mercoledì 25 dicembre 2019

IL PINOCCHIO DI GARRONE



Un capolavoro visivo, un omaggio col cuore al mondo dell'infanzia. Il doppio fra naturalismo e fantastico, realismo e grottesco, desolazione e meraviglia. Un bambino-burattino di legno iperreale, iconicamente perfetto ma con l'emozione imprigionata, in cui la trasgressione si risolve alla fine nell'abbraccio consolatorio.



Una delle prime scene del Pinocchio di Matteo Garrone, Geppetto che mostra a Pinocchio uno specchio per riconoscersi, rivela già tutto il cuore messo in questa ultima fatica di trasposizione italiana del Burattino più famoso al mondo, creato dal genio fantastico di Carlo Collodi.

In un gioco mimetico di trasposizione, a specchiarsi è anche lo stesso regista, provando a rituffarsi nel suo immaginario infantile, al suo primo incontro con il personaggio Pinocchio, per poi risalire e recuperare l'immaginario visivo degli illustratori e registi che si sono confrontati con la favola. A cominciare dall'insuperato e per certi aspetti, nonostante il tempo passato, insuperabile Luigi Comencini, e il suo Pinocchio magicamente umano, tenero e sorprendente, ormai marchiato nell'immaginario degli stessi italiani. A specchiarsi è anche lo stesso Benigni, il quale nel 2002 era stato egli stesso regista e protagonista.
Lo specchio funziona come doppio, una cifra che caratterizza molto la cinematografia di Garrone, soprattutto alla luce dei suoi ultimi due film, Il racconto dei racconti e Dogman.
C'era molta attesa per questo progetto fermo da qualche anno e che esce proprio sotto Natale, non a caso, essendo un omaggio chiaro e diretto al mondo dell'infanzia e al rapporto affettivo genitoriale.
Il doppio è anche quello tra solitudine e abbraccio, avventura e inquietudine, presenza e fuga.
Il Pinocchio di Garrone è innanzitutto un capolavoro visivo, una prova impeccabile di stile e illustrazione, che non dimentica la memoria anche della pittura, soprattutto quella toscana dei macchiaioli. Originale nel voler restare fedele alla fiaba di Collodi, creando allo stesso tempo una ambientazione di mondo contadino da Presepe, con la sua mesta povertà, con i toni scuri e spettrali.
Un Pinocchio in cui il naturalismo si coniuga benissimo col grottesco surreale, accentuando l'animalità antropomorfica. Un ibridismo in cui abbandono e senso della rovina e della desolazione trovano un loro felice controcanto nel festoso e colorato teatro e circo dei burattini.
La fame di Geppetto che apre la storia nel film, divertente e comica invenzione, rispetto al testo originale, è fame di curiosità, come dimostra la scena in cui il falegname rimane sedotto dal passaggio per strada del carro coi burattini, e che porterà poi all'incontro col magico pezzo di legno, rifiutato dall'impaurito Mastro Ciliegia.
Anche il magico ha un suo doppio: è meraviglia ma anche paura. In Geppetto, capace di accogliere il magico ambivalente e in Pinocchio, che preso dal magico e dalla meraviglia, abbandona realtà e dovere.
Tutto in questo Pinocchio che non teme di essere un creativo travaso fra Libro e Cinema sembra perfetto, la scelta e la bravura degli attori, Benigni in primis, così inadeguato e quasi a disagio nel suo precedente Pinocchio, qui tenero e desolato, comico e candido, Il Mangianfuoco Proietti commovente nella sua maschera di Orco, e peccato che non si è voluto o potuto utilizzare di più la sua figura, l'omino di panna (Nino Scardina) falsamente amorevole, il vero orco da disgusto della storia, e la coppia riuscitissima del Gatto e la Volpe, Roco Papaleo e Massimo Ceccherini, anche sceneggiatore del film insieme a Garrone. 
Il loro “Pizzicchiamo...Pizzichiamo” non lascerà senza segni.
Il doppio torna con la Fata, sorella bambina nella complicità dei giochi e madre adulta, diafano fantasma, con l'attrice Marine Vatch e che tanto ricorda il personaggio gotico di Miss Havisham del film Grandi Speranze, del 2011 targato BBC.
E che dire della indimenticabile Lumaca, (Maria Pia Timo) o del ferino Giudice (Teco Celi). Tutti personaggi, compresi i minori, che meritano una filologica analisi a parte.
E arriviamo alla sapiente maestria del trucco che crea mirabolanti effetti speciali senza troppo ricorrere alla tecnologia digitale, affidata a Mark Coulier, capace di creare un bambino burattino di legno iperreale, così materico nella sua pelle, da imprigionare il calore commovente dell'anima e la bravura del protagonista, Federico Lelapi,  anche se iconicamente destinato a restare nella memoria visiva.
Il ritmo quindi passa felicemente da immagine a immagine, attraverso le suggestive scenografie e i costumi, sulle belle note delle musiche di Dario Marianelli, ma sembra incrinarsi nel passaggio emotivo interiore con lo spettatore, che vede anche bruscamente risolto il finale salto da burattino a bambino, senza una particolare attenzione metamorfica, nel consolatorio abbraccio da atmosfera natalizia.
Ma con onestà è lo stesso regista che ha voluto questo quasi annullare la sua più intima natura di regista per rimanere fedele a un racconto sotto Natale tutto rivolto ai bambini e agli adulti che sappiano ritrovare il loro cuore fanciullo.
Antonio Miredi



                                                        La locandina del film 







mercoledì 30 ottobre 2019

TUTTE LE DONNE IN DALIDA


In prima assoluta, al Teatro degli Audaci, Carol Lauro, in scena con uno spettacolo fra musica e prosa, mette a nudo la sua anima femminile, cantando Dalida.



                                          Carol   Lauro

Je suis toutes les femmes/ je vis vos joies et vos mélodrames/ je suis sentimentale et parfois femme fatale aussi...”

E' il 1980, e questa bella canzone di Lana e Paul Sebastian, gioiosa ma con un suo lato di oscurità, consacra definitivamente Dalida star internazionale all'americana, che può permettersi di cavalcare tutte le mode fino alla disco music e cantare gli autori più intimi e raffinati, circondarsi di ballerini e lustrini, e portare la maschera malinconica di Pierrot.
Vivendo con le canzoni tutte le stagioni della vita, e come la sanno vivere solo le donne, con totale passione o totale disperazione.
Per capire lo spirito dello spettacolo che Carol Lauro si appresta a portare in scena, un omaggio-sogno in cui c'è la Dalida delle sue canzoni più rappresentative e nello stesso tempo l'anima e il corpo di una donna, bisogna partire da qui. Da questo miscuglio di melodramma e interiorità, frivolezza e profondità.
Uno spettacolo quindi di prosa e canzoni che è un atto d'amore verso la vita, un inno all'amore dell'amore, anche nella consapevolezza di un dolore sempre in agguato.
Avendo la musica a scorrere nelle vene, e in questo caso la smisurata ammirazione verso Dalida,  e le sue interpretazioni musicali.
Con la partecipazione dell'attore Chirstian Moschettino, Carol Lauro canta diciotto canzoni di Dalida, 18 come il titolo degli anni di una delle sue canzoni più belle.
A Carol, strappandole un po' di tempo, fra una prova dello spettacolo e una corsa in auto, abbiamo rivolto qualche domanda:
- A portare in scena Dalida o le sue canzoni, diverse sono le donne nel mondo, anche in Italia. In cosa si differenzia il tuo spettacolo?
Il mio non è uno spettacolo teatrale o musicale attraverso la vita di Dalida. Canto Dalida ma nello spettacolo c'è la storia di una donna, per esempio la mia.”
-Come è nata l'idea di “Je suis toutes les femmes, Sognando Dalida”?
Con l'incontro e il confronto con il regista, Gianni Milano. Ma è uno spettacolo maturato anche in questi miei ultimi anni, attraverso viaggi e canzoni, alcune portate per esempio a Serrastretta, il paese calabrese delle origini di Dalida, dove l'Associazione Dalida tiene viva la memoria della cantante italo-francese nata al Cairo, con un Museo e manifestazioni annuali. Viaggi e incontri, anche importanti, come quello con Luigi Gigliotti, il nipote di Dalida, che mi ha donato consigli, cose preziose come una maglietta appartenuta alla zia. Questa maglietta la indosserò anche in scena, un modo per sentire Dalida sulla pelle”
-Emozionata?
Si, tantissimo! Emozionata e tante altre cose.”
Appuntamento allora al Teatro degli Audaci, a ritrovare un pizzico di nostalgia, la gioia del cuore, e tante altre cose...
Antonio Miredi










domenica 20 ottobre 2019

L' ARTE AL MAUSOLEO DELLA BELA ROSIN

In un luogo carico di memoria, il silenzioso  dialogo tra Fotografia e Pittura degli artisti Antonio Attini e Giuseppe Attini. Un invito alla   riflessione sulla transitorietà della vita, con il suo processo di continua dissoluzione e rinascita di energia di vita, attraverso anche ogni atto creativo.


                                         
                                                 ALL’OMBRA DELLA REGINA

                                                      Vita mutatur non tollitur

           testo di Antonio Miredi
       
 

In “Essere e Tempo”, Martin Heideger ci ricorda che il nostro essere nel mondo è, in sostanza, un essere per la morte. Una verità che trova una sua più compiuta consapevolezza di senso rovesciando la prospettiva. Vita e morte non sono tappe conclusive e inseparabili ma, per paradosso, convivono come la luce e la sua ombra. La vita, nata dall’acqua, reca in sè il mistero di un'origine attraverso la dissoluzione (una specie di morte) di un corpo celeste carico di energia. Vita e morte ritrovano il loro apice quando l’essere primitivo comincia, a differenza di altri esseri viventi, a guardare in faccia la morte in un suo simile. E’ questo il passaggio decisivo per la celebrazione di un rito, la sepoltura che in nuce è già, allo stesso tempo, un rito religioso e artistico. Un luogo carico di Memoria, come il Mausoleo che la tradizione popolare, ancora oggi chiama “Il Mausoleo della Bela Rosin”, pur non conservando più i resti di quella figura di donna che fu prima l’amante più fedele del Re Vittorio Emanuele II e infine moglie in un matrimonio morganatico, che non lasciava cioè titoli ereditari reali ai figli, testimonia il suggello di un amore capace di superare le ragioni della Storia. Il Mausoleo infatti riproduce a distanza, in dimensioni più ridotte il Pantheon di Roma dove si conserva il sepolcro del re Vittorio Emanuele II. Un legame simbolico d’amore a distanza che fa uscire Rosa Vercellana (la bella Rosin) dall’ombra della vera Regina, Maria Adelaide d’Austria, di cui tra l’altro pochi conservano precisa memoria. Ben viva e radicata, soprattutto nel territorio periferico di Torino del quartiere Mirafiori, è invece il ricordo della Vercellana, nominata Contessa di questo luogo che un tempo poteva vantare un altro castello fra le tante incantevoli residenze di Casa Reale. Un Mausoleo riqualificato dalla Città di Torino, dopo anni di incuria e abbandono, oggi con un punto prestito delle Biblioteche civiche torinesi, e divenuto anche spazio per eventi culturali, teatrali, musicali ed espositivi. Lontano quindi il tempo in cui l’abbandono e il degrado ne avevano fatto un luogo un po’ sinistro, alla mercé di scritte blasfeme e sacrileghe. E tuttavia sempre carico di suggestione, pronto a far nascere leggende, misteri e paure in grado di accendere la fantasia di tanti ragazzi e curiosi che qui venivano in visita. Fra gli adolescenti che vi hanno potuto trovare le prime ispirazioni per un già innato estro creativo, due fratelli gemelli, Antonio e Giuseppe ATTINI, divenuti negli anni artisti con una loro personale cifra espressiva. Il primo, Antonio, lavorando soprattutto con la Fotografia, celebrata anche in tanti importanti reportage internazionali, ma trattando anche il Collezionismo(cartoline per lo più, con Pinocchio sempre nel cuore, al punto da dedicarvi importanti mostre di successo) e avventurandosi anche nel difficile ma entusiasmante campo dell’Editoria; l’altro fratello, Giuseppe, dedicandosi invece prevalentemente alla pittura, vissuta con totale immersione di anima, e che ha toccato varie fasi e linguaggi. Due artisti in apparenza molto diversi, ma entrambi con un sottile filo pronto ad unirli. Il filo che li unisce è soprattutto una dolente e allo stesso tempo lieta riflessione sulla transitorietà della nostra vita, quel processo di trasformazione e iniziazione che tocca il mistero della morte.Non a caso quindi, per la prima volta insieme ad essere festeggiati con una loro mostra, proprio nel quartiere che li ha visti crescere, dentro lo spazio espositivo del Mausoleo della Bela  Rosin, la scelta di esporre opere che di questa riflessione escatologica ne evidenziano la presenza. Antonio Attini riproponendo un originale ed evocativo viaggio fotografico realizzato lungo i viali silenti del Cimitero Monumentale, dove sopra o davanti a rappresentativi sepolcri scultorei, un altro artista, il pittore Mario Gramaglia, ne diviene interprete facendosi riprendere in una sorta di mimesi fra tempo e attualità, memoria e sogno. Creando dei tableaux vivant impreziositi con interventi pittorici dello stesso Gramaglia che dimostrano come la presenza di un atto creativo sia capace di dare un afflato, un respiro di vita, a quello che in apparenza sembra solo il luogo di un silenzio assoluto. Un viaggio di morte e di vita, epifania di visione, fastosa nostalgia. Giuseppe Attini, in coerenza con questa stessa cifra in cui luce ed ombra, vita e morte vengono esaltate e rovesciate attraverso una, in apparenza inquietante ma fortemente visionaria e apocalittica, rappresentazione speculare e doppia di un teschio. Sintesi perfetta e culmine di un dignitoso percorso artistico iniziato anni addietro con una pittura figurativa neogotica, ancora debitrice alla esperienza torinese Surfanta, quella stagione esaltante e libertariamente folle di surrealismo e fantastico, testimonianza di una Torino non scontatamente tutta castrum, rigore ed ordine urbano e mentale. Un teschio che ci appare anche spettro di una clessidra, simbolo nel tempo di quello scorrere inesorabile della vita fra polvere che ritorna alla polvere, energia e materia ridotte a sabbia, e infine liquidità gloriosa di un ciclo perenne. Giuseppe Attini conosce in profondità il mistero che unisce passione e tormento, attraverso il processo di dissoluzione della materia, pronta a farsi vitale materiale per un lavoro artistico. Una lezione di filosofia orientale in cui la materia non è altro che sostanza spirituale ed astratta, appresa anche grazie a un lavoro e un soggiorno in Cina, accanto a maestri che hanno subito riconosciuto in lui un talento di artistica impronta internazionale. La vita vive le sue mutazioni ma solo conservando nell’ignoto una energia di nuova vita. Via mutatur non tallitur, la vita è solo mutata non tolta.

(Antonio Miredi)



 



Mausoleo della "Bela Rosìn" (Rosa Vercellana), moglie morganatica di re Vittorio Emanuele II, Torino. Fotografia scattata da Andrea Ferrero (Fonte Wikipedia)


Il 23 ottobre 2019, al Mausoleo della Bela Rosin (Torino, Strada castello di mirafiori 148) alle ore 18.00, nella cornice degli eventi culturali ed artistici proposti dalla rete delle Biblioteche della città di Torino, verrà presentata la mostra dei fratelli Antonio e Giuseppe Attini All'ombra della Regina”
La mostra durerà fino al 3 novembre 2019

domenica 13 ottobre 2019

RITRATTI DI MILANO CON ANNULLO POSTALE


              Un Album collezione d'arte impreziosito dai disegni di Chiara Rota



Successo a Milano alla presentazione dell'ultimo annullo filatelico dedicato alla capitale morale d'Italia, con un album di cartoline che riproducono i disegni originali a china ed acquerello realizzati da Chiara Rota, architetto progettista.
Non è la prima volta che Poste italiane dedica a una città italiana una particolare attenzione visiva con annullo filatelico, come in occasione del Carnevale di Venezia, ma si è trattato di Album con cartoline fotografiche.
La novità dell'omaggio a Milano consiste nell'avere, per la prima volta, affidato all'arte del disegno la progettualità di un'operazione più creativamente coinvolgente.
Le 10 cartoline, con il lavoro creativo di Chiara Rota, riprendono rappresentativi scorci di Milano: dal simbolo stesso della città, il Duomo, a Sant'Ambrogio, o la Galleria Vittorio Emanuele II. L' album è a tiratura limitata, acquistabili negli Uffici Postali delle maggiori città italiane, e per la sua bellezza grafica, affidata alla cura del fotografo-editore Antonio Attini, destinato ad essere nel tempo un oggetto cartaceo da collezione, avendo saputo coniugare più mezzi espressivi e più passioni, la filatelia, il disegno , il collezionismo.

            
                                      L'architetto artista progettista Chiara Rota


                                     Particolare del disegno  originale

 
Il raggiante sorriso della Direttrice dell'Ufficio Postale di Milano, di via Cordusio, Paola Brugaletta alla inaugurazione, mentre l'autrice firmava le copie dell'album al numeroso pubblico partecipe all'evento, è stato il segno più evidente di una iniziativa creativamente vincente e che riguarderà altre città. Alla Direttrice abbiamo voluto rivolgere qualche domanda:
Un omaggio alle città italiane attraverso l'arte, non solo la semplice fotografia, sembra la scelta più vincente e di maggior presa'”
-Si, senza dubbio, visto anche il successo che questo album con i disegni ad acquerello di Chiara Rota ha riscosso!
Quale sarà la prossima tappa di questo ideale artistico filatelico giro d'Italia?
- Napoli, un omaggio ai mille colori della città partenopea
Si affiderà il progetto alla stessa Chiara Rota?”
-Vedremo. L'esito finale è sempre il frutto esecutivo di un accordo collettivo. Per ora pensiamo a questo album che, con le imminenti festività natalizie, si presta ad essere una originale idea regalo.
    Antonio Miredi

                               

                    Il simbolico momento dell'annullo filatelico con Paola Brugaletta (la prima a sinistra dell'immagine)

lunedì 7 ottobre 2019

DAL FUOCO DELLA GUERRA AL FUOCO DELLA FEDE


La bambina icona della guerra del Vietnam racconta il suo percorso di dolore e di speranza
di Antonio Miredi


"Non possiamo cambiare la Storia, ma con l'amore possiamo guarire il futuro"
Kim Phùc

La foto è sconvolgente: dei bambini terrorizzati scappano, fra questi una, al centro, è nuda, piangente, le braccia penzolanti, aperte, bruciano.
E' l'8 giugno 1972, un giorno in cui è avvenuto l'ennesimo bombardamento al napalm nel Sud del Vietnam, nel conflitto che da quasi vent'anni vede contrapposte le forze insurrezionali filocomuniste e le forze governative, con il coinvolgimento degli Stati Uniti d'America a difesa della Repubblica.
Non sono molte le fotografie che fanno la Storia e che la cambiano.
Una di queste è quella di Nick Ut, il fotografo dell'agenzia Associated Press che ritrae Kim Phùc, la bambina nuda e piangente.
La sconvolgente immagine fa il giro del mondo, smuove le coscienze e accelera la fine della guerra più di mille negoziati. Per questa foto, entrata oggi nella storia, Nick Ut si aggiudicherà il prestigioso premio Pulitzer.
Ma che fine ha fatto quella bambina, la cui sconvolgente immagine rimane ancora scolpita nella memoria visiva di milioni di persone?
Oggi è una donna con un sorriso contagioso e sereno, moglie, madre e nonna appagata. Non è stato facile, non è stato breve il percorso di atroce sofferenza e interiore angoscia che ha dovuto subire.
Il calvario è stato prima fisico e poi psicologico. Data per morta, Kim Phùc è stata salvata dallo stesso fotografo Ut, portata di ospedale in ospedale, sottoposta a vari interventi di chirurgia plastica, alla spalla e al braccio sinistro, la cui pelle era stata bruciata e strappata dal calore della bomba al napalm.
E quando poi è arrivata finalmente, in età giovanile, la scelta di riprendere il tentativo di una vita normale, attraverso gli studi universitari, ecco arrivare la cappa oppressiva dei funzionari del governo statale, pronti sempre a sfruttare a fini politici, la sua immagine.
Una nuova prigione per la mente, dopo quella del corpo martoriato dalla guerra. Tanto da farle meditare il suicidio.
A salvarla, un libro, trovato per caso in una biblioteca di Saigon, dove aveva cercato un'oasi per isolarsi e nascondersi.
Il libro è la Bibbia, dove Kim vede in un passo del Vangelo, in cui si parla della sofferenza di Cristo, la testimonianza di una prova.
La speranza di una salvezza spirituale, e ritrovare così anche un senso della vita.
Il percorso esistenziale di Kim ha da questo momento una decisiva svolta.
Tutto questo è raccontato in un libro pubblicato in Italia grazie a Scripsi, il marchio editoriale della Casa della Bibbia di Torino.
Il messaggio di pace e di speranza che Kim Phùc trasmette attraverso il libro è un forte messaggio di fede con l'esempio quotidiano, capace di toccare i cuori degli uomini più delle vuote o pretestuose ideologie politiche, pronte a essere facilmente strumentalizzate e manipolate.
Kim Phùc è oggi ambasciatrice di pace dell'Unesco e ha fondato la Kim Foundation International, con il compito di reperire fondi per il lavoro di assistenza medica gratuita ai bambini vittime delle guerre e del terrorismo.
Un orrore che continua a insanguinare il mondo.
Antonio Miredi


                               
                                      Kim Phùc, foto © Patrizia Foresto


Il libro “Il fuoco addosso” è stato presentato a Torino, unica tappa italiana di un tour europeo, prima al Campus della sede ONU-Unesco, il 5 ottobre 2019 e il giorno successivo presso il SERMIG- L'Arsenale della Pace.


 Kim Phùc Phan Thi, Il fuoco addosso
Scripsi edizioni, Torino, 2019

sabato 19 agosto 2017

I cento anni della canzone "Reginella"

Un secolo fa il poeta Libero Bovio, su musica di Gaetano Lama, scriveva un classico della canzone napoletana esportabile nel mondo.
 

                                                      Lo spartito di "Reginella", 1917


CON  REGINELLA LA SCIANTOSA CANTA  IL DECLINO DELLA "BELLE EPOQUE"

Testo di Antonio Miredi

T'aggio voluto bene a tte!...
Tu m'è voluto bene a me!...,

   E' il 1917 quando il poeta, drammaturgo, giornalista Libero Bovio scrive "Reginella", una delle canzoni napoletane più conosciute e amate nel mondo.
E' l'epoca in cui  una vera canzone italiana non esiste ancora, e fra le canzoni  in lingua dialettale, solo quella napoletana è esportabile e in grado di tenere alta la nascente produzione discografica italiana. Il testo di Reginella racconta il rimpianto di un amore finito, quel tempo in cui i due innamorati potevano sentirsi tra loro Re e Regina!
L'amore riempiva  tutto, ci si accontentava di campare  a "pane, cerase e vase". Ma la moda francese
delle "sciantose" ha  travolto ogni ingenua semplicità e anche l'amore, svanito in un pensiero "distratto" di qualche fugace incontro. Gli  abiti si sono fatti scollati, il cappello ornato di nastri e rose. Il testo mesto di Bovio è reso sapientemnete ancora più  dolceamaro con la musica in tempo  di valzer  del maestro Gaetano Lama.

         

                                                         Il maestro Gaetano Lama


                                                             Il  poeta Libero Bovio

Ma è cambiato anche il clima sociale quando la canzone è pubblicata. Si è ancora nella piena carneficina della prima guerra mondiale e l'atmosfera allegra e spensierata della Belle Epoque vive ormai  il suo declino, anche se le sciantose continuano a esibirsi  e cantare  al Salone Margherita di Napoli, primo vero cafè-chantant di stile francese in Italia.
La canzone Reginella  ci riporta in pieno al tempo delle sciantose, il tempo in cui la lingua napoletana impone anche nell'uso della lingua nazionale la sua disinvolta volgarizzazione di termini stranieri come la parola francese  chanteuse.
 La prima sciantosa a cantare "Reginella",  è naturalmente una napoletana. Griselda Andreatini, in arte Gilda Mignonette. Il suo successo è tale che, dopo aver recitato nella compagnia teatrale di Raffaele  Viviani, torna a canatre le sue canzoni napoletane, trasferendosi a New York.
Qui, la "Regina degli emigranti",  come viene subito chiamata, difenderà l'orgoglio partenopeo e italiano, anche in pieno conflitto della seconda guerra mondiale, quando sarà costretta ad esibirsi in maniera discreta. Gilda Mignonette non dimenticherà mai la sua Napoli, fino a convincere il marito a ritornare in Italia, per poter morire alle pendici del Vesuvio.
Si spegne sul mar Mediterraneo, a poche ore dall' approdo a Napoli,  a bordo della "Homeland".
Ma questa è un'altra storia.
Antonio Miredi


                                                              Glida Mignonette




                                               Gilda Mignonette canta "Reginella"


Moltissimi i cantanti che hanno nel tempo ripreso "Reginella". Notevole l'interpretazione di Roberto Murolo. Negli anni ottanta e novanta è ripresa, fra i tanti, da Massimo Ranieri e Mia Martini.
Ancora oggi "Reginella" regna sovrana nel repertorio napoletano.




                   La notevole interpretazione di "Reginella" di Roberto Murolo















mercoledì 9 agosto 2017

Il Mito Dalida torna alle sue radici calabresi



   A trent'anni dalla scomparsa della Diva internazionale, Serrastretta celebra la sua Iolanda Cristina Gigliotti, in arte DALIDA, con uno spettacolo evento e grande attenzione da parte delle istituzioni politiche locale e regionale.


                                                  Il Manifesto dello spettacolo evento


                                            DALIDA: UN MITO OLTRE IL TEMPO

                                                   di  Antonio Miredi

   Un Mito, un vero mito, è tale solo se è capace di sfidare il tempo, oltrepassandolo, incarnando una figura archetipica in cui riconoscere tutte le diverse sfumature dei sentimenti e le declinazioni di una vita. Se il nome Dalida è oggi una Icona intrenazionale che va oltre la sua stessa immagine di cantante popolare capace di attraversare le stagioni e le mode musicali dell'epoca, in continua metamorfosi fisica e interpretativa, è perchè il suo essere artista di originalissimo talento  possiede quello che Roland Barthes, a proposito di mitologie moderne, indicava  come il dono di un magnetismo enigmatico.
   Un carsima riconducibile all'antico mondo greco, con quel senso di tragico oscuro e allo stesso tempo di luminosa felicità, culla geografica da dove sono scaturite, con il soffio delle Muse, tutte le mitologie del nostro Occidente.
Per capire meglio il mito Dalida bisogna partire da qui, non solo dal successo internazionale arrivato con  Parigi, e nemmeno dalle esotiche suggestioni orientali  con  il Cairo che pure le ha dato i natali.
   Le radici culturali, quelle stesse radici che hanno la stessa forza vitale del sangue, appartengono alla italianità, alla "calabrisella" Jolanda, pronta fin da bambina,  con il suo sogno capace di guardare da vicino e lontano, a rappresentare tutto quel mondo ancestrale e sempre nuovo che la voce, la teatralità delle mani, la sinuosità dei capelli, l'ambiguità degli occhi di Venere, hanno poi saputo liberare.


          Una foto di Dalida che ben rappresenta la mediterranea "calabrisella" Jolanda Gigliotti

   La Magna Grecia di terra di Calabria, ecco la ragione più profonda del mito Dalida con  quelle radici  lontane riconducibili a Serrastretta, questo ameno paese nel verde della pre Sila, ma anche terra amara di emigrazione, e da dove partì in cerca di fortuna, nella terra delle Piramidi,  nel lontano fine Ottocento, un esponente del ramo della famiglia Gigliotti.
   Si può capire allora la fierezza dell'attuale primo cittadino di Serrastretta, il sindaco Felice Maria Molinaro, quando con orgoglio mostra tutta la documentazione ufficilae che si conserva in Municipio e che spiega e legittima questo passaggio obbligato.
Ma c'è voluto del tempo, bisogna dirlo,  prima che il Mito Dalida avessa la sua degna  grande attenzione istituzionale  da parte della Regione Calabria.
   A Serrastretta, già famosa, Dalida vi arrivò nel 1962, durante un suo tour canoro, e come testimoniano i filmati in biaco e nero dell'epoca, fu accolta comeun capo di Stato. Il filmato Rai ce la fa vedere  ancora palpitante di emozione, quasi intimidita, con quell'aria di ragazzina pronta a lanciare baci, dal balcone e per strada, tra le fila delle folla festosa, baci volanti come leggere colombe.
   A trent'anni dalla scomparsa, Serrastertta è tornata a celebrarla in modo esemplare con un evento spettacolo che arriva anche sull'onda di una attenzione mediatica che negli ultimi tempi non è mai mancata, grazie ai contributi televisivi, cinematografici, teatrali, e alle ripresa delle sue canzoni da parte di artisti famosi italiani e internazionali.
   Dalida è tornata alle sue radici e qusta volta l'Omaggio non sembra avere un suggello effimero dal momento che è una realtà il finanziamento regionale di un Auditorium Dalida che nascerà proprio a Serrastretta. A ricordarlo e a raccogliere altre sfide culturali future è stato infatti proprio il Governatore della Calabria, Gerardo Mario Oliverio, autorevola presenza dell''evento, e che non ha mancato di ricordare tanti altri celebri talenti calabresi, come Gianni Versace.
   Lo spettacolo si è snodato altrenando canzoni ed interviste, leggerezza e nostalgia.
La leggererzza, col suo ciuffo colorato di ironia, l'ha presentata soprattutto Cristiano Malgioglio, che pur non avendo conosciuto di persona Dalida e con il rammarico di non aver potuto scrivere canzoni su misura per lei, l'ha ricordata con sincero affetto, come una delle vere dive di statura internazionale
Al contrario dei pseudo talenti canori di oggi che si limitano a muovere la bocca sennza nessuna gestualità interpretativa.
  A riproporre alcune canzoni dell'artista, mi piace  segnalare la presenza dell'attrice Maria Letizia Gorga, che dal 2003 porta sulla scena con intelligenza e sensibilità  il suo racconto viaggio "Dalida. Avec le temps" scritto da Pino Ammendola.
  La verve napoletana con la canzone Bambino è arrivata invece con Carol Lauro, già conosciuta a Serrastertta, che con la sua sinuosa figura ha voluto proporre una sua personale "imago" Dalida.
    Thierry Savona, presidente Fan Club Dalida Forever, e responsabile pubbliche relazioni web , per la prima volta a Serrastretta, è stata un'altra autorevole presenza di racordo internazionale.
Era doveroso poi alla fine dare la parola sul palco al nipote di Dalida, Luigi Gigliotti, autore di un libro con ricordi di famiglia, libro che fu presentato nel 2009 proprio a Serrastretta.
   Luigi Gigliotti è figura emblematica della famiglia Dalida, anche per il nome che porta. Luigi venne alla luce proprio in quella primavera del1967, quando Dalida dopo la tragedia Tenco, si riaffacciò alla  luce della vita a poco a poco. La sua nascita sembrò una benedizione e dono del cielo.
   Luigi ha portato anche i saluti dello zio Bruno Gigliotti, in arte Orlando; il fratello di Dalida, è bene ricordarlo, è stato ed è  ancora l' artefice-demiuugo che difende e tiene viva la memoria artistica del mito Dalida.
 La serata evento  non poteva non essere anche una felice rimpatriata rispetto ai tanti ammiratori di Dalida che non hanno voluto mancare a questo importante appuntamento, arrivando dalla Francia, da Torino, dalla Sicilia...
   Una menzione speciale la voglio fare  alla ASSOCIAZIONE DALIDA' (l'accento sull'ultima vocale fa parte del logo-marchio  dell'associazione). A questa associazione io sono particolarmente legato e affezionato, ancora prima che nascesse la Casa-Museo Dalida, nata  grazie a una  caparbia volontà e all'inizio senza ancora una concreta attenzione delle istituzioni,  arrivata man mano nel tempo. E  io mi porto nel cuore anche il personale  contributo storicizzato, fin dal mio primo arrivo sulle tracce delle radici del mito Dalida, nel lontano 2004, in un viaggio avventuroso ed emozionantissimo, a portare un incorraggiamento che nel tempo si è rivelato lungimirante
   L'evento per me forse ha chiuso un mio esistenziale  cerchio, ma per Serrastretta, l'Associazione, la  bella terra di Calabria, non è che un nuovo inizio, pronto a raccogliere sempre più ardite sfide.
  Ha ragione infatti quando Franco Fazio, il presidente dell'Associazione Dalidà, ricorda come il senso più autentico della Casa-Museo a Serrastretta è quello di "Custodire e testimoniare una memoria che non può però rimanere sepolta in questo luogo ma deve saper sempre creare sinergie culturali ed artistiche con l'Italia, Parigi, il mondo".
Il Mito in fondo non è che un Eterno Ritorno. 
        (© Antonio Miredi)

                      Luigi Gigliotti Thierry Savona davanti al bronzo dedicato a Dalida, dall'artista  Francesco Gallo, in arte Inis  ( foto di Angello Aiello, segretario dell'Associazione Dalidà)

  




martedì 8 agosto 2017

AIla Reggia di Venaria la Mostra su Boldini


   Dopo Roma, con più di 100 opere, fra oli e pastelli, torna  la mostra dedicata all'artista Giovanni Boldini, nella magnificenza della aristocratica cornice di Venaria Reale e con suggestive novità.


                                        Boldini, Ritratto di donna  Franca Florio, particolare


                   IL SENSUALE VORTICISMO DI BOLDINI

                            di Antonio Miredi



   Se le atmosfere, i costumi, la mondana eleganza, appartengono di diritto alla Belle Epoque, con quelle pose sinuosamente decadenti e foriere di tristi presagi,  Boldini è artista straordinariamente innovativo e avanti il suo tempo, per essere ingabbiato in questa cornice di stagione storica.
   E' nel suo dinamismo cromatico, nel suo sensualissimo vortice che si stende  in tutta la sua magnificenza, l'inconfondibile cifra di Giovanni Boldini.
Pennellate come sferzanti sciabolate di una tale vorticosa energia da non poterla trattenere in nitida chiusa forma.
   E sono soprattutto quasi eslusivamente i ritratti femminili a venire esaltati, protagoniste come sanno essere le donne di una teatrale messa in scena di  voyeuristico desiderio esclusivo.
Quello che noi possiamo ancora ammirare è il fantasma di un desiderio sublimato o vissuto in prima persona dallo stesso artista.

                                                         Boldini, La lettura a letto

   Già in Esposizione a Roma , la mostra dedicata a Boldini è approdata in piena estate nelle sontuose stanza della Reggia di Venaria Reale, con significativi nuovi apporti.
 Un allestimento Liberty, studiato apposta dalla Fondazione Arte Nuova, e  filmati del Cinema Muto degli anni '10, prestati dal Museo del Cinamea di Torino.


La Mostra è visitabile  fino al Gennaio 2018



Info al link:   www.lavenaria.it




domenica 25 settembre 2016

Il CIBO OCCUPA TORINO CON SLOW FOOD


"Noi siamo quello che mangiamo. Noi siamo quello che abitiamo"


SLOW FOOD e TERRA MADRE festeggiano rispettivamente i 30 e 20 anni invadendo Torino, dal Parco del Valentino a Piazza Castello.
Il cibo declinato in tutti i modi lungo la circonferenza della Terra.


                                                                                            
                                       © photo Antonio Miredi, Torino, Castello del Valentino





Una vera invasione  del cibo, da tutto il mondo, con i suoi sapori, le sue particolari caratteristiche, le sue  possibili problematiche e necessità.
Il  cibo declinato in tutti i modi, come cibo stesso innanzitutto, e come cultura nel suo ampio spettro di significati ed espressioni linguistiche: L'Arte, l'Antropologia, l'Ecologia della Terra.
Mostre. dibattiti, conferenze, forum e ancora presidi, degustazioni negli stand regionali ed internazionali.
Il tutto soprattutto nell'area del grande Parco del Valentino, fino ad arrivare a Piazza Castello, altro fulcro della importante  manifestazione  internazionale che rende  ancora una volta la città subalpina vero laboratorio e osservatorio permanente, proiettandola in una progettualità che può essere presa come esempio e stimolo.
Un modo anche per risarcire Torino dalla recente ferita legata alla perdita del suo Salone internazionale del Libro, nodo ancora irrisolto.
L'uscire dal chiuso del Lingotto, dove la manifestazione legata al cibo veniva svolta, pare un esperimento ed occasione vincente e quindi da ripetere i prossimi anni. Naturalmente con nuove sorprese e novità, perché Slow Food e Terra Madre in questi anni sono stati protagonisti di un altro modo di vivere e pensare il cibo e il pianeta in cui viviamo e che lasciamo in eredità.
(antonio miredi)

  
www.salonedelgusto.com/it/



venerdì 8 aprile 2016

Ultimi giorni al Castello di Mirandolo per il Tempo di Caravaggio




                                    
                                      
                                                    Caravaggio, Maddalena Penitente




IL SOGNO DI CARAVAGGIO NEL SUO TEMPO

   di Antonio Miredi




   Dopo Lorenzo Lotto, la figura di San Sebastiano, ci voleva Caravaggio per creare un altro evento artistico-culturalòe al castello di Mirandolo in Piemonte, luogo di per sé già suggestivo.
La mostra che si chiuderà il 10 aprile 2016, è  intitolata “Caravggio e il suo tempo", curata da Vittorio Sgarbi  con la collaborazione di Antonio D’Amici, perché le sale espositive ci raccontano la forza della “febbre” rivoluzionaria che toccò la pittura nella stessi anni della presenza a Roma, verso la fine del 1500, del grande artista lombardo, fino a quasi tutta la prima metà del ‘600, quando il Barocco spalanca la porta a  un ritorno all’idealismo tradizionale e classico in pittura, facendo scivolare  Caravaggio e tutti i pittori ammiratori “caravaggeschi” nell’oblio più assoluto.
   Occorrerà che si arrivi al Novecento per una riscoperta sorprendente iniziata nella Calabria di Preti e  con la mostra di Milano, e che determina  la consacrazione internazionale di Caravaggio.
  Oggi “il più famoso pittore dell’antichità, persino rispetto a Michelangelo” come ha ricordato Sgarbi intendendo con questa iperbole di giudizio storico-artistico alludere alle novità rivoluzionarie di un realismo sociale in grado di anticipare la fotografia.
E la stessa drammaticità cinematografica, bisognerebbe aggiungere, capace di spiegare  quell’enorme richiamo internazionale, tutt’ora  presente, nei confronti non solo dell’opera ma anche della vita  “maledetta” di Caravaggio.
 Perno su cui ruota tutta la mostra, e che fa da bellissimo Manifesto, non è un quadro tuttavia ”drammatico”, almeno nella sua prima apparente e statica visione.
Si tratta  della “Maddalena penitente” arrivata per la prima volta in Piemonte dalla Galleria Dora Panphili di Roma.
   Una  giovane  modella “addormentata”, in abiti di scena, con gli unguenti e i monili preziosi abbandonati a terra e con le bellissime  mani intrecciate nella contemplazione quasi di un “sogno”
 In questa apparente staticità vi è giù tuttavia annunciata la scelta rivoluzionaria e incendiaria dell’artista nel “catturare”  la realtà nel suo essere verità di un accadimento, anche imprevisto.
Un assoluto capolavoro già agli inizi  della carriera di Caravaggio, in grado di suscitare  meraviglia e nello stesso tempo turbamento.
Il turbamento di trovarsi non davanti a una figura di rassicurante devozione ma di fronte al “mistero” della realtà che non si può del tutto catturare se non arrendendosi al suo stesso accadere.
   La lacrima che suggella il pentimento ecco perché ci appare quasi posticcia, se non addirittura impercettibile, al punto da sfuggire anche allo sguardo dello spettatore, concentrato invece nella posa delle mani e al volto della fanciulla smarrito in chissà quale  mondo interiore.
   Dorme? Sta sognando? E perché dorme? E cosa sta sognando?
Caravaggio di certo è stato “il sogno della pittura ” di tanti artisti, diversi per area geografica o per temperamento, i quali ispirandosi  e partendo da questo  paradigma pittorico hanno lasciato nel tempo un loro inconfondibile segno.
Antonio Miredi

Caravaggio e il suo tempo
dal 21 novembre 2015
al 10 aprile 2016
Per info e prenotazioni 0121/502761