martedì 19 agosto 2025

Sul filo dei giorni e della memoria- RACCONTI

Sul filo dei giorni si intrecciano istanti e ricordi, voci e silenzi. Ogni Racconto è un passo su questa corda tesa tra presente e memoria, dove il tempo non scorre in linea retta ma si avolge, ritorna, si perde, si ritrova. Tra ciò che è accaduto, cio che accade e ciòche può ancora accadere.
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Non tutti i pellegrinaggi hanno bisogno di chiese, reliquie o santi. I pellegrinaggi laici nascono e si nutrono di libri, di immagini, di nomi che hanno abitato la nostra formazione forse da sempre. Ne ho compiuti diversi, seguendo le tracce di poeti, scrittori, artisti, personaggi: Dante, Nietzsche, Rimbaud, Leopardi... Ravenna, Torino, Charleville, Recanati.. Luoghi che nel tempo sono diventati parte della mia anima e della mia geografia mentale. Salgari mi mancava. Ed è curioso che mi mancasse proprio qui, a Torino, la città dove vivo e nella quale Emilio Salgari ha trascorso parte della sua vita e dove ha continuato a compiere, con ostinazione temeraria, i suoi viaggi senza muoversi dalla scrivania. Questa volta ho deciso di unirmi a una passeggiata letteraria lungo corso Casale e il lungo Po alberato. Non solo una passeggiata ma il recupero di un debito. Da ragazzo c'erano come due tifoserie: i salgariani e i verniani. Emilio Salgari e Jules Verne, due nomi che sembrano appartenere a mondi diversi e che invece alimentavano la stessa febbre: quella dell'avventura intesa non come semplice evasione, ma come desiderio di conoscere ciò che ancora non conosciamo. Io amavo entrambi. Verne mi affascinava per la sua capacità di portare la scienza dentro il romanzo, di trasformare una scoperta, un'invenzione, un fenomeno naturale in materia narrativa. Salgari aveva qualcosa di diverso e proprio per questo mi arrivava più vicino al cuore. La Perla di Labuan, Sandokan, Yanez, Mompracem: nomi che non erano più soltanto parole stampate sulla pagina. Erano sentimenti e territori nei quali il ragazzo che ero poteva entrare senza permesso- Soltanto più tardi avrei scoperto l'altra faccia di Salgari: quella dello scrittore instancabile, prolifico fino all'eccesso, capace di produrre una quantità impressionante di pagine, ma economicamente fragile, mal pagato, spesso costretto a lavorare in condizioni da sfruttamento editoriale. Il grande fabbricante di avventure nella realtà era un uomo che non aveva quasi il diritto di fermarsi. Torino non è stata solo la città nella quale Salgari ha abitato. Torino è stato il porto dalla quale è partito per i suoi viaggi di carta. La scrivania come nave, l'inchiostro come oceano e la biblioteca uno dei grandi strumenti di navigazione. Dietro l'esotismo dei romanzi uno scrupolo documentario, un lavoro paziente di lettura e ricerca. Non si pu non pensare a tutto questo mentre si cammina lungo il fiume. Il Po ci scorre accanto con una tranquillità che Salgari avrebbe giudicato sospetta. Gli alberi fanno ombra, le panchine sono disseminate lungo il percorso, il settembre conserva ancora qualcosa dell'estate. Quattro giovani attori, vestiti di nero, i “corvi” di lettura come amorevolmente sono chiamati dalla Direttrice di dizione, intervengono lungo il cammino. Non hanno bisogno di scenografie monumentali. Un pannello disegnato da posare e poi mettere sotto braccio, una benda, un cappello, un fazzoletto. Un personaggio o una situazione entrano nella scena e quasi subito scompaiono. Un brano salgariano viene letto, una pagina della sua vita viene restituita alla voce, e poi si riprende a camminare. Fra una tappa e l'altra restano il fiume, gli alberi, le panchine solitarie. E una musica esotica, lieve come la carezza di un vento dal calore intimo comincia a fare qualcosa di strano. Il parco sembra avere una vegetazione diversa. Le fronde del Po diventano una giungla possibile. Il settembre torinese prende nuovi colori lontani. E' anche questa la forza evocativa di Salgari e della sua scrittura
Il mare di Salgari qui a Torino era il Po, il suo quotidiano orizzonte, la presenza fisica che accompagnava una fantasia capace di spingersi lungo le più lontane lontananze Un fiume reale per navigazioni immaginarie. Quando si arriva al numero civico 205 di Corso Casale la passeggiata cambia natura. Fino a quel momento Salgari è stato voce, personaggio, avventura. Adesso torna a essere uomo. Sul muro una lapide lo ricorda. È stata posta nel 1959, quasi mezzo secolo dopo la sua morte. Non è una celebrazione retorica nonostante il linguaggio aulico. È quasi un piccolo racconto inciso nella pietra:
FRA QUESTE MURA EMILIO SALGARI VISSE IN ONORATA POVERTÀ POPOLANDO IL MONDO DI PERSONAGGI NATI DALLA SUA INESAURIBILE FANTASIA FEDELI AD UN CAVALLERESCO IDEALE DI LEALTÀ E DI CORAGGIO PERCHÈ GLI ITALIANI NON DIMENTICHINO LA SUA GENIALITÀ AVVENTUROSA IL SUO DOLOROSO CALVARIO LA RIVISTA “ITALIA SUL MARE” QUESTO RICORDO POSE TORINO 30 APRILE 1959. -------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- L'uomo che popolava il mondo di pirati, principesse, tigri e corsari viveva dentro una realtà molto meno generosa. La sua fantasia era inesauribile; le sue condizioni di vita tutt'altro che tali. La paziente amarezza, la rugosa realtà, la fatica di una consegna sono l'altra faccia dell'avventura. Alle mie spalle la collina ridiventa il fantasma del suo addio, un ultimo teatrale viaggio vissuto in un tragico rito orientale. I personaggi, i luoghi invece sono sempre e ancora vivi, eternamente rivisitati, carichi di nostalgia o nuove attese. E per me che ho il mare vero all'origine, il Po non è proprio il mare ma nessuno mi vieta di poterlo navigare fino al suo aperto letto. E al largo perdermi in dolci approdi di ripartenze. (Antonio Miredi) ---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Gli attori sono Tania Astone, Alessandro Galeano, Francesco Oggiano e Stefano Rocca, Staff di Lettura della Scuola ODS fondata e diretta da Stefania Giuliani- La passeggiata si è svolta il 19 settemre 2026 con la cura di SCRITTURAPURA e Scuola ODS Le foto sono di Antonio Miredi
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----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- A Torino a Ferragosto, la città semi deserta, il caldo africano e afoso, l'aria irrespirabile, i pochi amici lontani. Non potendo salire in montagna, né cercare refrigerio altrove, cerco una alternativa più a mia misura. Un ferragosto in compagnia di un pittore e un poeta. Il luogo, una osteria in aperta campagna, vicino Lodi, per una umana convivialità attorno a un tavolo e del buon cibo. Il pittore è Lorenzo Maria Bottari, con cui da trentacinque anni condivido un sodalizio artistico tra pittura e scrittura con progetti, mostre, eventi. Il poeta è Guido Oldani, conosciuto in occasione della mostra, alla storica Libreria Bocca di Milano dell'artista Bottari, attualmente ancora in corso, con dodici tele sui Mesi dell'Anno, ispirate a delle poesie inedite di Oldani. Mostra che alla sua inaugurazione ho presentato e che ha anticipato la prossima uscita del Calendario d'Arte 2026 di Lorenzo Maria Bottari. Tra una portata e l'altra, nel vociare allegro e nel via vai del personale di questa tipica locanda di campagna dal mangiare genuino e l'atmosfera familiare, Oldani non parla molto con le parole. Sono i suoi occhi a parlare: pieni di luce di una tenerezza che ha saputo conservare tracce di una vispa fanciullezza. La sua poesia, io credo, pur immersa in un realismo che sembra segnare il logoramento e l'entropia del quotidiano, non è priva di una scintilla vitale : l'ironia e il rovesciamento narrativo-surreale agiscono come un specie di energia che riscatterebbe il caos e lo sguardo disincantato della realtà. Dietro l'apparente “terminale” delle cose c'è sempre una curiosità viva, un cuore che osserva il mondo con stupore e leggerezza. Un gioco di nuvole così belle da sembrar finte nella tersa luce di un raro cielo azzurrino, il silenzio di pace di una campagna immersa nel verde a due passi dalla metropoli rumorosa e affollata.... Lorenzo Maria Bottari rompe il silenzio con l'irruenza e l'esuberanza tipica della sua accesa tavolozza pittorica. Alle parole fa seguire il gesto, come una improvvisata action painting: si fa dare un fazzoletto da ristorante e con poche matite colorate, stende segni rapidi. Il verde nasce stropicciando rametti di prezzemolo fresco, il rosso rubino sgorga dal vino da tavola versato, trasformandosi in chicchi d'uva. Così, con gesti rapidi e pochi tratti realizza un omaggio a Bacco e a Oldani, facendo della convivialità un atto d' Arte.
Io, tra loro due, osservo, ascolto, lascio cadere qualche domanda. Sono testimone ma anche protagonista a mio modo: con quella discrezione che mi appartiene e che sa aprirsi al racconto di un proprio vissuto in cui poesia e scrittura emergono come pratica e sguardo personale fin dalla mia adolescenza. Nella conversazione intercalo cultura sofisticata e cultura popolare. Non è ostentazione ma un modo per distinguere e far emergere i mondi diversi di ciascuno. Perché la vera ricchezza non nasce dall'uguale ma dall'incontro fra opposti, nel dialogo delle differenze. A un certo punto, chiedo a Oldani quali sono i suoi poeti del cuore. E, tra i poeti recenti, arriva il ricordo di Clemente Rebora. Un nome che illumina la tavola con la sua densità spirituale arrivata con la maturità e la vocazione al sacerdozio. Rimango sorpreso poi, quando accennando al mio cognome, fa notare che in Italia non vi sono altri casi di omonimia. Si, è un cognome unico, e velocemente lo ricollego al “romanzo di famiglia”. Ci si avvia verso l'uscita dal locale con un brindisi allegro esteso alla sala con una preziosa bottiglia che l'artista Bottari ha voluto personalmente portare da casa. Lorenzo Maria Bottari ha saputo, ancora una volta, catalizzare l'attenzione generale.
Il finale della giornata a pranzo è con una inattesa proposta di Guido Oldani, subito accolta, prima di riaccompagnarlo nella casa di Melegnano. Rendere omaggio a un eroe del nostro tempo, caduto nel silenzio, morto in una tragedia che in realtà è stato un incidente simulato, Enrico Mattei. Nella campagna fra Lodi e Pavia, un memoriale semplice e naturale lo ricorda. Un quadrilatero di alberi con all'interno tre querce quasi intrecciate tra loro. E' commovente trovarsi lì, respirare tra foglie viventi, senza la volgarità dei selfie, in un silenzio che custodisce rispetto e memoria. La nostra presenza silenziosa diventa un abbraccio poetico a questo monumento naturale, così diverso dai sacrari retorici dove si glorifica la formula astratta “Dio Patria Famiglia”. Parlare di Mattei significa ricordare come il nostro Paese, sconfitto nella Seconda Guerra mondiale, sia rimasta una nazione a sovranità limitata. La presenza della mafia e dei servizi segreti di area occidentale, soprattutto americana, a lungo hanno ostacolato ogni tentativo di autonomia politica ed economica. Per Mattei, il sogno di un'indipendenza italiana fondata sul petrolio diventa fatale. La sua morte si lega, in un filo oscuro, forse a quella di Pier Paolo Pasolini, che nel suo ultimo e controverso romanzo – non a caso intitolato “Petrolio”- denuncia corruzioni, scandali e stragi che hanno insanguinato il nostro povero Paese. Così noi tre, in silenzio, sentiamo di condividere qualcosa che va oltre la poesia e la pittura: un atto di memoria viva, un omaggio e insieme un atto di resistenza contro l'oblio. (Antonio Miredi)
Memoriala Enrico Mattei (Foto a.m.))