giovedì 20 agosto 2026

RUDOLPH VALENTINO, L'ULTIMO SGUARDO DEL CINEMA MUTO

Cento anni dopo la morte del primo Divo assoluto della Storia del Cinema
RUDOLPH VALENTINO, L'ULTIMO SGUARDO di Antonio Miredi----------------------------------------------------------------------------------------------------------- C'è un momento, nella storia del Novecento, in cui una morte smette di appartenere soltanto a un uomo e diventa il riflesso di un'intera epoca. È l'agosto del 1926. A New York muore Rodolfo Valentino, trentun anni appena compiuti, e intorno alla sua scomparsa si scatena un fenomeno mai visto prima: una folla immensa, giornali, fotografie, cronache, lacrime collettive. Una società intera sembra scoprire, davanti alla bara di un attore, la forza misteriosa dell'immagine. John Dos Passos, in Tango Lento, restituisce con straordinaria lucidità proprio questo momento: non soltanto il dolore per la perdita di un uomo famoso, ma la nascita di una nuova religione moderna, quella del divismo di massa. La folla davanti alla morte di Valentino è già una folla del Novecento, una folla che non si limita ad assistere alla storia: la vive attraverso i giornali, attraverso le immagini, attraverso la costruzione collettiva di un mito. Valentino muore, ma nello stesso istante nasce Valentino. È questa la grande contraddizione della sua vicenda: la morte biologica coincide con la nascita definitiva dell'immortalità cinematografica. Prima di lui erano esistiti attori celebri. Con lui nasce il Divo. Non soltanto un interprete, ma un'immagine capace di entrare nella vita quotidiana delle persone, nei sogni, nelle mode, nell'immaginario collettivo. Un volto riprodotto infinite volte, un nome trasformato in Leggenda. Eppure il segreto di Valentino non era la parola. Era lo sguardo. Apparteneva a un cinema che non aveva ancora bisogno della voce per raccontare il desiderio, il dolore, la passione, il mistero. Un cinema fatto di silenzio musicato, dove ogni gesto aveva il valore di una frase e ogni espressione del volto poteva diventare una pagina narrativa. Non l'immobilità, ma la fissità. La fissità di un'immagine che trattiene il tempo. Il cinema muto conosceva ancora qualcosa della pittura, della fotografia, del teatro delle origini: il corpo dell'attore diventava una composizione visiva, un'apparizione. La macchina da presa non cercava soltanto l'azione, cercava il momento in cui un volto rivelava un'anima. Valentino era nato per quel linguaggio. I suoi occhi, il portamento, il modo di muoversi, persino le pause, appartenevano a un'arte in cui il non detto aveva ancora un immenso potere. La sua forza non era spiegare, ma suggerire. La sua morte assume un valore simbolico profondo. Nel 1926 muore Valentino. Nel 1927 arriva The Jazz Singer e il cinema entra nell'epoca della voce. Il silenzio lascia il posto alla parola, la musica invisibile delle sale lascia spazio al suono registrato. È come se il grande interprete del cinema dello sguardo uscisse di scena nel momento esatto in cui il cinema cambia natura. La storia, naturalmente, non è così semplice: il sonoro porterà nuove forme di poesia e nuovi grandi interpreti. Ma qualcosa si trasforma per sempre. Quel Cinema fondato sulla forza assoluta dell'immagine, sulla sospensione del gesto, sulla misteriosa eloquenza del silenzio, appartiene ormai a un tempo perduto. Rodolfo Valentino fu anche il simbolo di un'altra grande storia del Novecento: quella dell'emigrazione e della trasformazione di sé. Nato a Castellaneta, in Puglia, con il nome di Rodolfo Pietro Filiberto Raffaello Guglielmi, arrivò dall'Italia negli Stati Uniti come tanti altri uomini alla ricerca di un futuro. Hollywood gli offrì una nuova identità e lui seppe trasformarla in un mito universale. Fu italiano, francese, americano, mediterraneo, straniero e familiare allo stesso tempo. Il suo fascino nasceva anche da questa ambiguità: incarnava il sogno dell'altrove, il desiderio di un mondo più vasto. La sua morte prematura ha avuto un effetto definitivo: Valentino è rimasto per sempre giovane. Ma con Valentino la giovinezza non era un valore anagraficamente ed esteticamente vacuo, bensì una gentile primaverile interiorità. Il tempo non ha potuto modificarne il volto, indebolirne il mito, trasformarlo in un ricordo ordinario. La morte lo ha consegnato alla dimensione sospesa delle immagini. Per questo, a cento anni di distanza, Rudolph Valentino non è soltanto una figura della storia del cinema. È una soglia. Dietro di lui c'è il cinema del silenzio, dello sguardo, della fissità dell'immagine. Davanti a lui si apre il cinema moderno, con la voce, la tecnica, la velocità, i nuovi linguaggi. La sua parabola sembra quasi una perfetta figura narrativa: un uomo nasce mentre nasce il cinema e scompare quando il cinema sta per cambiare pelle. Resta però quell'ultima eredità: la certezza che un volto, anche senza parlare, può ancora raccontare tutto. Perché prima di imparare a parlare, il cinema aveva imparato a guardare. Oggi, a cento anni dalla sua scomparsa, Rodolfo Valentino continua naturalmente ad abitare anche il nostro tempo visivo. La sua eterna giovinezza, il volto intatto, la bellezza sospesa appartengono a un immaginario di oggi che la tecnologia contemporanea può facilmente riprodurre, restaurare, moltiplicare. Ma proprio qui emerge la differenza più profonda. La potenza degli strumenti digitali può avvicinarsi all'immagine di Valentino, può restituirne la nitidezza, riportare alla luce dettagli perduti, far rivivere idealmente un volto consegnato alla pellicola, o alla fotografia. Ma non può aggiungere ciò che in quel volto era già presente. Perché Valentino non è soltanto una bellezza da contemplare. È una presenza narrativa. Dentro il suo sguardo, nelle pause, nella fissità del gesto, esiste già una storia: il desiderio, la malinconia, l'attesa, l'esilio, il sogno dell'altrove. La sua forza non nasce soltanto dall'apparenza, ma dalla capacità misteriosa di trasformare un'immagine in racconto. Forse è proprio questa la sua modernità più sorprendente. In un'epoca dominata dalla continua produzione di immagini, Valentino ci ricorda che non ogni immagine diventa un mito. Il mito nasce quando dietro la superficie resta un enigma, quando uno sguardo continua a interrogare chi lo osserva anche dopo cento anni. La tecnologia può avvicinare il volto. Ma è il mistero di quel volto che continua a fare Cinema. (Antonio Miredi)
"Rodolfo Valentino appartiene a un cinema della fissità: non quello dell'immobilità, ma quello dell'immagine che trattiene il tempo. Prima che il cinema imparasse a parlare, imparò ad avere uno Sguardo(antonio miredi)
(© Progetto Idea protetto di Antonio Miredi per AM_ART)
Fuori la folla / il Tango era lento / massa delirio (a.m.)

mercoledì 19 agosto 2026

OSSERVATORIO DI LUSERNA: Sotto il cielo dell’eclisse di sole 12 agosto 2026

Nel mondo, come sempre accade davanti a un grande fenomeno astronomico, l’eclissi ha suscitato un particolare interesse soprattutto nelle aree maggiormente favorite dalla sua visibilità, dalla Spagna all’Islanda. Anche l’Italia ha potuto assistere al fenomeno, seppure in forma parziale, e tra i luoghi da cui osservarlo c’era il Piemonte anche con Luserna San Giovanni, nelle Valli Valdesi, dove l’evento astronomico è diventato l’occasione per una serata dedicata non soltanto all’osservazione del cielo, ma anche alla parola, alla poesia e alla meraviglia.
Sotto il cielo dell’eclissi del sole-----di Antonio Miredi---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------Diversi i momenti che hanno accompagnato la serata dell'evento. Tra questi, quello del gruppo LaAV – Lettura ad Alta Voce, partendo da Esiodo fino al Piccolo Principe, ha condotto il pubblico in un viaggio immaginario attraverso le costellazioni. Una coralità di voci che, nel buio ormai crescente, sembrava dilatare lo spazio della narrazione fino a confondersi con quello immenso del cielo. Poi, però, è arrivato il momento in cui le parole hanno lasciato il posto allo stupore. Nel buio assoluto della notte, la volta celeste si è aperta sopra di noi come una grande mappa. Un puntatore luminoso come una navicella spaziale condotta da Sergio Lera, Presidente dell'Osservatorio, ne tracciava lentamente le figure, indicava le stelle, ne pronunciava i nomi e restituiva all’occhio umano quella geografia celeste che da millenni accompagna la nostra immaginazione. E il Presidente diventava il Messaggero delle stelle. Arturo, luminosissima. La rossa Antares. Il Grande Carro. E poi le altre stelle, le costellazioni, gli astri lontani, fino a quei corpi che, improvvisamente, sembravano attraversare il cielo lasciando una scia: le perseidi, sciame meteorico come luminose brevi apparizioni capaci ancora oggi di sorprendere. Ma perché tutto questo continua a suscitare tanto interesse? È una domanda che, mentre guardavo quel cielo, mi sono posto. Perché l’uomo continua a sentirsi attratto da ciò che accade lassù, sopra di lui, nonostante oggi la scienza abbia saputo spiegare fenomeni che un tempo dovevano apparire incomprensibili e terribili? Oggi possiamo calcolare, prevedere, stabilire con precisione tempi e luoghi di un’eclissi. Possiamo conoscere la natura delle stelle, seguire il movimento dei pianeti, misurare distanze che un tempo appartenevano soltanto al territorio dell’immaginazione. Eppure qualcosa rimane. Forse proprio quel sentimento che doveva accompagnare gli uomini primitivi davanti a un cielo improvvisamente oscurato, davanti a una luce che scompariva, a una stella cadente, a una cometa, a un fenomeno capace di sconvolgere l’ordine apparente delle cose.
Sgomento. Angoscia. Meraviglia. Noi abbiamo sostituito il mito con la conoscenza capace di spiegare tutto e l’oscurità dell’ignoto con la precisione dei calcoli. È una conquista immensa, naturalmente. Ma viene da chiedersi se, insieme a ciò che abbiamo finalmente compreso, non rischiamo qualche volta di perdere anche qualcosa di più difficile da definire: il senso del mistero. E forse è proprio quel mistero, ciò che ancora non comprendiamo o che, pur comprendendo, continuiamo a contemplare con stupore, a ricordarci di essere uomini. Quella sera, a Luserna San Giovanni, prima ancora che l’eclissi diventasse un fenomeno da osservare, il cielo era tornato a essere una domanda. E sotto quella domanda, per qualche ora, le parole, la scienza e lo stupore hanno finito per incontrarsi. (Antonio Miredi)
Perché continuiamo a guardare il cielo, se ormai sappiamo spiegare ciò che accade?--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- CONVERSAZIONE CON SERGIO LERA PRESIDENTE DELL'OSSERVATORIO DI LUSERNA SAN GIOVANNI E DELL'ASSOCIAZIONE URANIA--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- DOMANDA: Vorrei partire da un ricordo personale. Lei era ancora ragazzo quando, nel febbraio del 1961, l'Italia fu attraversata da un'eclissi totale di Sole. Che cosa vide quel ragazzo di allora e che cosa è rimasto dentro di lui di quell'esperienza, tanto da trasformarsi, negli anni, in una passione per l'astronomia? RISPOSTA: -Emozione, una serie di emozioni! Queste sono le migliori definizioni di ciò che provai di fronte ad un fenomeno così particolare e con essa gli eventi contestuali vissuti nello stesso periodo: la descrizione del maestro, il buio, il freddo, questo ultimo naturale, era di febbraio intorno alle 8 del mattino, il passaggio tra compagni di classe di oggetti oscurati e oscuranti, i commenti tra noi e poi … il ritorno della “Luce”! D: Quando e come è nata l'dea di creare l'Osservatorio Astronomico di Luserna San Giovanni? Quali persone e quali circostanze hanno contribuito a trasformare una passione personale in una realtà aperta alla comunità? R: -Non sono tra i padri fondatori, l’associazione fu fondata nel 1989 e io ne entrai a far parte circa dieci anni dopo casualmente e in circostanze fortuite, ma ne rimasi affascinato, dalle competenze e dallo stile propositivo delle persone, tra queste, il Presidente il Dottor Giovanni Peyrot, i Professori Briatore e Galeotti e molti altri senza scordare il decano dell’astronomia piemontese Beppe Ellena oggi novantasettenne. Iniziai a seguirne le attività mensili (incontri culturali), sino al 2006, già sotto la presidenza di Romano Vivaldi, e quando potei dedicarmi maggiormente per disponibilità di tempo, alle attività sul territorio mi rivolsi quasi per vocazione, alla parte divulgativa. D: L'Osservatorio è oggi anche un luogo di incontro. Quanto è importante, secondo lei, avvicinare le persone all'astronomia non soltanto attraverso gli strumenti scientifici, ma attraverso l'esperienza diretta del cielo? R:- Direi fondamentale, dato che la nostra definizione di astrofili vuol appunto dire “Amici/Amanti delle Stelle”. Le nostre azioni sono rivolte proprio alla condivisione di emozioni, dove, l’aspetto scientifico, è a supporto dell’umanità nella sua più profonda espressione. D: Oggi un'eclissi, una superluna, una pioggia di meteore diventano facilmente eventi mediatici, quasi oggetti di consumo: se ne parla, si fotografano, si condividono e poi si passa ad altro. Come si può andare oltre lo spettacolo e trasformare invece la meraviglia di un fenomeno astronomico in una curiosità più profonda, in un desiderio di conoscenza? R: - Il segreto sta nel parlare al cuore delle persone e non solo alla mente: la percezione sensoriale (visiva, uditiva, eccetera), transita in forma diretta verso il cuore e l’emozione che ne deriva viene memorizzata nella memoria più profonda nel nostro intelletto, scatenando, a tempo debito, curiosità e nuove emozioni. D: Un tempo un'eclissi poteva suscitare negli uomini terrore e sgomento perché apparteneva al territorio dell'ignoto. Oggi sappiamo prevederne con estrema precisione tempi, luoghi e modalità. Secondo lei, la scienza ha cancellato quel senso del mistero oppure può insegnarci a guardarlo con occhi diversi? R:- No, non ha cancellato ne cancellerà nulla, perché ad ogni risposta si aprono e si apriranno altre mille domande! Questo è meraviglioso e l’essere umano dovrebbe rendersi conto d’essere una autentica meraviglia! Ma … sigh sigh D: Dopo tanti anni trascorsi a osservare il cielo, che cosa continua ancora oggi a sorprenderla? C'è qualcosa che l'astronomia non ha smesso di insegnarle sul nostro essere uomini e sul nostro posto nell'universo? R: - Assolutamente Sì! La bellezza della scienza è che si rinnova e si aggiorna continuamente; ciò che sino a ieri poteva esser considerato vero e certo, oggi potrebbe non più esserlo e, questo fatto, affascinerà sempre i curiosi sognatori che rivolgono lo sguardo al cielo … e non solo! L’umanità deve rendersi conto che siamo ospiti di una meraviglia; “Ospiti”, non “Padroni”! D: Il 28 agosto 2026 ci sarà una eclisse di luna. Avete pensato anche per questa occasione di preparare un evento? R: - Sarà un'eclissi, non totale, che però avverrà intorno alle cinque del mattino, lo abbiamo già fatto, ma le persone in questi periodi vivono anche momenti di vacanza – potrà essere un fatto circoscritto a pochi, ma … siamo, anche noi astrofili, esseri umani!
(In foto Il Presidente Sergio Lera) -------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
ECLISSE DI LUNA DEL 28 AGOSTO 2026
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Il 12 agosto a Luserna San Giovanni c'era «Quadrifoglio astronomico»: eclissi proiettata dalla Spagna, osservazione del cielo, Perseidi e letture sui miti delle costellazioni. E in Piemonte l'eclissi era particolarmente spettacolare: oltre il 90% di oscuramento, ma con il Sole ormai vicinissimo all'orizzonte. INFO E CONTATTI AL SEGUENTE LIN : https://www.osservatoriourania.it/

martedì 11 agosto 2026

FRANCESCO GUCCINI L'ULTIMO CANTASTORIE

Ogni 6 agosto il calendario si ferma davanti a una delle ferite più profonde della storia dell'umanità: Hiroshima. È il giorno in cui la memoria ci ricorda quanto fragile possa diventare la civiltà quando il sapere smarrisce la propria coscienza. Quest'anno, quasi in un misterioso gioco del destino, quel giorno ci riconduce anche al ricordo di Francesco Guccini, una delle voci più alte e più libere della canzone d'autore italiana, la cui notizia della morte è arrivata nel giorno di questa data simbolo che ha segnato anche l'inizio della sua carriera artistica.
(© Anteprima dell'inedito sentito omaggio dell'artista Lorenzo Maria Bottari al cantautore Francesco Guccini) -------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- FRANCESCO GUCCINI L'ULTIMO CANTASTORIE DEI NOSTRI SOGNI PERDUTI di Antonio Miredi-------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Se dovessi scegliere una sola sua canzone da affidare a questa ricorrenza sarebbe Noi non ci saremo. Scritta nel 1966, quando la Guerra Fredda faceva della minaccia atomica una presenza quotidiana, non è soltanto una canzone di protesta. È una meditazione poetica sul destino dell'uomo. Guccini immagina che, dopo la catastrofe, la natura possa rifiorire, che il mare torni a respirare, che gli alberi ricoprano la terra. Ma l'uomo non ci sarà più. È una visione che non grida: sussurra. Ed è forse proprio per questo che continua a inquietare. Sarebbe tuttavia riduttivo racchiudere Francesco Guccini nel solo ruolo di cantore dell'impegno civile. La sua opera attraversa oltre mezzo secolo di storia italiana, accompagnando generazioni diverse senza mai piegarsi alle mode. Le sue canzoni non cercano il consenso immediato: chiedono ascolto, riflessione, memoria. Nato a Modena il 14 giugno 1940, ma profondamente legato a Pàvana, sull'Appennino tosco-emiliano, Guccini ha sempre portato dentro di sé due geografie. Da una parte la città, con le sue trasformazioni sociali e culturali; dall'altra la montagna, luogo della memoria, del silenzio e delle radici. In quelle valli imparò che il tempo non corre: sedimenta. Forse è proprio da quella terra che nasce il passo lento e narrativo delle sue canzoni. Quando, negli anni Sessanta, la canzone italiana cercava soprattutto melodie leggere, Guccini introdusse un linguaggio nuovo. Le sue composizioni erano racconti, dialoghi, pagine di letteratura affidate alla musica. Ogni brano sembrava nascere più da una biblioteca che da uno studio discografico, ma senza perdere il contatto con la vita quotidiana. Da Dio è morto a La locomotiva, da Canzone per un'amica a Incontro, da Eskimo fino a Cyrano, egli ha dato voce ai ribelli, agli sconfitti, agli amici perduti, agli idealisti, agli uomini comuni che continuano a interrogarsi sul senso dell'esistenza. Nei suoi testi convivono storia e filosofia, ironia e malinconia, politica e tenerezza, senza mai trasformarsi in propaganda. Uno dei grandi protagonisti della sua opera è il tempo. Non il tempo dell'orologio, ma quello della memoria. Guccini osserva la giovinezza allontanarsi, gli amici scomparire, i sogni mutare forma. Eppure non indulge mai nella nostalgia sterile. Il passato diventa uno specchio attraverso il quale comprendere meglio il presente. Accanto al musicista viveva lo scrittore. Negli anni della maturità Guccini ha pubblicato romanzi, racconti, autobiografie e fortunate opere scritte insieme a Loriano Macchiavelli. Anche sulla pagina ritroviamo la stessa voce delle canzoni: colta ma mai pedante, ironica senza cinismo, profondamente umana. Schivo verso il successo spettacolare, lontano dai divismi televisivi, Guccini ha preferito le osterie ai salotti, i libri ai riflettori, il dialogo con pochi amici alle luci della celebrità. È rimasto fedele a un'idea antica dell'intellettuale: non colui che possiede risposte definitive, ma chi continua a coltivare il dubbio. Per questo la sua eredità va oltre la musica. Francesco Guccini lascia un patrimonio morale prima ancora che artistico. Ci consegna parole che invitano a custodire la libertà, la memoria, la dignità dell'uomo, il valore della cultura come esercizio quotidiano di coscienza. Nel giorno di Hiroshima, mentre il mondo ricorda l'ombra del fungo atomico, torna spontaneo ascoltare Noi non ci saremo. Non come un documento del passato, ma come un monito rivolto al nostro presente, attraversato ancora da guerre, paure e minacce nucleari. Le grandi canzoni non invecchiano perché parlano all'uomo prima ancora che al loro tempo. E Francesco Guccini è stato, forse più di ogni altro, il viandante che ha saputo trasformare il cammino di una generazione in un patrimonio di tutti. Le sue parole continueranno ad accompagnarci lungo i sentieri dell'Appennino, nelle piazze delle nostre città, nelle biblioteche, nelle osterie, nei ricordi personali di ciascuno. Perché le voci autentiche non conoscono il silenzio: cambiano soltanto il luogo da cui continuano a parlare. ( Antonio Miredi)
( © Lorenzo Maria Bottari )
«Vedremo soltanto una sfera di fuoco, più grande del sole, più vasta del mondo nemmeno un grido risuonerà... E dai boschi e dal mare ritorna la vita, e ancora la terra sarà popolata, e fra notti e giorni il sole farà le mille stagioni e ancora il mondo percorrerà gli spazi di sempre per mille secoli almeno, ma noi non ci saremo.» (Francesco Guccini - Noi non ci saremo)
Don Chisciotte - { Francesco Guccini, Beppe Dati e Goffredo Orlandi }
( I Nomadi cantano Dio è morto du Francesco Fuccini)
Guccini, La locomotiva
("..Venite pure avanti poeti sgangherati, inutili cantanti di giorni sciagurati, buffoni che campate di versi senza forza avrete soldi e gloria, ma non avete scorza; godetevi il successo, godete finchè dura, che il pubblico è ammaestrato e non vi fa paura e andate chissà dove per non pagar le tasse col ghigno e l'ignoranza dei primi della classe. Io sono solo un povero cadetto di Guascogna, però non la sopporto la gente che non sogna. Gli orpelli? L'arrivismo? All' amo non abbocco e al fin della licenza io non perdono e tocco, io non perdono, non perdono e tocco!"...) Francesco Guccini - "Cyrano"

mercoledì 5 agosto 2026

MONDI SU CARTA : Viaggi visivi tra le righe e le nuvole

Mondi che nascono dalle parole e altri che prendono forma nel segno di una matita. Talvolta si incontrano, si inseguono, si completano. È in questo spazio, tra le righe della scrittura e le nuvole del fumetto, che questa rubrica invita a un nuovo viaggio immaginario: Illustrazioni, vignette, fumetti, graphic novel, romanzi illustrati e altri linguaggi del racconto per immagini saranno occasioni per esplorare opere, autori, stili e storie, seguendo i sentieri che uniscono la letteratura all'arte visiva.
Immagine del Logo (©AMART) -------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- MARIO FAUSTINELLI---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- ----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------20 anni fa ci lasciava l'oggi dimenticato Mario Faustinelli. Eppure forse Corto gli deve qualcosa----------------------------------- -----------------------------------di ANTONIO MIREDI--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Anniversari che fanno rumore, altri che passano nel silenzio. Il ventesimo anniversario della scomparsa di Mario Faustinelli appartiene a questi ultimi. E forse proprio questo silenzio merita di essere ascoltato. Non perché Mario Faustinelli sia stato un gigante dimenticato da contrapporre ad altri. Né perché occorra riscrivere la storia attribuendogli meriti che non gli appartengono. La storia non ha bisogno di nuovi miti, ma di proporzioni più giuste. Quando si racconta la nascita artistica di Hugo Pratt, è facile cadere nella tentazione della mitografia a buon consumo. Si immagina un giovane già consapevole del proprio destino, quasi che Corto Maltese fosse già scritto nel cielo della sua giovinezza. La realtà è più modesta e affascinante al contempo. Negli anni del Gruppo di Venezia, Pratt è un ragazzo straordinariamente dotato, ma ancora aperto a mille possibilità. Il fumetto non è ancora il suo destino inevitabile. È una delle strade possibili. È un giovane inquieto, attratto dal viaggio, dall'avventura, dalla vita prima ancora che dal racconto della vita. Mario Faustinelli è con il cugino Alberto Ongaro ideatore principale di Asso di Picche, anima organizzativa del gruppo, promotore di incontri, costruttore di occasioni, e finanziatore (con i soldi della madre che dovevano servire per gli studi universatari) L'idea era maturata nelle carceri veneziane dove, nel novembre 1943, non ancora ventenni erano finiti, accusati di antifascismo. Sarà poi lo stesso Pratt, a guerra finita, a presenrasi davani ai due cugini con delle tavole di disegno sotto il braccio. Si capì subito il talento del più giovane Ugo Prat ( il nome Hugo Pratt arriverà dopo) ma segnè a suo farore anche il suo inglese fluente. L'avventura attorno ad Asso di Picche è stato il terreno di partenza poi per l'avventura argentina, e il contratto con l'Editorial Abril di Cesare Civita. Il passaggio decisivo per la maturazione artistica di Pratt. È una differenza sottile ma essenziale. Corto Maltese non nasce da Mario Faustinelli. Ma senza Mario Faustinelli forse non sarebbe nato l'Hugo Pratt capace, molti anni dopo, di creare Corto Maltese. Tutti i grandi artisti nascono dentro relazioni, amicizie, laboratori, occasioni condivise. Faustinelli possedeva un talento particolare. Non cercava il centro della scena. Lo dimostrano i molti pseudonimi con cui firmò i suoi lavori. Lo dimostra una carriera disseminata fra fumetto, libri per ragazzi, divulgazione artistica, poesia visiva, televisione e collaborazioni collettive, fino all'esperienza di Topo Gigio. Più che costruire un monumento a sé stesso, sembrava interessato a costruire luoghi nei quali le idee potessero nascere. Era anche disegnatore. Era scrittore. Era autore di calligrammi. Era un intellettuale curioso, incapace di rinchiudersi in un solo linguaggio. Forse proprio questa ricchezza lo ha reso, col tempo, meno riconoscibile. La memoria pubblica ama i simboli assoluti. Ama identificare un autore con un personaggio, un volto, un'opera. Pratt ha Corto Maltese. Faustinelli ha lasciato soprattutto una costellazione di tracce. Eppure quelle tracce raccontano una figura rara: quella di un uomo che preferiva il laboratorio al palcoscenico, la costruzione del progetto alla costruzione del proprio mito. Oggi, nel ventesimo anniversario della sua scomparsa, il suo nome sembra essersi dissolto nel silenzio. Forse è inevitabile. Ma ogni tanto la memoria ha bisogno di compiere un gesto semplice: tornare indietro, illuminare una figura rimasta ai margini.(Antonio Miredi)
(©) Da una idea di Antonio Miredi disegno originale dell'artista Lorenzo Maria Bottari per AMART