successo, non solo nell’ambiente svizzero tedesco ma anche italiano, infatti sia l’Ambasciata che il Consolato italiano spesso hanno voluto partecipare ai miei eventi. Nacque così l'idea di preparare una iniziativa artistica per il Natale e fine d’anno nel 1994/95 realizzando piccoli calendari da tavolo che annualmente mi venivano richiesti. Nel 2018 Alessandro Quasimodo, il figlio attore del grande poeta, intervenne nel progettare una mia mostra al Museo casa natale Salvatore Quasimodo, a Modica e al Parco letterario di Roccalumera. Così oltre un piccolo catalogo formato tascabile, io presentai anche la sorpresa del calendario con le poesie del Premio Nobel e i miei dipinti che interpretano le poesie, d’altronde erano tutti dipinti esposti alla mostra del 2001, centenario della nascita del Premio Nobel, proprio a Modica. Dopo i tanti calendari da tavolo, ho realizzato anche da muro quello del 2021 e la cosa, inutile dirlo, ha avuto un enorme successo.
Domanda inevitabile di questi tempi. Come vive un artista girovago e sempre in movimento per inaugurare mostre in lungo e largo in Italia, da Nord a Sud, e oltre le Alpi, l’isolamento a cui ci costringe l’epidemia che ha travolto il nostro pianeta? Si, nel 2020 avevo in programma 5 mie mostre, proprio dal Nord al Sud d’Italia, ma non sono riuscito a realizzarne neanche una; Ero persino in dubbio se realizzare o meno altri nuovi calendari; invece ho voluto reagire nonostante i margini di spostamento più ristretti. Per quest'anno un mio amico, Luca Sartini, astrologo, ha scritto un libro sullo Zodiaco e mi ha chiesto, conoscendomi da 30 anni, se poteva usare i segni dello Zodiaco da me realizzati tra il 1991 e il 1992 per una mia mostra con la nota fotografa, belga, Astrid, al Multiart, associazione culturale a Milano. È stata un’opportunità nuova creare un calendario con segni zodiacali e aforismi. L'isolamento porta anche verso la depressione, per questo l'antidoto più salutare è reagire creativamente! E devo ammettere che è stato lusinghiero il successo dei calendari richiesti da ogni parte d’Italia e anche dall’estero. Grazie anche ad alcuni fedeli sponsor e la collaborazione di chi ha voluto i calendari son riuscito quasi a coprire le spese, ma in compenso il tempo mi è volato visto che anche per spedirli c’è voluto tanto impegno e lavoro. Voglio precisare che noi nell’ambiente dell’Arte e della cultura in generale, Cinema, Teatri, Gallerie, Musei, viviamo in maniera pesante le chiusure; attualmente io ho due mostre bloccate, al Museo di Modica e al Museo Storico Archeologico di Nola in Campania. Cosa ti aspetti da questo 2021? Per ora preferisco non fare progetti grandiosi. Si vive quasi alla giornata sperando che si arrivi al vaccino per tutti. E usando il titolo di una fortunata serie televisiva “E che Dio ci aiuti”
Hai già pensato al calendario 2022? Si, già diversi amici si son prenotati a dare una collaborazione per il prossimo calendario e per scaramanzia non voglio anticipare modalità e temi. Intendo comunque tenere stretto il fanciullino che è dentro di me e far rivivere qualche favola che fin dai tempi della mia infanzia ho saputo custodire per alimentare quel fuoco creativo che sostiene da sempre la mia arte, come hanno riconosciuto molti critici, capace di abbracciare tutto e debordare nella vita.
Intervista a cura di Antonio Miredi Per contattare l'artista Lorenzo Maria Bottari tramite il suo profilo Facebook: https://www.facebook.com/lmbottari

lunedì 28 dicembre 2020

CIRCUMNAVIGANDO UN ENIGMA: YUKIO MISHIMA

In occasione dei 50 anni dalla morte del grande scrittore nipponico, Danilo Breschi ripercorre il pensiero e l’azione della multiforme anima di Mishima, con una suggestiva monografia (Luni Editrice) che attraversa il copioso corpus narrativo e saggistico, cercando di decifrarne la coerenza di un enigma.
Testo di Antonio Miredi ------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Per capire meglio la spinta che anima il testo critico di Danilo Breschi, che ruota attorno alla figura di Yukio Mishima, bisogna partire dalla citazione dello scrittore colombiano Nicolas Gomes Davila: *Amare è fare la ronda senza posa intorno all’imprendibilita di un essere” Per quanto il libro sia uscito come novità editoriale in occasione di un tondo anniversario, 50 dalla morte con suicidio rituale alla maniera degli antichi samurai giapponesi, a muoverlo è innanzitutto un omaggio-passione verso uno scrittore a tratti controverso ma fondamentalmente controcorrente e lucidamente profondo nelle sue analisi, spesso taglienti come un bisturi chirurgico. E accanto a questo omaggio, una vigile attenzione pronta a scrutare e individuare nessi, pulsioni, rimandi logici e analogici. Il titolo della monografia " Yukio Miscima- Enigma in cinque atti" riecheggia quello di un premiato film di Paul Schrader del 1985, con le musiche calzanti di Philip Glass, "Mischima-Una vita in quattro capitoli", e in effetti, pur operando una sorta di viaggio lungo il percorso miscimiano, Danilo Breschi utilizza nel suo testo una ritualità di passaggi dove gli “atti” assumono la pregnanza di laiche stazioni misteriche. Non è casuale l’aver aperto il libro, capovolgendo l’ordine cronologico biografico e narrativo, con gli ultimi momenti dello scrittore e con la focalizzazione del suicidio come atto di devozione imperiale e plateale cruenta protesta contro un Giappone ormai irrimediabilmente votato all' americanizzazione consumistica, tradendo gli antichi ideali e valori di un codice orientale millenario. L'epilogo si presenta come prologo così come il prologo si presenta come epilogo in un perfetto cerchio esistenziale e narrativo che ha tutto il simbolo di un Uroboro, il serpente che si morde la coda nella rappresentazione di un eterno ritorno filosofico ed esistenziale. Immagine tanto cara al filosofo tedesco dell'Oltreuomo Friedrich Nietzsche, una delle figure più amate e ricorrenti nella narrativa e nella analisi di Mischima, accanto a Kierkegaard, Dostoeviiskij, Rilke, Camus e altri, tutti accomunati da una forte problematica compenetrazione di vita e opera, che in Mischima si traduce soprattutto in scrittura e azione. Tutti autori profondamente occidentali che hanno vissuto ed esperimentato la crisi della stessa cultura occidentale e che potevano servire da specchio all'indomito spirito di Mischima di fronte alla crisi di una coscienza nazionale. Danilo Breschi fa parlare nel suo libro molto queste figure, attraverso citazioni e relativi riconsiderazioni dello scrittore per meglio comprendere e far emergere tutta la complessità di un pensiero critico che non annulla tuttavia la profonda originalità di forma e contenuto. Elemento che spiega come Mischima sia scrittore capace di affascinare e avvicinare generazioni vecchie e nuove. Fino a renderlo anche una figura manieristicamente fissata in un santino-eroe da parte di chi ama più strumentalizzarlo che leggerlo nella sua sterminata e fertile produzione. Un intento apertamente confessato da Danilo Breschi, nella sua Avvertenza, è proprio quello di liberarlo da questo rischio. Come scrive fin da subito Breschi, "Mischima è un autore sovente vittima dell'immagine stereotipata che egli stesso ha contribuito a costruire, tramutando un'opera letteraria di altissimoa levatura in un'icona pop tutta immagine e nessuna o poca sostanza" Contro questo rischio il pregio del libro è allora un rigore filologico di una esplorazione che sa attraversare i diversi bordi narrativi e performanti dell'artista, cogliendone sovente le reali o le apparenti contraddizioni. Un rigore che non trascura l’uso pertinente di citazioni, rimandi paralleli ad altri autori, e ampi stralci della scrittura di Mishima. Anche il debordante uso delle note a piè di pagina in cui si annida un variegata e appassionante bibliografia, sono la dimostrazione di una accurata ricerca e precisa lettura di elevata cultura professionale, senza tuttavia rendere il testo monografico un pedante prodotto accademico. Breschi coglie in maniera coinvolgente quel vertiginoso equilibrio di piacevolezza di stile e profondità di contentuto che Mishima ha saputo al massimo rappresentare con la sua prosa nitida, cristallina, apparentemente leggera ma in continua tensione nervosa di prova con se stesso, fino alla scelta finale in cui l’Azione sembra uccidere la stessa Letteratura quando appare limitante e senza un suo sbocco veramente assoluto. Un esercizio di stile quello di Daniele Breschi che ci appare anche una prova di scrittura pronta magari a tradursi in una sua prossima autonoma opera squisitamente narrativa. Per tornare alla monografia, come viene risolto l’ enigma a cui si allude nel titolo del libro? Breschi lo chiarisce all’inizio e man mano che il suo viaggio rituale procede e già manifesto in quella lucida citazione di Nicolas Gomiz Davila. Un enigma attorno a un uomo e artista, non può mai sciogliersi in una verità chiarita una volta per tutte, data l’imprevedibilità di un essere. L’enigma è piuttosto una circumnavigata e sollecita interpretazione di un’altra interpretazione seppure formulata come assioma. Creativa necessità di ogni vera e sorgiva scrittura capace di scatenare altra scrittura. Così come un lettore si sente creativamente sollecitato a specchiare le proprie interpretazioni. Nel caso del libro di Danilo Breschi il lettore riesce a godere della continua esplorazione capace di inabissarsi negli abissi e innalzarsi a quelle vette della scrittura mischimiana, a patto che il lettore sia un lettore attento e allenato nell’uso e nel riconoscimento dei codici testuali di riferimento e di quelli più sotto traccia. Un libro miniera preziosa per ogni studioso di Mishima e per ogni curioso che sappia e voglia poi approfondire tutta la variegata opera di uno scrittore che ha amato cimentarsi con i più disparati e moderni mezzi espressivi. Ed è proprio questa modernità nell’andare oltre la stessa modernità che rivela quella collisione che di sicuro ha vissuto l’uomo e l’artista Mishima, pronta a scontrarsi “con il medioevo più feudale, gerarchico e guerriero”. Questa collisione che in Mishima è sembrata risolversi nel gesto estremo del “seppuku”, Danilo Breschi non lo coglie borghesemente come scandalo ideologico e fanatico, anzi lo scandalo è quella cifra più penetrante e metaforica in grado di colpire come una freccia ogni conformismo borghese e pigrizia di pensiero, pur mantenendo un nucleo di nichilismo. Una idea da condividere in pieno. (Antonio Miredi)---------------------------------------------------------------------------------------------------- Danilo Breschi,Yukio Mishima. Enigma in cinque atti Luni Editrice, 2020

lunedì 7 dicembre 2020

IL MISTERO MISHIMA A 50 ANNI DALLA MORTE

Voce fra le più originali e fascinose della Letteratura del Novecento Mishima ha vissuto il dramma di una impossibile conciliazione assoluta fra vita e opera, la Tradizione dell'Oriente e la problematicità dell'Occidente. Affidando alla scrittura, quella radicale della scrittura del corpo, la scelta finale per uscire da un corto circuito.
L'ASSOLUTO OLTRE di Antonio Miredi
Il 25 novembre del 1970 a Tokyo, con un gesto estremo e teatrale, alla maniera di un antico Samurai, lo scrittore giapponese Yukio Mishima decide di porre fine ai suoi giorni. Consegna al suo editore le ultime pagine de La decomposizione dell'Angelo e col suo ristretto corpo militare di giovani scelti occupa un ufficio del quartier generale militare, tenendo in ostaggio un generale. E dopo una arringa dal balcone si sventra con una spada affidando a Morita il taglio rituale della testa. Il suo ultimo biglietto è un messaggio di gloria: “La vita umana è breve ma io vorrei vivere in eterno” A distanza di tempo non si può dire che questo epitaffio non abbia un suo nucleo di verità, dal momento che ne ha consegnato vita e morte alla eternità di un mito. Ma è un mito che rischia continuamente di essere fagocitato ed assolutizzato in questa ritualità di azione estrema, compiuta nel coraggio di una feudale devozione a un Giappone di un tempo antico, schiacciando e persino annichilendo l'Opera vastissima, candidata al Nobel. In altri termini, è legittimo rivendicare nel gesto una identificata matrice politica senza voler fare in profondità i conti con una scrittura in cui lo stile è in costante equilibrio di forma e contenuto, con tutto il necessario carico di radiosa ritmica chiarezza e lucido distacco di analisi? Non che l'opera, nel suo ventaglio di racconti, romanzi, drammi, saggi, sia avulsa dal rito e dalla liturgia della morte, fino al suo esito più tragico col suicidio finale; piuttosto, quanto e come questa opera di Mishima possa spiegarne e sciogliere in parte il mistero. L'attrazione di una Bellezza che danza continuamente insieme a Eros e Morte è nodo centrale imprescindibile, purché si sappia anche ricondurli a una loro forza archetipica. C'è una figura centrale nell'opera come nella vita di Mishima, ed è quella artistica di San Sebastiano. Un caso? Un caso che Mishima, fertile scrittore e grande lettore, non si sia cimentato con il lavoro di traduzione salvo rarissime eccezioni, e in questa rarità, Le Martyre de Saint Sébastien di Gabriele D'Annunzio? Un caso che abbia scelto col Sebastiano una icona prettamente occidentale e non una equivalente icona orientale? “L'icona di San Sebastiano è stata rappresentata nella storia dell'Arte (una storia anche del desiderio camuffato) come l'Immagine di un trionfo del corpo, seppure (o proprio perché) trafitto. Memorabile nella Letteratura il brano con cui Yukio Mishima , in Confessioni di una maschera, svela attraverso il rinascimentale San Sebastiano di Guido Reni, il suo impetuoso e inarrestabile primo turbamento (omo)erotico. Ma la struttura del suo archetipo è sicuramente più misterica ed enigmatica, più complessa rispetto alla facile tentazione di farne un santino, sacro o profano.” (Antonio Miredi, L'Angelo ferito. Sette maschere del Poeta. Omega Edizioni, 2004) Provare ad uscire dal corpo (morto) di Mishima per entrare nel corpo (vivo) della scrittura, senza svilire la carica di sacrificio e testimonianza dell'azione rituale della morte, significa cercare di analizzare e capire tulle le motivazioni letterarie e tutte le pulsioni erotiche che sottendono la forza e la vitalità della sua scrittura. Corpo vivo della scrittura perché nel momento stesso in cui si fa carne e respiro di un nuovo lettore continua a rivivere in altre forme, in altri sogni. Ne Le lacrime di Eros, Georges Bataille, autore tanto amato da Mishima, riconosce nell'atto stesso dell'uomo primitivo di prendere piena consapevolezza della morte osservando la morte di un suo simile, l'invenzione della Religione, l'Arte e l'Erotismo. In Mishima questa triade si intreccia in una unica ossessiva modalità di espressione ed esistenza, sintetizzata in una Idea di Bellezza che andrebbe studiata e focalizzata in tutta la sua complessità, più di quanto forse sia sia fatto finora. “Non è consentito sapere e conservare la bellezza” in questa interiore (apparente) asserzione di Mishima può allora nascondersi l'impossibilità di una (provvisoria) soluzione e il condannarsi inevitabile all'ossessione di un Assoluto il quale, se privato di tutto quell'oltre di cui ha bisogno la vita, è destinato a uno sterile nichilismo. (©Antonio Miredi) ---------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Foto: Hosoe Eikoh. Ordeal by Roses. Mishima Yukio (1961) Yukio Mishima come San Sebastiano