martedì 7 giugno 2011

Emilio Salgari: un'Avventura dipinta


      L'opera di Guido Appendino che fa da Locandina allo mostra di Torino su Salgari

Sàlgari o Salgàri? Le generazioni dei lettori ed ammiratori di Emilio Salgari si sono sovente interrogati sulla esatta pronuncia. Ma al di là della correttezza linguistica (Salgàri, essendo il suo tipico cognome fitonomico, cioè derivante da una pianta, e in questo caso, il salice che in dialetto veneto suona salgàr) per tutti, anche per coloro che oggi non lo leggono più ma ne conservano la memoria attraverso le varie trasposizioni cinematografiche e televisive, il nome Emilio Salgari significa semplicemente l’Avventura dipinta con la Fantasia.
Torino nella ricorrenza della tragica morte del prolifico scrittore veronese, avvenuta il 25 aprile di cento anni fa,  gli rende un piccolo omaggio con un allestimento di dipinti, non a caso intitolato “Salgari-Dai Racconti alle immagini", curato dal referente della sezione Cral Arti Visive della Regione Piemonte, Gianfranco Gavinelli, presso la centralissima e funzionale sala incontri e ufficio Relzioni Pubbliche delle regione Subalpina.
Un’avventura  letteraria  ed immaginaria quella di Salgari rivissuta attraverso la pittura e il disegno con uno spaccato di stili e tecniche diversificate   pronte a essere un richiamo visivo, anche se con un esito artistico non sempre per tutti di significativa forza espressive e di personale cifra.
In ogni caso un doveroso omaggio letterario-figurativo che permette di ricordare e perché no, magari finalmente riscoprire un artista della penna vissuto e morto per la sua vocazione, sovente sfruttata da chi si è   arricchito alle sue spalle senza scrupolo. (Antonio Miredi)

La mostra è aperta fino al 1 luglio 2001, a Torino, in  via Arsenale 14/g
con il seguente orario: lunedi-venerdì 9,00_13,00/ 14,00-16,00.


                          Ines Daniela Bertolino, Sono la tigre, ti spio tra le onde, acrilico su tela

La Tigre, l'archetipo simbolico della'Avventura letteraria di Salgari, l'immagime indimenticabile di tutte le Tigri di Mompracem, mentre sembra uscire dalla tela spiando lo spettatore per niente atterrito, dalle onde del blu caro alla Bertolino. Un colore apparentemente freddo ma in realtà carico di calda immaginativa emozione, il mondo silenzioso e intimo dell'artista.

                       Rosalba Prestigiacomo, Donne indiane, olio su tela

L'esotismo caro a Salgari non annulla il realismo  profondo come il mondo femminile indiano, sintesi efficace di un mondo magico e misterioso anche quando è umile ed avvolto nella miseria sociale.

 Rosamaria Scimone "I ricordi del Corsaro Nero"  carboncino con lumeggiature a tempera


Salgari non è solo Sandokan con le sue Tigri  e la Perla di Labuan, è anche il ciclo dei Pirati della Malesia con soprattutto Il Corsaro Nero, visione fantasmatica come nell'opera della Scimone pronta a evocare vascelli, arrembaggi, naufragi, vessilli di morte, tesori reali ed immaginari, il tutto nell'alone di una Fantasia che naviga il mare inesauribile dei Ricordi...


            Dede Varetto, "Sogno dietro la Mole" carboncino e acrilico

Salgari ha dipanato la maggior parte del suo sogno d'Avventura, trasferito nell'inchiostro della scrittura, nella città Subalpina. E dietro il simbolo più emblematico della città, Varetto con sapiente maestria nell'eseguire un ritratto, con la forza immaginativa ci ricorda che realtà e fantasia non hanno confini certi. Una bandana allora può bastare per trasformare un viso conosciuto in un pirata dagli occhi sognanti...


(Il manifesto della Mostra riprende il mondo colorato e favolistico di Appendino, carico di lontani  rimandi araldico-medievali-rinascimentali e miniature dall'inconfondibile gusto illustrativo e decorativo.

Antonio Miredi


                                                           (by ItaliaClip risorsa Youtube)


L'indimenticabile sigla dello sceneggiato televisiovo di Sergio Sollima, con le musiche dei fratelli De Angelis. Era il 6 gennaio 1976 e sulla televisione  italiana, pronta a passare  al colore, il ruggito della Tigre della Malesia si mutava in quello di Sandokan con il volto dell'indiano Kabir Bedi.




                                                       Kabir Bedi

domenica 5 giugno 2011

Un bacio vince il primo Premio Bottari Lattes Grinzane

                                              lo scrittore Colum McCann    photo by Bourke


E' lo scrittore  irlandese naturalizzato statunitense Colum McCann il supervincitore del primo Premio Bottari Lattes Grinzane, con il romanzo "Questo bacio vada al mondo intero" edito da Rizzoli.
La scelta finale è stata affidata a giovani studenti licelai di sei scuole italiane più una argentina, e riguarda la sezione "Il Germoglio" dedicata ai migliori libri di narrativa italiana e straniera pubblicati nell'ultimo anno.
Il romanzo di McCann, il cui titolo originalale è "Let the Great World Spin" due anni fa ha già vinto il National Book Award, ma  questo è sicuramente un premio del tutto speciale perchè arriva  da una Fondazione e Associazione nate con un alto intento morale e dal "piacere e riscoperta  delle lettura" dimostrata dalla giovane giuria.


QUESTO BACIO VADA AL MONDO INTERO- RISVOLTO DI COPERTINA

"New York, agosto 1974. La città si ferma, come incantata, e guarda in alto: un funambolo sta attraversando il vuoto tra le Torri gemelle, in equilibrio su un cavo d’acciaio, a centodieci piani d’altezza. Intorno all’enigmatica figura di Philippe Petit, eroica e insieme così fragile, e alla sua passeggiata tra le nuvole, Colum McCann costruisce un romanzo fatto di storie e voci intrecciate, il ritratto autentico e coinvolgente di un’America in bilico fra sogno e tragedia. All’ombra di quelle torri, simbolo di potere e presagio della caduta che verrà, si incrociano le vite di Corrigan, folle di Dio che ha trovato il suo Terzo mondo nel Bronx; della prostituta Tillie, a trentotto anni già nonna, e non ancora sconfitta dalla vita; di Claire, chiusa nel suo lussuoso appartamento nell’Upper East Side a piangere il figlio morto in Vietnam; di Gloria, discendente di schiavi, che condivide lo stesso dolore. Con Questo bacio vada al mondo intero McCann dà forma a un’epopea corale di straordinaria universalità. Al centro di tutto, l’indifesa bellezza della vita, sospesa come un equilibrista sul filo."










 La sfida follemente poetica del funambolo Philippe Petit alle Torri Gemelle di New York, il 7 agosto 1974, prima dell'altra feroce e ferina sfida dell'11 settembre 2001, quando le Twin Towers si sono polverizzate facendoci pensare l'Occidente e il mondo con occhi ben diversi.




giovedì 2 giugno 2011

Il Cristo morto di Mantegna accostato a Che Guevara


La 54esima esposizione della Biennale Arte di Venezia si apre a cura della svizzera Bice Curiger, che ha voluto intitolare il suo percorso di arte contemporanea ILLUMInazioni (doppio richiamo ai temi della luce-ragione e della globalizzazione del pianeta) e con il Padiglione Italia sotto la direzione del nostro Vittorio Sgarbi.
Non nuovo alle polemiche, il critico italiano ha operato una scelta di spiazzamento perchè ha condiviso la selezione delle opere con le scelte libere degli intellettuali che hanno aderito di partecipare, all'insegna del motto: "L'Arte non è Cosa Nostra"
L'idea iniziale di Sgarbi, stando alle informazioni della stampa giornalistica, in realtà al'inizio era ancora più provocatoria e si limitava alla scelta di accostare  due  sole opere: il famoso dipinto del Mantegna, "Il lamento sul Cristo morto" con la  cruda fotografia del rivoluzionaro Che Guevara, catturato ed ucciso.
Un modo per dileggiare, ancora una vlta,  l'Arte Contemporanea asservita solo alla logica del Mercato e ormai lontana da qualsiasi canone di Bellezza e  Verità?
Nienet affatto. L'accostamento, da un punto di vista artistico, ha una intrinseca forza espressiva oltre che simbolica. Al punto che non è neanche un'idea originale ma una sorta di Archetipo, un' idea platonica scivolata  attraverso la comunicazione di massa nell'immaginario collettivo vissuto da tutti coloro, me compreso in tempi meno recenti, che hanno visto entrambe le figure, provando emozione e commozione.
La valenza artistica che fa da legame a questo accostamento apparentemente arbitrario o persino blasfemo, è il sentimento ormai dimenticato della Pietas. Un concetto, se lo vogliamo riportare alla sua autentica  antica matrice linguistica, gravido di qualcosa di irrimediabilmente oggi perduto: la profondità di un rispetto  e di una devozione al contempo umana e religiosa.
 (Antonio Miredi)



Andrea Mantegna, Lamento sul Cristo morto, il capolavoro che merita una visita esclusiva a Milano alla Pinacoteca di Brera.




  Che Guevara morto 1967    Bolivia (Vallegrande) - foto Freddy Alborta

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mercoledì 1 giugno 2011

Capolavori a meno di un caffè


I Grandi quotidiani nazionali  più volte ci offrono la bella occasione di formarsi una Biblioteca familiare con i capolavori della Letteratura Universale, e ad un prezzo davvero speciale: il costo di appena un caffè preso velocemente al banco di un bar!
Il quotidiano la Repubblica ha aperto l'iniziativa della collana di capolavori della Narrativa con il lungo racconto La LINEA D'OMBRA di Joseph Conrad. Una storia di formazione ed educazione alla vita vissuta con l'avventura del mare.
La novità di questa collana,  con titoli già altre volte fatti uscire insieme al quotidiano, risulta  la scelta vincente di arricchire l'opera letteraria con le introduzioni  inedite degli scrittori più amati di oggi. A presentare il capolavoro di Conrad è Roberto Saviano, conosciuto  più come coraggioso  testimone civile che autentico talento letterario. Saviano ha invece una felicie sapienza letteraria come dimostrano le sue belle pagine di apertura al libro.

"Spesso un libro ti sceglie, non lo scegli tu.Te lo trovi lì  dinanzi al naso, magaria a buon prezzo, e lo compri. O ti arriva  tra le mani come regalo. Ma quando lo apri senza aspettarti nulla, ti accade che dalle sue pagine ti venga incontro qualcosa che sembra scritto apposta per te in quel momento.
E infatti il libro che rileggi non è mai lo stesso. Non è la stessa cosa leggere un libro a vent'anni o a cinquanta, mentre sei in guerra o in pace, se dentro di te porti un tormento o sei sereno, se rubi la lettura di nascosto o se leggi sdraiato su un  prato con il sole coperto dalle pagine. Un testo è necessariamente una mistura tra l'inchuiostro visibile versato sulla pagina  e quello che prende forma attraverso i tuoi occhi e depositandosi nell'anima..."

(dal'introduzione di Roberto Saviano a Conrad, La linea d'omra, La Biblioteca di La Repubblica)

 la copertina del libro nella lingua originale inglese





LE PRIME  RIGHE:

"Solo i giovani hanno di questi momenti. Non intendo dire i giovanissimi. No. i giovanissimi, per esssere esatti, non hanno momenti. E' privilegio della prima gioventù vivere in anticipo sui propri giorni, nella bella continuità di speranze che non conosce pause nè introspezione.
Uno chiude dietro di sè il cancellettto della fanciullezza - ed entra in un giardino incantato..."

Joseph Conrad, La linea d'ombra, traduzione di Flavia  Marenco

martedì 31 maggio 2011

Il poeta come Angelo Moderno Ferito

                                                          photo by Edoardo Eggel


IL  POETA E LA  SUA FERITA DI ANGELO
di Ilaria Gallinaro
La fredda ricerca del filologo erudito contrapposta alla calda verità della poesia? In realtà non so se condividere a pieno una così netta contrapposizione: certo è che, posta in un altro modo, la questione presenta un risvolto affascinante. Il poeta attinge a delle verità importanti alle quali la filologia darà poi un volto più definito… E allora poco importa distinguere filologia e poesia: entrambe hanno il compito di svelare l'opera d'arte, ciascuna con i suoi strumenti, ciascuna per la sua strada, l'una non meno nobile e preziosa dell'altra. Miredi racconta una volta ancora ( e chissà quante volte ancora dovremo raccontare queste favole perché davvero esauriscano il loro potere di conoscenza) alcuni dei miti greci e dice di farlo con una “poetica coerenza filologica”: sceglie fonti ben precise, le compara, le analizza, con lo scopo di spiegarle più a fondo, di piegarle a una ragione nascosta. Sceglie tra tutte le storie che la Grecia ci ha consegnato, “le maschere del poeta”, tutte quelle figure che portano con sé la ferita, il taglio dal quale nasce la poesia. E' sempre una frattura quella che genera la poesia: quella primigenia tra i nomi e le cose, che ci impone di rinominarle infinite volte alla ricerca del vero significato, della possibilità sempre lontana di saldare lo iato, poi quella tra i tempi della vita, tra desiderio e rimpianto, tra speranza e nostalgia, sempre sospesi al di qua o al di là del presente, poi tra noi e gli altri, tra noi e e noi stessi. Da queste fenditure nasce la poesia, o meglio sgorga, come linfa dalle fessure dei tronchi, come le figure, questa volta al di là di ogni vuota e scontata metafora, pensate da Miredi: da un tronco spaccato nasce Adone, un corpo disfatto in un riflesso d'acqua è Narciso, il fegato aperto è il segno di Prometeo, i piedi lacerati quelli di Edipo, una testa staccata dal corpo quello di Orfeo. Miredi ci persuade che solo da un corpo aperto, da un corpo che sanguina, nasce la poesia. E tutto il suo percorso, che si legge nell'ordine in cui dispone le maschere del poeta, tende a disegnare esattamente questo concetto: da Adone, nato dalla ferita di un albero, lui stesso squarciato nel fianco bellissimo da un cinghiale innamorato (il lutto della bellezza). A Narciso, che perde il suo corpo nell'acqua, nella contemplazione della conoscenza (la morte nello specchio della conoscenza), a Prometeo, che si offre al martirio dell'acqua che gli divora il fegato ogni giorno (il dono e il supplizio del fuoco). Poi Edipo, il cui nome significa “dai piedi gonfi”, e la cui storia è quella, ci dice Miredi dell'Innocenza della colpa sacrificata. Chiudono il corte di maschere Ermes ed Apollo in coppia con Dioniso: apparentemente liberi dalla ferita e dal sangue, ma anch'essi segnati da una ambiguità importante, che Miredi mette in luce, titolando i capitoli relativi dell'invisibilità dell'opera e “il doppio oscuro luminoso”. Si tratta, a ben vedere, di una scoperta rappresentazione dell'opera d'arte, un'analisi che, sotto il velo lucente della mitologia greca, mette a nudo l'idea stessa di poesia.Parte dalla superficie del compiacimento estetico, da Adone, la bellezza, l’ordine, l’armonia che è propria dell’opera d’arte anche quando parla di morte e sangue, poi la tentazione di Narciso, Prometeo, e Edipo, tutti tesi verso un viaggio di conoscenza sempre più profondo: dal semplice riflesso dell’acqua, che è la prima conoscenza di sé (e che richiede un sacrificio immenso, la perdita del proprio corpo), alla conoscenza intesa come arte, tecnica, scienza, qual è quella che Prometeo concede agli uomini, pagandola con la tortura dell’aquila, fino alla conoscenza della morte, di chi ci ama e di chi amiamo, ma anche di noi stessi, attraverso Orfeo che non solo vede morire due volte la donna che stava per diventare sua moglie, ma, testa smembrata dal corpo e affidata alle acque sembra contemplare quasi un privilegio inaudito e sconvolgente, la propria morte. E poi Edipo, conoscenza intuitiva e profonda della storia dell’uomo (attraverso l’enigma) e conoscenza devastante della propria (attraverso passi terribili compiuti senza saperlo).Come Narciso attinge a se stesso attraverso un’illuminazione improvvisa e sconvolgente capace di annientare: non è solo più conoscenza di un corpo perfetto, ma di un’anima condannata, che troverà nella cecità, nel sacrificio alla prima percezione, forse la più superficiale potremmo concludere, l’unica consolazione e l’unico modo di percepire il mondo. E dal farsi dell’opera attraverso armonia e conoscenza si giunge all’opera stessa: Ermes, che è invisibile e nasce furfante, e Apollo e Dioniso due volti dell’estasi creatrice, di matrice nietzschiana. Entrambi, come si diceva, ambigui: Ermes perché pone l’opera sotto il segno del furto (ma quanto ci insegna la storia letteraria sull’importanza di rubare a un codice) e dell’invisibilità (l’opera a volte tace, non riesce a far sentire la sua voce e vaga invisibile per il mondo, fino a quando non trova orecchie disposte ad ascoltarla. E quanti destini postumi potremmo raccontare a capolavori immensi!) Apollo e Dioniso a ricordare che tutta l’armonia del mondo che un autore riesce a bilanciare in un’opera sono il frutto il più delle volte di un oscuro lavoro, illuminato sì dai bagliori del talento e dell’ispirazione, ma anche ferito dalla fatica della stesura, della composizione. Ogni autore sorride alla fine della propria pagina, quale che ne sarà il destino e questa è la luce che nessuno potrà togliergli; ogni autore e un po’ un angelo ferito, un lampo di intuizione (l’ala) da imbrigliare e costringere (a volte per fortuna, forzando felicemente le convenzioni ) alle leggi di una lingua, di una tela, di un codice musicale: ed è questa una fatica che ferisce e consola. Il mito greco sopporta anche questa lettura: Miredi ce la offre in pagine piane, che hanno spesso il gusto filologico (questo sì) del procedere a ritroso: ogni storia è narrata con un’attenzione raffinatissima alle cause prime, ogni mito ha radici forti in ciò che lo procede, ogni gesto ha una ragione in un gesto passato. E così chi vuole attraverso il libro per rileggere un’altra volta i miti, trova una ragione in più per apprezzare queste pagine. Per Adone si torna indietro fino a Mirra, sua madre, incestuosa amante del padre, invasata da Venere, che a sua volta si innamorerà di quel fanciullo dal corpo velocissimo e luminoso; per Narciso si racconta tutta la storia di Eco e anche la variante della sorella gemella Narcisa e così via, per giungere al capitolo su Apollo in cui in un intreccio orchestrato con toni da romanzo si ripercorrono le storie più importanti dell’Olimpo, da Leto a Pito, fino a Deucalione e Pirra. E questo racconto che rimbalza all’indietro offre al lettore un punto di vista diverso, un orizzonte più ampio, dal quale tutte le storie già note si legano in una costruzione perfetta, dove le cause e gli effetti si rispondono come gli armonici di una nota, che salgono di frequenza fino a non riuscire quasi più a percepirli, ma colmando delle proprie vibrazioni tutti i suoni che invece giungono alle nostre orecchie. Ogni volta che proviamo a raccontare una storia già scritta non la ripercorriamo mai con innocenza e in modo disinteressato: così Miredi, dicendo ancora una volta i miti greci orchestra le sue voci in un orizzonte nuovo, ampio e segnato da complesse interferenze, offre una sua teoria della poesia e mediata dalle figure mitologiche e forse, di nascosto ma neanche troppo, ci mostra un po’ di sé.
Ilaria Gallinaro


   Antonio Miredi, L'Angelo ferito. Le maschere del poeta. Torino, Omega Edizioni 

domenica 29 maggio 2011

Rolando e il suo cavallo sono tornati a Roncisvalle

                                                           da Histoire de France 1875

"Orlando sente che la morte lo invade / dalla testa sul cuore gli discende. / Sotto un pino se ne va correndo / sull’erba verde s’è coricato prono / sotto di sé mette la spada e il corno..."
Chi non ricorda i versi immortali della Chanson de Roland nella traduzione italiana che ci arrivava felice, sui libri di Scuola Media? Il suono del corno di Rolando invano cervava soccorso,  e la morte dell'eroe come un martire cristiano, arrivava  per fa piangere di nascosto i nostri cuori di ragazzi. Di Rolando sapevamo il nome del suo corno, Olifante, della sua spada, Durlindana, ma il suo cavallo non aveva nome. Impossibile per un Cavaliere avere un cavallo senza nome. La ricerca non è sembrata vana. Il cavallo di Rolando si chiamava Vegliantin italianizzato Vegliantino, e almeno così ci dice la voce arrivata da una bottiglia del mare di Internet.
La morte di Rolando e del suo cavallo sono stati per anni le cantate narrazioni di strada dei Pupari; ma fin dal primo apparire  dell'antico  manoscritto medievale, in francese antico, artisti e poeti in tutta Europa l'hanno evocata. E continuano ad evocarla.
Nei primi giorni di primavera, una domenica  a Torino, in una via del centro pedonale aperta alla libera esposizione di pittori e sculturi, ho incontrato Mario Bassi che esponeva una scultura in fibra di vetro, ad altezza naturale, di Rolando morente insieme al suo cavallo. Un'opera di grande impatto e forza plastica. Ed è stata l'occasione per conoscere la storia affascinante di questa opera d'arte. Bassi nella sua ritrosia e modestia non vuole essere chiamato maestro artista, l'arte è una passione che integra la sua abituale occupazione nel Verbano dove  ama vivere con i suoi cavalli, ma tant'è, la storia e il valore dell'opera restano indiscutibili.
La storia ora ha avuto una tappa importante del suo viaggio: l'opera è arrivata finalmente a Roncisvalle, lì al confine tra la Francia e la Spagna dove Rolando morì, pronta ad accogliere tutti i viandanti che si recano a piedi, in bicicletta, o a cavallo, a Santiago di Compostela, perchè Roncisvalle oggi è un piccolissimo agglomerato proprio sul sentiero che porta al famoso Santuario votivo. Nella sua modestia l'artista oggi è felice di questo ritorno di Rolando e il suo cavallo a Roncisvalle e  con diversa  modestia  anche la Galleria d'Arte  AM_ART oggi è altrettanto felice di dare la notizia in anteprima in Italia e nella planetaria Blogosfera.
Antonio Miredi


  la scultura di Bassi  posata a Roncisvalle  ( foto Bassi)


                                                                   foto Bassi


la targa ad immortalare l'evento (foto Bassi)


                                                        l'opera di Bassi  vista da vicino (foto Bassi)

  (è vietata riproduzione di testo e foto senza citazione degli  autori e della  fonte)

sabato 28 maggio 2011

Susanna Parigi, un coerente percorso di musica e parole


recensione Antonio Miredi

Il suo ultimo Album, "La lingua segreta delle donne", ha riportato Susanna Parigi alla meritata attenzione che si deve verso chi, fin dal suo esordio ha "scalato" la verticalità della musica e della parola.
Musicista, autrice, cantante, compositrice e sempre pronta ad accogliere e farsi accogliere dai talenti più vari come dimostra un suo lontanto ma ancora freschissimo  secondo Album "Scomposta" uscito nel 1999, a cavallo  di un finesecolo che era anche un finemillennio. E che si avvaleva della sensibiltà musicale di Kaballà e dell'acume filosofico di Umberto Galimberti.
"La decima porta" inserita in quell'Album è un lungo  intenso e metaforico pezzo musicale il cui titolo ha già un rimando fantasmatico.


"Sarò cibo per te
Perché tu abbia
Incontenibile fame di me.
Sarò profumo per te
Per entrarti dentro
Fino ai pensieri.
Sarò il bene supremo per te
Per darti la soddisfazione di corrompermi.
Sarò la decima porta per te
per darti tempo amore,
mi riempirai di rose,
e mi sussurrerai.
Sarò sorella per te
perché tu abbia un amore
incestuoso con me.
Sarò grotta per te
per accogliere
il tuo caldo fiume.
Sarò fine di un sogno per te,
quel sogno anche un po' infantile
di esser buono e
sarò il nemico che lotta con te,
sarò per farmi uccidere
da questo amore che
di spalle mi colpirà.
Io sarò un incanto segreto,
un fiume di lava
che scioglie il tuo gelo;
io sarò un rifugio segreto,
un posto speciale,una nicchia di cielo;
io sarò, io…
Sarò la mano per te,
l'adolescente mano
del tuo piacere.
Sarò uomo per te
per poterti entrare fino ai pensieri.
Sarò dolce bilancia per te
di quanto pesa il desiderio
di sentirmi e sarò la lingua che arpeggia su te
sarò come su corde tese,
sulle tue vene roche,
come una musica.
Io sarò un incanto segreto,
un fiume di lava
che scioglie il tuo gelo;
io sarò un rifugio segreto,
un posto speciale,
una nicchia di cielo;
io sarò, io… sarò la lingua che arpeggia su te
sarò come su corde tese,
sulle tue vene roche
come una musica"
(Testo e musica di Susanna Parigi)

  La porta tra evocazione mestafisca e surreale del grande artista Magritte

"Sarò la decima porta per te"




                                                              opera dell'artista Atonio Carena

"io sarò un rifugio segreto,
un posto speciale, una nicchia di cielo"



                                                        caricato da  frAgileNota risorsa YouTube


           ancora Magritte a fare  schermo all'incanto di una voce che celebra eros più celato








La lingua segreta delle donne





recensione di Antonio Miredi

Ha così un forte richiamo letterario, l'ultimo Album di Susanna Parigi, che è facile per chi ha in mente il libro di David Leavitt "La lingua perduta delle gru", scivolare in una sovrapposizione dell'aggettivo perduta-segreta.
Non dunque "La lingua perduta delle donne" bensì "La lingua segreta delle donne" il titolo della quinta "fatica" musicale della  cantautrice. E Susanna Parigi, per sua stessa ammissione, con fatica ha lavorato sulla sua voce dal momento che musicalmente nasce come soprano.
Il tempo le ha dato ragione, la sua è una voce capace di modulare tutta la variopinta e mutevole gamma della sensibiltà femminile.







Ad aprire l'Album è "Liquida" un intenso brano che inizia con un recitato di Lella Costa che con Gianna Schelotto, Pamela Villoresi, Teresa De Sio, Curzia Ferrari, Nerina Morotti arricchiscono il cd di un abbarccio al femminile in una coraggiosa e forte difesa della dignità di tutte le donne: "Mai come in questi ultimi tempi necessaria" stando alle stesse parole della sensibile interprete.

“Mi hai detto
che dalla terra
degli Abitatori dell’orizzonte
tu hai preso un pigmeo
capace di danze divine.
Vieni al Nord
al mio Palazzo
e portamelo subito”

Dalle donne della mia famiglia
ho ricevuto il tempo,
tempo dell’apocalisse,
tempo della trasformazione.
Il viaggio nel tempo.
Liquida,
una vita liquida.
Dalle donne della mia famiglia
so com’era il mondo.
Togliere le scarpe
quando c’era fango,
l’acqua del pozzo e il canto.
E si abbracciavano spesso
nel buio e nel vento
in girotondo.
E io, io
se allargo a croce le mie braccia io
vado avanti e indietro nello spazio e sono,
fui e sarò.
Dalle donne della mia famiglia ho ricevuto il dono.
Il segreto del silenzio e la potenza
dell’immaginazione.
Il viaggio nel tempo.
Liquida,
una vita liquida.
Dalle donne della mia famiglia
so com’è profondo
il legame con il bosco
e con il cielo;
che di bugie si veste il nero.
E che amavano stare
dentro gocce di sale
in fondo al mare.
“Affidiamo le nostre vite
solo a coloro che conoscono
il giusto peso della farfalla
e la formula delle coincidenze.
Se vi aspettate che qui ci si
accontenti di qualcosa di meno
la nostra lingua rimarrà
per voi sconosciuta,
come il silenzio perfetto”









"Liquida": per lasciarsi  trasportare dalla liquida  sensuale purezza di cuore e di voce della cantautrice

venerdì 27 maggio 2011

Le Sirene di Vinicio

                                                          da antico vaso attico


Le Sirene ci arrivano dal lontano Omero il quale  le ha evocate nell' ODISSEA. Nel poema immortale non hanno precise sembianze ma sono semplicemente cantatrici marine  abitanti un'isola del Mediterraneo e che nel canto sanno cone attirare e portare alla morte gli ignari sedotti naviganti.E le Sirene della'aritista Vinicio, arrivato in testa alla classifica degli Album più venduti in Italia dimostrando che ora il vento soffia favorevole alle cose che hanno la bellezza di un capolavoro, ecco, come sono le Sirene cantate dal cantautore Capossela? Da dove arrivano, da quali suggestioni e ispirazioni l'artista  si è lasciato sedurre?

                                                    una sirena secondo il pittore Max Klinger


                                                         Le Sirene cantate da Vinicio Capossela

"(......)

Le sirene
ti  assalgono di notte, create dalla notte
han conservato tutti i volti che hai amato e che ora
hanno le sirene
e ti cantano in coro e non sei più solo
sanno di te
e il meglio di te
è un canto di sirene
e si sente nel rimpianto
di quanto hai mancato
quello che hai intravisto e non avrai
loro lo danno solo col canto

(........)

Le sirene
non cantano il futuro, ti danno quel che è stato
ma il tempo non è gentile
e se ti fermi a ascoltare, ti lascerai morire
perchè il canto è incessante
ed è pieno di inganni
e ti toglie la vita
mente la sta cantando
Uu ùùùùùùùùùùùùùùùùùùùù"

La canzone ci arriva con una musica dolce e soavemente civettuola e nel cd contiene  dopo una certa attesa la traccia fanciullesca e beffarda di un breve ritornello in serenese (lingua tutta da capire  e inventarsi), prende e cattura seppure nella consapevolezza che le sirene sono inganni, inutili attese e che  ci rubano il futuro, con la loro malìa nel cantare del passato e  nel dare solo il "nulla" dela morte.
"Liberarsi dalle afflizioni della speranza, giacchè l'attesa è tessitrice di inganni" è già un'aforisma dell'artista! Ma quando il canto è così arrendevolmente bello, come liberarsne? Legandosi ancora a un albero maestro? E del resto lo stesso Vinicio nella sua recente intervista rilascia a XL di Repubblica ha confessato al mondo: "Ero con l'acqua alla gola, circondato da mostri, mi ha salvato una...SIRENA"

                                            
   La bellissima  Sirena del  simbolista pittore Aristide Sartorio alla GAM di Torino


    Una sirena catturata della Rete: da dove arriverà? La domanda attende  possibili risposte.


                                                     (caricato da bunkertascabili risorsa Youtube)
                               

Dar canto a un filo d'erba



"COME FAR SUONARE UN FILO D'ERBA" Conoscere e giocare  con i segreti  della scienza da giardino": Con questo poetico slogan il Museo AcomeAmbiente di Torino, in queste giornate di caldo estivo, invita tutti, grandi e bambini, sabato 28 e domenica 29 maggio  2011, a giocare con la natura, aprendo i propri spazi.  Laboratori con diverse isole tematiche, giochi in giadino  e sul grande terrazzo all'aria aperta...Un invito non solo per amare di più il pianeta che abitiamo attraverso l'ambiente in cui viviamo ma per scoprire mille curiosità, mille incanti, mille sorpese.
La Natura ha le sue voci: suoni e rumori. Coì il Museo farà  "suonare" un Filo d'erba!

a Torino Corso Umbria  84/90   Tel 011.0702525    sito www.museoambiente.org





FILO D'ERBA


Il freddo intenso del mattino
ha soffiato il suo cuore 
d'erba sbattuta dal vento.

Rimarrà verde
anche nei giorni dell'arsura
filo senza fiore 
 che cattura corone insibili.

La sua rugiada
è una campana di vetro
da dove avere visioni
essere visti
eppure mancare.

da ECHI DI ERESOS, di Antonio Miredi, Omega Edizioni 1997